Loredana Perla: “La formazione deve produrre cambiamenti riconoscibili nella vita delle scuole”
Nuove Indicazioni nazionali e formazione dei docenti: intervista alla presidente della SAFI
Dall’attuazione delle nuove Indicazioni nazionali alla revisione dell’accreditamento degli enti formativi, dall’intelligenza artificiale all’E-portfolio dei docenti. La presidente della Scuola di Alta Formazione dell’Istruzione illustra le priorità del suo mandato, affronta il tema dell’autonomia scolastica e indica le condizioni, a suo avviso, per rendere la formazione continua una reale opportunità di crescita professionale
Dalla definizione dei nuovi curricoli alla formazione di chi dovrà tradurli nella pratica didattica. È questo il passaggio che segna la nuova fase dell’impegno di Loredana Perla, pedagogista, professoressa ordinaria di Didattica e Pedagogia speciale all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Studiosa dei processi di insegnamento e dello sviluppo professionale dei docenti, Perla ha coordinato la Commissione ministeriale incaricata della revisione delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida per il primo e il secondo ciclo di istruzione, al centro di un ampio dibattito nel mondo della scuola.
Da settembre 2026 è inoltre alla guida della Scuola di Alta Formazione dell’Istruzione (SAFI), succedendo a Giuseppe Bertagna. Con la sfida di contribuire alla costruzione di un sistema organico di formazione continua degli insegnanti.
Tuttoscuola l’ha intervistata sulle priorità del suo mandato e sui cambiamenti che attendono le scuole: dall’autonomia nella progettazione dei curricoli alla qualità della formazione, dalle prospettive dell’E-portfolio alle sfide poste dall’intelligenza artificiale.
Professoressa Perla, iniziamo dalle nuove Linee triennali di indirizzo 2026-2028 della SAFI. Esse individuano numerose priorità formative, dall’innovazione didattica e digitale alla leadership educativa, dall’inclusione al benessere organizzativo. Quali risultati considera prioritario raggiungere?
“La priorità è fare in modo che la formazione produca cambiamenti riconoscibili nella vita delle scuole. Dobbiamo superare l’idea della formazione come somma di corsi e costruire percorsi di sviluppo professionale che accompagnino gli insegnanti nel tempo. Innovazione didattica e digitale, inclusione, leadership e benessere organizzativo non sono capitoli separati: concorrono tutti alla qualità dell’insegnamento. Per questo le Linee propongono un modello comune per progettare, monitorare e valutare i percorsi, a partire dai bisogni reali delle scuole”.
Quali le prime novità che le scuole possono aspettarsi a breve?
“Nei prossimi mesi le scuole vedranno tre passaggi concreti: l’avvio del nuovo sistema di accreditamento degli enti sulla piattaforma SOFIA, secondo le scadenze previste dalla procedura; l’accompagnamento delle nuove Indicazioni nazionali, per le quali la SAFI contribuisce all’indirizzo scientifico e metodologico dell’accompagnamento; e la progressiva definizione di una nuova offerta formativa coerente con le Linee e con le attese di una scuola che sta abbracciando la sfida dell’intelligenza artificiale. Vorrei che ci ponessimo una domanda molto semplice: che cosa cambia, nella classe e nella scuola, dopo un’esperienza di formazione? È lì che dobbiamo cercare la risposta”.
Ha citato le nuove Indicazioni nazionali. Lo scorso 16 settembre è stato presentato il Piano nazionale di formazione per accompagnare l’attuazione delle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo. Quale platea raggiungere con la formazione? E come monitorarne gli effetti?
“L’obiettivo non è soltanto far conoscere un testo, ma aiutare le comunità scolastiche a farlo vivere nei curricoli. Il Piano si articola in due fasi: una fase nazionale online, di 20 ore su Scuola Futura in due moduli, e una fase regionale in presenza, con laboratori su curricoli verticali e unità di apprendimento, organizzata dagli Uffici scolastici regionali con le scuole polo e le équipe formative territoriali. Il percorso si rivolge a dirigenti tecnici, dirigenti scolastici e docenti dell’infanzia e del primo ciclo, statali e paritari. Il modello mira a coinvolgere progressivamente dirigenti e docenti, valorizzando le scuole polo e la successiva diffusione territoriale. Le iscrizioni al modulo generale sono aperte fino al 30 novembre 2026, mentre i moduli specifici si apriranno dal 3 novembre. Le iscrizioni sono in corso. La verifica più importante, però, verrà dopo: osserveremo il lavoro delle scuole sui curricoli verticali, la progettazione delle unità di apprendimento, l’uso degli obiettivi specifici di apprendimento e la collaborazione fra docenti dei diversi gradi. Il monitoraggio non dovrebbe essere un controllo finale, ma un accompagnamento capace di restituire alle scuole elementi per migliorare la qualità della didattica”.
Le nuove Indicazioni nazionali hanno suscitato un dibattito sul rapporto tra autonomia delle scuole e prescrittività dei contenuti. Secondo alcune interpretazioni, il nuovo testo segnerebbe un ritorno a una concezione più vicina ai tradizionali programmi ministeriali. Le Indicazioni limitano l’autonomia delle scuole?
“Le Indicazioni nazionali non sono un ritorno ai programmi ministeriali. Offrono un orizzonte culturale comune e individuano riferimenti prescrittivi: le competenze attese, gli obiettivi generali del processo formativo e gli obiettivi specifici di apprendimento. Non prescrivono, però, un unico itinerario didattico. Le conoscenze indicate andranno assunte nella progettazione curricolare, senza ridurre l’insegnamento a una successione meccanica di argomenti. Il curricolo d’istituto nasce dalla responsabilità progettuale delle comunità professionali: nella scelta delle metodologie, nell’organizzazione dei saperi, nella cura dei contesti e delle persone. Autonomia non significa arbitrarietà, così come un quadro nazionale non significa uniformità. Direi anzi che l’autonomia trova il suo senso proprio nella capacità di interpretare pedagogicamente un riferimento condiviso. La questione decisiva non è compilare elenchi di contenuti, ma costruire esperienze di apprendimento significative”.
Il decreto-legge 170 del 30 settembre 2026 ha introdotto le denominazioni di «licei tecnologici» e «licei professionali» per gli attuali istituti tecnici e professionali. La Commissione da lei presieduta se ne occuperà?
“Il decreto-legge 170/2026 cambia le denominazioni degli istituti tecnici e professionali, ma non va letto come una semplice operazione nominale: interviene anche sul monte ore degli istituti tecnici. La Commissione da me presieduta è al lavoro per le Linee per i tecnici e professionali. C’è tuttavia una questione culturale che mi sta a cuore: non contrapporre formazione umanistica e formazione tecnico-scientifica. Le trasformazioni contemporanee richiedono competenza tecnica, ma anche padronanza linguistica, capacità critica, consapevolezza storica e responsabilità. Una buona scuola tiene insieme queste dimensioni”.
Il decreto-legge 170/2026 prevede, dall’anno scolastico 2027/28, l’introduzione facoltativa del «Latino per l’educazione linguistica» nella scuola secondaria di primo grado. Come evitare disuguaglianze nell’offerta facoltativa del latino? Sono previste iniziative di formazione per accompagnare l’introduzione del nuovo insegnamento e valorizzarne le potenzialità educative?
“So quanto Tuttoscuola abbia a cuore il destino del latino nella scuola italiana. Il latino per l’educazione linguistica può essere un’opportunità interessante, se non viene pensato come un’anticipazione del latino liceale. Il decreto-legge 170/2026 ne prevede l’introduzione facoltativa dall’anno scolastico 2027/2028, dal secondo anno della scuola secondaria di primo grado, per un’ora settimanale aggiuntiva, pari a 33 ore annue. Può aiutare i ragazzi a scoprire la storia delle parole, a osservare il funzionamento della lingua italiana e a riconoscere i legami fra lingue e culture. Proprio perché l’offerta è facoltativa, bisogna evitare che l’accesso dipenda dal territorio o dalle risorse della singola scuola. Servono indicazioni metodologiche comuni, attenzione particolare alle scuole delle aree interne e una formazione dei docenti accessibile a tutti. Su questo versante un accompagnamento metodologico sarebbe prezioso, e potrà essere considerato nell’ambito della programmazione istituzionale. Così come stiamo già lavorando sugli effetti sulla formazione dell’applicazione del D.Lgs. 7 ottobre 2026, n.179 sull’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento UE 2024/1689 che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale. Si tratta della sfida formativa più grande che gli insegnanti dovranno affrontare nei prossimi anni. Sarà necessario ripensare i modelli di formazione in modo pressocché integrale”.
La Direttiva 119/2026 ha ridefinito i requisiti per l’accreditamento degli enti di formazione e la qualificazione delle associazioni professionali e disciplinari. Qual è il senso del nuovo accreditamento?
“L’obiettivo è quello di innalzare la qualità senza impoverire il pluralismo. Università, associazioni professionali, enti di ricerca e altre realtà qualificate rappresentano una ricchezza per la scuola. Ma pluralismo e rigore non sono alternativi: occorrono proposte scientificamente fondate, formatori qualificati, coerenza tra obiettivi e metodologie, strumenti adeguati e attenzione agli esiti. La Direttiva 119 del 26 giugno 2026 rafforza l’attenzione alla qualità scientifica e progettuale degli enti, alla qualificazione dei formatori e alla coerenza dei piani formativi con le priorità nazionali. I requisiti e le condizioni operative devono essere applicati con rigore e trasparenza. La qualità, però, non coincide con la sola correttezza dei contenuti: conta anche la capacità di generare competenze che entrino nella pratica didattica. In questo senso, criteri trasparenti di accreditamento possono diventare una garanzia per gli insegnanti, non un mero adempimento amministrativo”.
La legge 107 del 2015 ha stabilito che la formazione in servizio dei docenti è «obbligatoria, permanente e strutturale». A oltre undici anni di distanza, tuttavia, questo principio non ha ancora trovato piena attuazione in un sistema organico di formazione continua, con impegni e modalità chiaramente definiti per tutti gli insegnanti. Come rendere effettiva e desiderabile la formazione continua?
“Il principio della formazione obbligatoria, permanente e strutturale è importante, ma da solo non costruisce un sistema. In oltre undici anni è mancato un quadro che definisse in modo chiaro impegni, tempi e modalità per tutti i docenti, e il rischio è che la formazione si riduca a un adempimento. La SAFI può contribuire offrendo questo quadro comune: le Linee triennali, un sistema di accreditamento più rigoroso, gli strumenti digitali di documentazione delle attività e la prospettiva dell’E-portfolio per valorizzare lo sviluppo professionale. Servono però anche condizioni organizzative, tempi, risorse e percorsi capaci di accompagnare le diverse fasi della carriera. Un docente all’inizio del servizio e uno con lunga esperienza non hanno gli stessi bisogni; allo stesso modo, la crescita individuale deve dialogare con quella della comunità scolastica. Un insegnante continua a formarsi perché esercita una professione intellettuale e umana, che richiede studio, riflessione e capacità di interrogare la propria esperienza. La formazione deve essere un diritto professionale e un’occasione di crescita, non soltanto un obbligo da assolvere. Anche per questo siamo al lavoro per ripensare i modelli formativi: immagino una formazione che renda felice l’insegnante, al termine della quale questi possa dire: ho messo a frutto il mio tempo e le mie energie. Porto a casa qualcosa che mi ha trasformato”.
Ha fatto riferimento all’E-portfolio del docente, uno strumento che può essere molto interessante. Il DM 19 ottobre 2022, n. 277, all’articolo 4, comma 2, lo richiama; le precedenti Linee triennali della SAFI hanno poi descritto l’E-Portfolio personale come strumento per documentare la crescita professionale e i risultati dei percorsi di formazione. Quale ruolo avrà l’E-portfolio docente?
“Spero che l’E-portfolio diventi molto più di un contenitore di attestati. Può aiutare ciascun docente a documentare esperienze, competenze, sperimentazioni e risultati, ma anche a riflettere sul significato del proprio percorso. L’eventuale integrazione con gli attestati dei percorsi registrati su SOFIA dovrà essere precisata nelle modalità attuative. È ragionevole pensare a una valorizzazione anche delle esperienze formative maturate presso università ed enti qualificati, distinguendo però attestazioni, certificazioni e riconoscimenti secondo criteri condivisi. Tempi, modalità di attivazione e valore formale delle evidenze dovranno essere chiariti dai provvedimenti competenti. Dal punto di vista pedagogico, il valore dell’E-portfolio è questo: non soltanto mostrare ciò che si è fatto, ma comprendere come si è cresciuti e quali nuove responsabilità professionali si è pronti ad assumere”.
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