Angelo Ruta: “Sogno una scuola come un grande campo di calcio in cui si cresce imparando a fare squadra”

Di Sara Morandi

Ogni epoca ha i suoi artisti iconici, ma solo pochi riescono a trascendere il tempo e lo spazio con la loro arte. Angelo Ruta è uno di questi, un autore e illustratore che ha saputo trasformare la musica di Francesco De Gregori in un viaggio visivo affascinante e senza confini. Con la sua straordinaria sensibilità e bravura, Ruta ha collaborato con Carthusia Edizioni per creare un libro silenzioso che offre un’esperienza di lettura unica, dove la musica non viene ascoltata, ma vista attraverso potenti immagini poetiche. Il suo progetto editoriale, “Cantando con gli occhi”, è frutto di una collaborazione con Patrizia Zerbi, editrice di Carthusia, e Claudio Corbino, presidente dell’Associazione Diplomatici. Insieme, hanno dato vita a un’opera che esplora la poetica di De Gregori, trasportando i lettori in un mondo immaginario popolato dai personaggi delle sue canzoni più celebri. Questo silent book, parte della collana “Nuovi Orizzonti”, rappresenta un viaggio visivo che attraversa la complessità dell’esistenza umana, rendendola accessibile a tutte le generazioni. Ma oltre alla sua opera artistica, Angelo Ruta sogna una scuola per i giovani del futuro. Una scuola che, per lui, somiglia a un grande campo di calcio, dove si impara a fare squadra, a rispettare le regole, e a crescere insieme agli altri. Questa visione di comunità e collaborazione rappresenta il cuore del suo sogno educativo, un luogo in cui ogni giovane può allenarsi per raggiungere i propri obiettivi, imparando dagli errori e celebrando i successi condivisi. Questa è la scuola dei sogni di Angelo Ruta, un luogo dove il futuro si costruisce insieme, passo dopo passo, con impegno e passione.

Nei suoi silent book riesce a trasformare la musica di Francesco De Gregori in un viaggio visivo. Quali sono le sfide principali nel tradurre la dimensione sonora e poetica di un cantautore in immagini silenziose?

“Innanzitutto quella di non tradire il testo poetico della canzone e allo stesso tempo aggiungere qualcosa di nuovo. Per non sentirmi dire da chi guarda il libro per la prima volta: “Me l’aspettavo proprio così”. Inevitabilmente una canzone (ma anche una poesia) si sovrappone alla nostra esperienza; parla a tutti, è vero, ma parla anche a ciascuno come se fosse stata scritta per lui. Io ho cercato di far emergere il mio immaginario collegato alle canzoni”.

Nel progetto “Cantando con gli occhi”, ha lavorato a stretto contatto con figure come Patrizia Zerbi e Claudio Corbino. Come ha influito questa collaborazione sul processo creativo e sul risultato finale del libro?

“Lavorare confrontandosi con un autore o con l’editore è indispensabile per arrivare a un buon risultato. A me capita già nel far vedere le prime bozze; capisco subito se un’immagine non arriva, se dev’essere modificata o rifatta. Da questo punto di vista Patrizia ha uno sguardo acuto, mi fido molto del suo giudizio e prendo sul serio tutte le osservazioni che mi pone quando guarda i disegni”.

La sua proposta di esplorare la poetica di De Gregori attraverso immagini si basa sull’idea che i personaggi delle canzoni continuino a vivere dopo che la musica finisce. Può condividere con noi come ha deciso di rappresentare questo concetto nelle sue tavole?

“Seguire i personaggi dopo le canzoni mi ha consentito di creare un percorso narrativo, di scorrere le pagine seguendo una storia. Ci sono immagini in cui si incontrano personaggi di due canzoni diverse, che niente hanno a che fare l’uno con l’altro; eppure sono lì, e funzionano insieme. Senza questo espediente avrei corso il rischio di creare una serie di immagini autonome, ciascuna chiusa in sé”. 

Come immagina la sua scuola dei sogni per i giovani del futuro?

“La mia scuola dei sogni è come un grande campo di calcio, ci si allena tutti per fare goal ma… Prima di riuscirci quanti palloni non vanno a segno! È una scuola dove si impara a fare squadra, a rispettare le regole, a crescere insomma. Crescere insieme agli altri, ecco, forse è questa cosa qui”.

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