Francesca Inaudi: ‘Sogno una scuola capace di coltivare e valorizzare l’intelligenza emotiva allo stesso modo di quella intellettuale’
Di Sara Morandi
Francesca Inaudi, con la sua presenza magnetica e il talento versatile, è un’attrice italiana che ha saputo conquistare il cuore del pubblico attraverso interpretazioni intense e sfumate sia sul palcoscenico che sul grande schermo. Nel film “Amici comuni”(disponibile su Paramount), interpreta Giulia, un personaggio complesso che si trova a fare i conti con le proprie emozioni in un intreccio di relazioni e sentimenti che mettono a nudo l’animo umano. La sua capacità di dar vita a personaggi ricchi di umanità e introspezione è il risultato di un attento lavoro di sottrazione, che permette di esplorare tutte le sfumature della complessità umana.
Nel corso di una carriera ricca di esperienze significative, Francesca ha tratto un’enorme ispirazione dai suoi anni alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, dove ha incontrato maestri come Giorgio Strehler, e ha arricchito il suo percorso artistico attraverso collaborazioni con registi di talento come Paolo Virzì e Cristina Comencini. Ogni incontro, sia con il pubblico che con i colleghi, è per lei una preziosa occasione di crescita e scambio.
Francesca immagina una scuola del futuro che coltivi l’intelligenza emotiva al pari di quella intellettuale, un’istituzione olistica in grado di nutrire la sensibilità e l’unicità di ogni studente. La sua scuola ideale valorizzerebbe le differenze come risorse, promuovendo un ambiente in cui il pensiero critico e la curiosità possano fiorire. In questo spazio educativo, l’insegnante non sarebbe un giudice, ma un compagno di viaggio nello scambio reciproco delle conoscenze. Francesca sogna un luogo dove il ritmo di apprendimento rispetti i tempi individuali, in un contesto verde e aperto, capace di offrire momenti di riflessione e di pausa. Un luogo dove, attraverso il rispetto reciproco, si possa riconoscere che tutti abbiamo sempre qualcosa da imparare gli uni dagli altri.
Nel film “Amici comuni” interpreta Giulia, una donna che deve affrontare una complessa spirale emotiva nel contesto del matrimonio imminente di un’amica. Come ha lavorato per entrare in sintonia con il suo personaggio e quali sfide ha incontrato nel dare vita a Giulia sul grande schermo?
“Ogni personaggio presenta sfide differenti e la più grande è sempre quella di individuare quali sono i tratti fondamentali che caratterizzano quello specifico essere umano e lavorare poi a togliere tutte le componenti di sé che non gli appartengono. Nel caso di Giulia era difficile mantenere l’equilibrio di un personaggio che in qualche modo fa da perno agli altri tre: poteva facilmente ergersi a giudice e carnefice e invece sceglie di andare a guardare anche la propria miseria, per poter poi perdonare e superare anche quelle degli altri. La bellezza e la ricchezza di fare questo lavoro è proprio la libertà di esplorare e sperimentare tutte le sfumature della complessità umana”.
Ha avuto una carriera ricca di esperienze, sia in teatro che al cinema. Guardando indietro, quali sono stati i momenti più significativi della sua carriera che hanno contribuito a formarla come attrice e come persona?
“Sicuramente prima di tutto i miei tre anni alla scuola del Piccolo teatro di Milano e l’incontro con Giorgio Strehler sono stati segnanti e formativi di una struttura e di una forma mentis che mi sono portata dietro per tutto il resto della mia carriera. Poi ho sempre considerato ogni incontro con ogni regista con cui ho avuto il privilegio di lavorare come la possibilità di un arricchimento e della scoperta di luoghi emotivi differenti, di modalità di comunicazione e di confronto differenti. L’ incontro fondamentale resta quello quotidiano con il pubblico; che sia la persona che mi ferma per strada per condividere con me gli effetti del mio lavoro, o sia il pubblico in un teatro, quello è lo scambio necessario e vitale senza il quale la mia professione non esisterebbe”.
Nel corso degli anni, ha lavorato con diversi registi, come Paolo Virzì e Cristina Comencini. C’è un regista o un attore con cui non ha ancora collaborato e con cui le piacerebbe lavorare in futuro? E cosa cerca in una collaborazione artistica che la ispira?
“Mi piacerebbe molto lavorare con Michela Andreozzi. Stimola il suo sguardo e la delicatezza con cui è in grado di trattare temi anche non facili con una mano estremamente rispettosa dell’anima dei personaggi. Intreccia con apparente facilità, leggerezza e profondità e questo è un grande dono. Cerco in una collaborazione artistica uno scambio se non paritario sicuramente non univoco; la creazione è uno scambio, un flusso e un mettere in gioco costante il proprio punto di vista a favore di quello dell’altro. Non mi interessa necessariamente affermare il mio sguardo o il mio modo di vedere le cose, quanto trovare un punto d’incontro tra il mio e quello dell’altra persona a favore di un’altra prospettiva ancora, nuova e magari diversa per entrambi”.
Immagini di poter creare la sua scuola dei sogni: come la progetterebbe e quali valori e competenze vorrebbe che trasmettesse agli studenti?
“Immagino una scuola capace di coltivare e valorizzare l’intelligenza emotiva allo stesso modo di quella intellettuale, una scuola olistica, preparata a nutrire e alimentare la sensibilità sottile con cui i bambini ormai si affacciano a questo mondo: senza filtri eppure spesso così poco protetti. Una scuola che consideri le differenze come una risorsa preziosa, le nutra e alimenti come un valore anziché conformarle a una struttura predefinita. Una scuola che di quelle differenze si arricchisca per potersi mettere in discussione. Penso a un ambiente dove lo sviluppo del pensiero critico offra anche spazi e tempi adeguati per coltivare la curiosità, la meraviglia e una relazione più consapevole con il percorso di apprendimento del singolo. Dove chi sta in cattedra non si erga a giudice e carnefice del futuro ma in uno scambio reciproco sia specchio delle possibilità che questo può riservare. Perché il rispetto reciproco credo passi anche da questo, dal poter riconoscere che nella scuola della vita abbiamo sempre tutti qualcosa da imparare gli uni dagli altri. Immagino che almeno la scuola in un mondo ormai così inutilmente veloce, possa mirare a un respiro più lento, più rispettoso del ritmo e del tempo di cui le giovani anime e le giovani menti hanno necessità, per potersi comprendere e contenere. Una scuola più verde, più all’aperto, con spazi per respirare, confrontarsi, ascoltare e ogni tanto, letteralmente, fermarsi”.
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