Francesco Fiumarella: ‘Sogno una scuola che introduca sistemi di valutazione qualitativa e premialità’
Di Sara Morandi
Francesco Fiumarella è una figura di spicco nel panorama culturale ed artistico italiano, sia come talent scout che come autore e direttore del rinomato “Premio Vincenzo Crocitti International”. Questo prestigioso riconoscimento è diventato un simbolo di resistenza culturale e di autentica meritocrazia, premiando esclusivamente il talento vero e il valore artistico. La sua missione si fonda sulla necessità di creare uno spazio libero e trasparente dove il merito artistico possa emergere offrendo visibilità a chi spesso rimane nell’ombra. La visione di Fiumarella si estende anche al sistema educativo, dove sogna una scuola che vada oltre i tradizionali criteri di valutazione. Egli immagina un’istituzione che introduca sistemi di valutazione qualitativa e premialità, capaci di incentivare la crescita personale e formare esseri umani consapevoli, non solo studenti preparati. La sua scuola ideale si fonda su una forte integrazione tra teoria e pratica, con un focus sull’emergere del talento individuale e sullo sviluppo delle capacità personali, preparando così i giovani ad affrontare con successo le sfide del futuro.
“Il Premio Vincenzo Crocitti International” è diventato un simbolo di resistenza culturale e meritocrazia. Come è stata sviluppata questa visione e quali sono state le sfide principali nel promuovere un sistema basato esclusivamente sul talento autentico?
“Il Premio Vincenzo Crocitti International, noto anche come “il Vince”, che assegna i Vince Award, riconoscimenti unici anche a livello internazionale, nasce da una visione molto precisa, maturata in oltre vent’anni di esperienza e di grande impegno personale: difendere e promuovere la meritocrazia artistica reale. In un sistema dove spesso entrano in gioco dinamiche che noi ignoriamo, favoritismi, preferenze, e a volte anche scelte imposte da quanti hanno potere e voce in merito in questi ambiti, ho sentito il bisogno di creare uno spazio libero, trasparente e credibile. La mia è diventata nel tempo una vera e propria missione culturale. Cerchiamo di superare le logiche usuali; il premio non si basa su favoritismi, ma esclusivamente sul valore, sul talento, sui sacrifici degli artisti e sulla loro umiltà di restare con i piedi per terra anche quando riescono a raggiungere altissimi traguardi. La soddisfazione più grande, anche a livello personale, è vedere negli occhi di chi riceve il premio una felicità autentica. Spesso mi dicono che è come ricevere un piccolo “Oscar”, non per importanza, ma per il significato: sentirsi finalmente riconosciuti nel proprio Paese. Io cerco di fare proprio questo: dare visibilità a chi è nell’ombra, a chi lavora con passione, a chi è privato del giusto spazio per emergere. E quando poi scopriamo che alcuni premiati, dopo il riconoscimento, hanno intrapreso percorsi importanti o fatto carriera, quella è la vittoria più grande. Perché significa che credere nel talento vero non è scontato, ma è necessario; e qualcuno deve farlo”.
Nel selezionare i vincitori del Premio, quali criteri specifici vengono utilizzati per distinguere tra talenti emergenti e figure già affermate nel panorama artistico? Come riesce a bilanciare queste due categorie all’interno dello stesso evento?
“La selezione è frutto di un lavoro attento e coerente con i valori del premio. Non guardiamo solo alla notorietà, ma alla qualità, autenticità e percorso umano e artistico. Per i talenti emergenti, il focus è sul potenziale, sulla verità espressiva e sulla capacità di trasmettere emozioni. Per le figure affermate, invece, valutiamo il contributo concreto al proprio settore, la continuità e l’esempio che rappresentano. Il bilanciamento tra queste due realtà è fondamentale: da una parte premiamo chi ha già costruito qualcosa di importante, dall’altra diamo spazio a chi merita di emergere. È proprio questo incontro tra esperienza e nuove energie a rendere il premio vivo, dinamico e utile”.
“Il Premio Vincenzo Crocitti International” mira a creare sinergie e opportunità concrete per gli artisti. Ci sono storie di successo o aneddoti particolari che potrebbero essere condivisi su come il premio ha influenzato positivamente la carriera di alcuni premiati?
“Assolutamente sì. Negli anni abbiamo visto artisti che, dopo aver ricevuto il premio, hanno avuto accesso a nuove opportunità, collaborazioni e contesti professionali più ampi. Ma ciò che mi rende davvero orgoglioso è il valore umano delle connessioni che si creano. Il premio non è solo un riconoscimento, è un punto di incontro reale tra persone che condividono passione, sacrificio e visione. Quando poi veniamo a sapere che qualcuno, dopo essere stato premiato, ha fatto un salto di qualità nella propria carriera, per noi è una gioia immensa. Significa che guardare davvero al merito, senza scorciatoie, può fare la differenza nella vita delle persone”.
Immaginiamo la sua scuola ideale: come sarebbe strutturata e quali aspetti fondamentali includerebbe per garantire una buona preparazione per i giovani del futuro?
“La mia scuola ideale si fonda su un equilibrio concreto tra teoria e pratica. Oggi in Italia si investe circa il 4% del PIL nell’istruzione, contro una media europea di circa il 5%, e questo divario si traduce in meno opportunità, meno strumenti e meno valorizzazione del talento. Ritengo che almeno un 60% del percorso formativo debba essere orientato a competenze pratiche e sviluppo delle capacità individuali, mentre il restante 40% deve consolidare le basi teoriche e culturali. La scuola deve preparare alla vita reale, non solo agli esami. Se fossi un insegnante, il mio primo obiettivo sarebbe capire il reale interesse dello studente, carpire la sua inclinazione naturale per indirizzarlo nel modo giusto. Se uno studente non è portato per la matematica ma ha una forte sensibilità per le materie umanistiche o artistiche, è lì che bisogna investire. Ogni individuo ha un talento, e il compito della scuola è farlo emergere. All’estero, in molti sistemi educativi, il tasso di diplomati supera l’85-90%, mentre i laureati si attestano intorno al 40-50%, con percorsi molto più flessibili e orientati alle competenze. Nei college, soprattutto nei modelli anglosassoni, esiste una forte integrazione tra studio, attività pratiche e sport: anche chi è fortemente portato per lo sport deve comunque mantenere standard formativi adeguati per poter accedere a realtà professionistiche importanti. Questo dimostra quanto sia fondamentale un sistema equilibrato. In Italia, invece, spesso si tende a etichettare: chi non eccelle nel sistema tradizionale viene visto come “meno capace”. È un errore gravissimo. Non mi è mai piaciuto che uno studente venga considerato un “nullafacente” solo perché non rientra in certi parametri. Ognuno nasce con un’intelligenza, ma va stimolata, compresa e valorizzata. Gli insegnanti, maestre, maestri, professori e professoresse, hanno una responsabilità enorme, soprattutto nelle scuole primarie, dove i ragazzi trascorrono gran parte del loro tempo e costruiscono la propria identità. Non devono fare differenze tra chi è più o meno portato allo studio, ma devono accogliere, motivare e guidare, senza mai “abusare” del proprio ruolo. La scuola deve diventare un luogo dove i ragazzi hanno voglia di andare, dove si sentono compresi e stimolati. Anche il sistema dei voti, a mio avviso, andrebbe rivisto: i numeri spesso demoralizzano. Sarebbe più efficace introdurre sistemi di valutazione qualitativa e premialità, capaci di incentivare la crescita. Formare significa costruire esseri umani consapevoli, non semplicemente studenti preparati. E questo è il vero investimento per il futuro. I sistemi tecnologici e multimediali hanno stravolto molte cose. E non si può negare che nella formazione aiutano tantissimo. Si pensi alla Didattica a Distanza che in tempi difficili, come abbiamo visto, ha permesso la continuità delle lezioni. Ed anche le università telematiche che consentono praticamente a tutti, anche a coloro che vivono in luoghi isolati, di accedere a percorsi professionalizzanti. Cosa impensabile fino a decenni orsono. Però c’è ancora poca capacità applicativa in ambito scolastico ed universitario dell’enorme potenziale offerto dal progresso. Penso che anche i Dirigenti scolastici ed insegnanti dovrebbero incentivare metodi innovativi. L’uso della AI invece la vedo utile da una parte ma un rischio dall’altra. Occorre fare attenzione. Molta; specie per i giovanissimi. Le relazioni scuola-famiglia a mio avviso sono fondamentali e le scuole dovrebbero favorire gli interscambi e la presenza adeguata. Ma non come avviene spesso adesso. Con più ascolto vero delle necessità delle famiglie da parte del sistema scolastico. Gli spazi scolastici dovrebbero essere più sfruttati nell’arco della settimana, non solo per lo studio ma per realizzare incontri, conferenze, convegni, rappresentazioni culturali e artistiche, concerti, sport. Biblioteche aperte h24. Insomma spazi fruibili da tutti, non sporadicamente solo da alcuni privilegiati. A mio avviso si potrebbe fare davvero tanto. I giovani, da sempre sono la continuità. I giovanissimi del presente saranno gli uomini e donne del futuro. Come non comprendere, visto i super veloci cambiamenti in atto, nel mondo, quanto sia importante formarli ad affrontare con responsabilità, coerenza, umanità, onestà e valori di pace e amore ogni percorso dell’esistenza di vita? Ciò deve avvenire in ogni ambiente in cui crescono e cresceranno, dalla famiglia agli asili nido, le scuole dalle primarie alle superiori, ai percorsi universitari ed accademici, nella politica, nelle parrocchie, nelle associazioni civiche e culturali, in ambito sportivo, musicale, teatrale, cinematografico ed artistico a 360°. Tutti siamo coinvolti. E se vogliamo davvero creare un mondo migliore dobbiamo credere fortemente che lavorando tutti con sincerità, solidarietà e impegno reciproco ciò sarà possibile ed i sogni, di tutti, non saranno solo sogni ma potranno diventare realtà. Ed in tutto ciò la scuola ha un’importanza fondamentale. Ecco questo è il mio umilissimo pensiero, e ringrazio molto per questa intervista che mi ha permesso di esprimere alcune mie opinioni. Auspicando trovino interesse e condivisione. Sono sempre disponibile per ogni approfondimento. Grazie a te, Sara, come sempre e a “Tuttoscuola””.
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