Superiori, cambia la geografia della scuola/3: cambia anche l’organizzazione della scuola, e non solo

Il fenomeno non riguarda soltanto il numero degli iscritti. Se cambia il territorio nel quale si concentrano gli studenti, cambia inevitabilmente anche la domanda di scuola.

Dove gli studenti aumentano servono più classi, più spazi e più docenti. Dove diminuiscono si riduce il fabbisogno di classi e cattedre e aumenta la pressione sulla rete scolastica, anche attraverso i processi di dimensionamento e accorpamento delle autonomie.

Il progressivo spostamento del baricentro degli studenti si traduce inevitabilmente quindi in una diversa distribuzione territoriale delle risorse del sistema di istruzione: più aule e cattedre necessarie nelle aree in crescita, minori fabbisogni e maggiore pressione sul dimensionamento della rete nelle aree che perdono popolazione scolastica.

Ma gli effetti potrebbero non fermarsi alla scuola.

Meno studenti oggi, meno giovani meridionali qualificati domani?

I 73 mila studenti in meno nelle superiori del Mezzogiorno rappresentano anche una riduzione della platea potenziale di giovani che nei prossimi anni conseguiranno un diploma, accederanno all’università o alla formazione terziaria ed entreranno nel mercato del lavoro.

Ed è proprio qui che alla questione demografica si sovrappone un secondo fenomeno: la mobilità dei giovani qualificati dal Mezzogiorno verso il resto d’Italia e verso l’estero.

I dati Istat più recenti sono particolarmente significativi. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha registrato una perdita netta di circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: 122 mila nel saldo dei trasferimenti verso il Centro-Nord e altri 28 mila nel saldo con l’estero.

Il Mezzogiorno rischia così un doppio impoverimento del proprio capitale umano: da una parte generazioni meno numerose arrivano nelle scuole e successivamente nel mercato del lavoro; dall’altra, una parte dei giovani che raggiungono i livelli più elevati di istruzione trasferisce la propria residenza verso le regioni centro-settentrionali o all’estero.

Si profila un possibile meccanismo cumulativo: meno nascite, meno studenti, una platea futura più ridotta di diplomati e laureati e, successivamente, la perdita di una parte dei giovani qualificati.

Non è soltanto una questione scolastica. È una questione di capitale umano.

Il Mezzogiorno rischia di diventare anche più vecchio

A rendere ancora più delicato il quadro sono le previsioni demografiche dell’Istat.

Il processo di spopolamento interesserà progressivamente tutto il Paese, ma con intensità molto differenti. Secondo lo scenario mediano dell’Istat, entro il 2050 il Mezzogiorno potrebbe perdere 3,4 milioni di residenti, mentre per il Nord la diminuzione nello stesso arco temporale sarebbe di circa 200 mila persone.

Cambierà profondamente anche la struttura per età. Il Mezzogiorno, che oggi presenta ancora un profilo mediamente più giovane, potrebbe passare da un’età media di 45,8 anni nel 2024 a 51,6 anni nel 2050, superando sia il Nord (50,2 anni) sia il Centro (51,2).

Nello stesso tempo diminuirà in tutta Italia la popolazione in età lavorativa: secondo lo scenario mediano Istat, i 15-64enni potrebbero rappresentare nel 2050 soltanto il 54,3% della popolazione.

La fotografia delle scuole superiori potrebbe dunque anticipare una trasformazione assai più ampia.

C’è però un ultimo elemento che induce a non leggere il fenomeno come una semplice contrapposizione tra un Nord demograficamente forte e un Sud in declino. Dal 2009 la denatalità ha investito anche il Centro-Nord. Oggi il calo delle nascite riguarda l’intero Paese e nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso, secondo le stime provvisorie Istat, al minimo di 1,14.

Le generazioni meno numerose nate dopo il 2009 stanno progressivamente entrando nel sistema scolastico e i loro effetti sono destinati a farsi sentire anche nelle regioni che nel decennio 2015-2024 hanno visto aumentare gli studenti delle superiori.

La questione dei prossimi anni, quindi, non sarà soltanto quanti studenti perderà la scuola italiana, ma dove li perderà di più e quali territori riusciranno a compensare almeno in parte la denatalità attraverso i movimenti della popolazione.

Perché dietro la nuova geografia delle scuole superiori si intravede già un pezzo della futura geografia demografica, sociale ed economica del Paese.

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