La scuola del governo più longevo
Il 4 settembre 2026 il governo Meloni ha celebrato il record di durata continuativa in carica tra tutti i 68 esecutivi alternatisi nel dopoguerra: 1.413 giorni, uno in più del secondo governo Berlusconi, corrispondenti a 3 anni, 10 mesi e 13 giorni dal momento del giuramento, avvenuto il 12 ottobre 2022. Uguale la durata in carica dei ministri, con l’eccezione di due dimissionari (Gennaro Sangiuliano e Daniela Santanchè), sostituiti senza crisi di governo.
Nel caso dell’istruzione (ministro Giuseppe Valditara) non siamo però in presenza di un record di durata, perché ci sono ben 6 ministri che lo precedono: nell’ordine Luigi Gui (6 anni e 4 mesi dal 1962 al 1968), Guido Gonella (5 anni dal 1946 al 1951), Letizia Moratti (4 anni e 11 mesi dal 2001 al 2006), Franco Maria Malfatti (4 anni e 9 mesi dal 1973 al 1978), Franca Falcucci (4 anni e 8 mesi dal 1983 al 1987), Luigi Berlinguer (quasi 4 anni dal 1996 al 2000). Da notare che, con l’eccezione di Letizia Moratti, questi ministri esercitarono il loro incarico continuativamente, ma facendo parte di governi con presidenti del Consiglio diversi, come accadeva nella cosiddetta prima Repubblica (48 governi tra il 1948 e il 1994). Evidentemente, a dispetto dell’instabilità dei governi, esisteva la consapevolezza del fatto che le politiche scolastiche richiedevano invece stabilità e tempi lunghi per essere efficaci.
I citati ministri dell’istruzione ebbero in effetti il tempo, pur con le interruzioni tra un governo e l’altro, per realizzare iniziative importanti: Gonella la ricostruzione del sistema scolastico, sia pure non nella misura da lui auspicata; Gui la riforma della scuola media unica; Malfatti i “decreti delegati” e la gestione sociale della scuola; Falcucci l’inclusione scolastica e alcune premesse per la riforma della scuola secondaria superiore; Moratti la riforma complessiva della scuola e dell’università; Berlinguer l’autonomia delle scuole.
Si potrà dire lo stesso di Giuseppe Valditara? Per cosa sarà ricordato se, in ipotesi, la sua esperienza governativa si concludesse con l’attuale legislatura? Il ministro ha diffuso in un video un puntuale bilancio. Indubbiamente si è mosso su più fronti, talvolta con tempestività, come accaduto ad esempio sui diplomifici: poche ore dopo l’uscita del primo dossier-denuncia di Tuttoscuola Valditara ha annunciato un piano di ispezioni e una stretta nella normativa, poi realizzati. Ha agito sulla filiera tecnologico-professionale, 4+2, ITS Academy. E poi disciplina, consenso informato, nuove Indicazioni Nazionali, riforma (finora mancata) dell’istruzione tecnica quinquennale. E altro.
La sua azione si è svolta in un quadriennio di sostanziale stabilità politica interna, con una solida maggioranza parlamentare. E soprattutto è stata spinta dal PNRR. Mai si era vista un’ondata di investimenti così alta per il sistema di istruzione, concentrata in pochi anni, e difficilmente si riverificherà nei prossimi anni. Condizioni per certi versi ideali, dal punto di vista dello scenario di governo. E cosa potrà accadere in coda alla legislatura?
Le elezioni nel 2027 si terranno tra la seconda metà di aprile e i primi di ottobre. Valditara ha ancora tra 7 e 12 mesi di lavoro davanti a sé: potrà probabilmente implementare ciò che ha già avviato, è difficile che faccia qualcosa di nuovo e importante (ma non è da escludere che possa mettere mano a un settore strategico come quello dell’istruzione degli adulti). Ci sarà tempo al momento opportuno per un bilancio approfondito. Sin d’ora si può dire che se riuscirà a realizzare una vera e radicale (non solo teorica) personalizzazione dei percorsi di studio, un’idea forte del suo programma, sarà ricordato per questo. Ma ciò potrà accadere ormai solo se il centro-destra di Giorgia Meloni rivincerà le elezioni.
Se invece il quadro politico mutasse, e prevalesse l’attuale opposizione (il cui programma di politica scolastica è peraltro, al momento, del tutto indefinito, ma assai critico verso quello del governo Meloni), l’opera di Valditara rischierà di restare in parte incompiuta, almeno sui punti più rilevanti, e sarà ricordata come quella di un riformista conservatore: riformista per quanto riguarda gli ordinamenti, conservatore sotto il profilo culturale per il suo marcato “occidentalismo” e per l’accento sull’identità nazionale.
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