Nelle mani dei bambini il sapore di buono e di pace: la pedagogia unisce il mondo

di Mariagiuseppina Bo

Nelle mani delle bambine e dei bambini c’è il sapore di buono e di pace. Non importa il colore, la nazionalità, c’è una cosa sola al di sopra di tutto: la luminosità gioiosa, gentile degli occhi che, come il fuoco di San Francesco (Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte), illumina la notte, squarcia le tenebre, sconfigge la paura, disarma guerra, spegne urla, diatribe, divisioni geopolitiche. È questo il messaggio dei bambini.

Nei laboratori educativi di Reggio Children il silenzio è rotto solo dal rumore della scoperta. Se si vuole davvero capire cosa sia il benessere dei bambini, bisogna spegnere i media, dimenticare i veti incrociati e fare un passo dentro, verso due mondi che dal secondo Dopoguerra, a loro modo anche inconsapevolmente, costituiscono un ponte di pace: gli atelier di Reggio Emilia e i laboratori del Metodo Feuerstein. Chiudiamo gli occhi entriamo per un attimo in un atelier del Reggio Emilia Approach. Cosa si vede? Bambini piccoli, piccolissimi, seduti attorno a un tavolo luminoso. Le loro mani sono immerse nella creta, nella terra, nei fili di rame o tra le foglie raccolte al mattino. Non c’è un maestro che dice loro cosa fare. Ci sono gli atelieristi che osservano, ascoltano e rilanciano domande. Qui il bambino sperimenta i suoi “cento linguaggi”: l’arte, la manipolazione, la luce, l’ombra. Toccare la materia diventa il modo per dare forma ai propri pensieri, per capire il mondo senza la fretta del giudizio.

Adesso spostiamo lo sguardo e accendiamo la luce su un laboratorio del Metodo Feuerstein. Il suo fondatore, Reuven Feuerstein, nasce a Botoșani, in Romania, il 21 agosto 1921. Nel 1944, dopo essere stato internato in un campo di concentramento per le persecuzioni naziste, fugge, va in Palestina mandataria, l’attuale Stato di Israele. Nel secondo dopoguerra, si dedica a curare e reinserisce i bambini ebrei rimasti orfani e profondamente traumatizzati dalla Shoah. Riceve nel ’99 la laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione dall’Università degli Studi di Torino e nel 2006 quella di Cà Foscari di Venezia, nel 2009, gli viene conferito un dottorato honoris causa dall’  Università di Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca in Romania, per il valore scientifico e sociale del suo metodo sul potenziamento cognitivo e l’apprendimento mediato. Nel suo percorso scientifico, Feuerstein, allievo di Jean Piaget, se ne distacca, veleggia verso Vygotskij, fonte di ispirazione anche di Loris Malaguzzi.

Nell’atelier di Feuerstein, attorno a un tavolo, un “mediatore” e un bambino lavorano su un foglio pieno di punti sparsi. Il compito è unire quei punti per trovare delle forme nascoste. Sembra un gioco geometrico, ma è un viaggio neurocognitivo. Il mediatore non corregge l’errore con un segno rosso; chiede: “Come hai fatto a trovare questa linea? Cosa vedi qui? Quel bambino, che la guerra o la fragilità genetica volevano condannare all’isolamento intellettivo, scopre che la sua mente è malleabile, che può modificarsi, cambiare, guarire. Sebbene pensato soprattutto per bambini con problemi cognitivi, in realtà, questo approccio è per tutti. Perché tutti sono uguali, così come negli atelier di Reggio Children non esiste alcuna distinzione tra piccoli.

 Confrontando i due spazi, il paradosso di pace emerge con una forza dirompente. Negli atelier reggiani si impara a esplorare la realtà attraverso l’estetica, la creatività e la cooperazione tra compagni. Nei laboratori Feuerstein si impara a organizzare il pensiero per non essere schiacciati dal caos del mondo e del trauma. Entrambi i metodi nascono negli anni ’50 dalle macerie della guerra e scelgono lo stesso pilastro: il rifiuto del determinismo. Non importa da dove vieni, cosa hai sofferto o quale sia il tuo codice genetico: la tua mente può fiorire,’asili’ sostituire  con nelle scuole dell’infanzia comunali di Reggio Emilia, confermato dal modello della New School del 1991, non vi sono differenze: è così che si cresce. Il riconoscimento nel mondo del modello di Reggio Emilia arriva con la rivista americana Newsweek, proprio nel dicembre del ’91, quando pubblica l’ormai notissima inchiesta giornalistica internazionale per decretare le migliori scuole del pianeta. In quella classifica, la rivista indica la scuola dell’infanzia comunale “Diana” come “l’istituzione più all’avanguardia del mondo per l’infanzia”. Insegnanti, educatori e atelieristi sono artigiani della mente, custodi dell’anima, hanno a cuore i bambini, parlano di ciò che serve loro: benessere, scoperta, facilitazione, accompagnamento. I maestri d’infanzia nel mondo debbono mettessi a parlare tra loro, prima di tutto di pedagogia, metodologie didattiche, sperimentazioni fantastiche. Una lezione che a Reggio Emilia tiene il campo con gli incontri e le visite frequenti di grandi maestri di pensiero. Tra questi, Gianni Rodari, presente a Reggio Emilia dal 6 al 10 marzo 1972. Invitato dal celebre pedagogista Malaguzzi da Comune, tiene una serie di conferenze intitolata “Incontri con la Fantastica”, rivolta a maestre, educatori e atelieristi delle scuole dell’infanzia della città, un ciclo di lezioni fondamentale che pose le basi per la stesura della sua nota “Grammatica della fantasia”, libro cult per gli insegnanti. Durante quei cinque giorni, lo scrittore visita i nidi e le scuole comunali, fra cui la scuola Diana, lavora con i bambini. Lo psicologo pedagogista americano JEROME Bruner torna regolarmente in città con visite annuali dal 1995 fino al 2008, continuando a frequentarla fino al 2012 per tessere relazioni internazionali sul valore della mente infantile. Da questi grandi maestri impariamo, come dice Rodari, che: “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra”. Perché, se si fa la guerra, non è la diplomazia che perde, ma sono sempre i bambini. Il ponte fra due fronti, oggi, sono due pedagogisti a confronto Malaguzzi e Feuerstein, che certamente si darebbero la mano, si metterebbero a parlare ‘fitto fitto’ di quei bambini che ‘una ne fanno e cento ne pensano’.

Proprio come nel detto popolare coi loro 100 linguaggi e con le proprie capacità cognitive plastiche in continua evoluzione, perché possano essere felici, crescere armoniosamente. Quali i punti in comune?  Entrambi rifiutano l’idea del bambino come contenitore passivo, da riempire. Per Feuerstein l’adulto è un “mediatore” che organizza gli stimoli; per Malaguzzi l’educatore è un “facilitatore”, un ricercatore insieme al bambino. Entrambi credono che l’intelligenza e le competenze non siano fisse dalla nascita, ma possano evolvere in un contesto educativo stimolante. Insieme, ridefiniscono l’educazione come uno strumento fondamentale di inclusione, riscatto ed emancipazione del soggetto. Rimettere al centro il lavoro concreto delle mani che toccano la creta a Reggio Emilia e delle menti che uniscono i punti in Israele è un modo per spazzare le polemiche.  È l’eredità del Reggio Approach da una parte, che s’intreccia con maestri israeliani dall’altra: il racconto di una pedagogia che si dà la mano, un abbraccio di scienza e poesia che sta al di sopra di qualsiasi confine. Ma c’è un altro ponte, solo per citare, l’insegnante palestinese Hanan al- Hroub con i: “cento linguaggi del gioco”. Hroub nel 2016 è stata la seconda vincitrice del Global Teacher Prize intrecciando studio e gioco nel campo profughi vicino a Betlemme, in Cisgiordania. La sua vittoria in videoconferenza è stata declamata da papa Francesco. Arriviamo al movimento della pedagogia democratica, la pace chiude il cerchio. La pedagogia che unisce, in un grande girotondo dove ci  si dà la mano e “tutti giù per Terra”. E, per scrivere alla Rodari: ci vuole una mano da ogni contrada, per fare un anello che copra la strada. Ci vuole ogni mano di tutto il mondo, per fare della Terra un nido rotondo. Niente più guerra, ricominciamo da capo, giochiamo insieme e uniamo i punti di tutto il mondo… Anche con due mani che ora mancano quella americana, e quella palestinese… E in futuro chissà… Reggio Emilia ce la può fare, perché le uniche armi vere sono la cultura e il sapere e i reggiani lo sanno.

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