Sempre meno giovani scelgono di insegnare/3: quanti (e quali) insegnanti serviranno in futuro?

Nei sistemi scolastici decentrati e flessibili come quello statunitense, la carenza di insegnanti potrebbe essere una delle ragioni principali – insieme alla maggiore efficacia e al minor costo della formazione a distanza – che potrebbe spingere i decisori politici a ridurre notevolmente le ore di presenza fisica di insegnanti e alunni all’interno delle scuole. Non è una prospettiva verosimile per il nostro paese, oggi. Ma provare ad antivedere le possibili evoluzioni future può essere un esercizio saggio.

La pandemia del 2020-2021, pur con tutte le conseguenze negative registrate sui livelli di apprendimento delle competenze di base (per non dire delle discipline minori e tecniche), sulla disuguaglianza di opportunità e sugli aspetti socio-emotivi e relazionali, è stata anche la sperimentazione di massa di una alternativa radicale alla scuola tradizionale, così come si è configurata negli ultimi due secoli e mezzo, a partire da Federico II di Prussia e Napoleone, fatta di edifici dedicati, aule, classi, orari rigidi e discipline separate.

È stato un primo assaggio di quello che potrebbe essere un modello educativo “postscolastico”, o forse meglio “post aula scolastica”, nel quale il processo educativo si svolge in parte a scuola, ma anche online a casa e ovunque (“onlife”, come dice Luciano Floridi): le classi sono aperte, gli orari e i tempi dell’apprendimento sono flessibili e personalizzati, gli oggetti di apprendimento interdisciplinari. Non è fantascienza. Alcune esperienze didattiche avanzate praticano già questa impostazione (anche in Italia: basti pensare, per fare qualche esempio, all’IC “Ungaretti” di Melzo, al “Mattarella” di Modena o all’ITET “L. Einaudi” di Bassano del Grappa). La scuola che si profila, dopo il modello napoleonico della caserma, sarà quella digitale, nella quale il protagonista sarà l’alunno che apprende, non l’insegnante in cattedra, e i percorsi formativi individuali saranno personalizzati.

Quanti e quali docenti-tutor (perché questo sarà in prevalenza il loro profilo professionale) serviranno per far funzionare questo modello?

Dal punto di vista dei numeri, certamente meno di quanti ne richieda l’attuale scuola parcellizzata, perché una parte della didattica potrebbe essere erogata online direttamente e con lezioni preregistrate da docenti esperti rivolte non a singole classi ma a intere fasce di studenti (potrebbero essere centinaia o migliaia) con la metodologia della flipped classroom. Fermo restando che l’aspetto socio-relazionale resterà centrale e insostituibile.

Dal punto di vista del profilo professionale i docenti-tutor dovranno avere una solida preparazione pedagogica, integrata con quella disciplinare, anche di carattere tecnologico, per utilizzare al meglio le risorse informatizzate disponibili, nonché di tipo psicologico, come richiede la didattica personalizzata. Registi attenti e discreti dello scenario all’interno del quale lo studente diventa il protagonista del proprio apprendimento. Figure autorevoli e di riferimento per le scelte degli alunni.

Se il ministro Valditara terrà fede ai suoi ribaditi propositi di puntare sulla strategia della personalizzazione ci sarà un gran da fare per Giuseppe Bertagna, teorico di questa strategia e forse anche per questo nominato dal ministro Presidente della Scuola di Alta formazione dell’istruzione, che delle nuove competenze dell’insegnante si dovrà occupare.

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