Docenti, trovarli dove servono è sempre più difficile. Il vero nodo? Rendere di nuovo attrattivo insegnare
Ogni settembre torna la corsa per coprire le cattedre, con difficoltà particolari in alcuni territori, discipline e sul sostegno. Ma dietro i problemi di reclutamento e assegnazione c’è una questione più profonda: la capacità della professione docente di attrarre persone preparate e motivate. Le indagini più recenti raccontano una categoria ancora fortemente legata al proprio lavoro, ma alle prese con scarso riconoscimento economico e sociale, burocrazia e limitate prospettive professionali. Se il problema è strutturale, anche le soluzioni devono cambiare.
La vigilia di un nuovo anno scolastico, quando si torna – almeno si spera – più freschi e riposati dopo un periodo di vacanza, può essere il momento propizio per affrontare questioni complesse e avanzare qualche proposta, prima che l’emergenza quotidiana riprenda il sopravvento.
Una di queste riguarda i docenti.
Ogni anno si ripetono le stesse domande: quante cattedre rimarranno scoperte? Quante supplenze saranno necessarie? Dove mancheranno insegnanti di sostegno? Quali classi di concorso avranno difficoltà a trovare candidati?
Ma forse occorre cominciare a guardare più “a monte”. Perché il problema non è soltanto trovare un docente per ogni classe, ma riuscire ad avere, dove servono, persone preparate e dotate delle competenze necessarie per un mestiere diventato sempre più complesso.
La domanda è allora inevitabile: quanto è ancora attrattiva la professione docente?
Una professione amata da chi la fa, ma poco valorizzata
Una risposta interessante arriva dalla ricerca “Essere insegnanti oggi. Indagine su una rinnovata professionalità docente”, promossa da CISL Scuola e Tuttoscuola con la Fondazione Ezio Tarantelli, sulla base di un’indagine che ha raccolto circa 10 mila risposte.
Ne emerge una contraddizione significativa. Oltre il 70% indica convinzione, passione e desiderio di contribuire alla crescita degli studenti tra le motivazioni della propria scelta professionale e quattro docenti su cinque si dichiarano soddisfatti del proprio lavoro. Ma quasi uno su due si dice deluso rispetto alle aspettative iniziali. A pesare sono soprattutto burocrazia, basse retribuzioni, scarso riconoscimento sociale e limitate prospettive di carriera.
Indicazioni tutto sommato convergenti arrivano dalla quarta indagine nazionale sui docenti italiani, “In costante divenire: insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali”, curata da Gianluca Argentin e realizzata nel 2025 dall’Università di Milano-Bicocca con Be for Education Foundation e Istituto IARD. Quasi 10 mila docenti hanno partecipato a una approfondita rilevazione che riprende una serie storica iniziata nel 1990 e proseguita nel 1999 e nel 2008.
La ricerca descrive una professione profondamente trasformata nell’arco di 35 anni, chiamata a misurarsi con impegni e contesti sempre più plurali. Anche i percorsi di ingresso risultano lunghi ed eterogenei: l’età mediana del primo incarico è di 29 anni e il passaggio dal primo incarico all’assunzione stabile può essere caratterizzato da una lunga attesa.
Il punto, dunque, non sembra essere una fuga generalizzata di chi già insegna. Il rischio è un altro: che diventi sempre più difficile convincere nuove persone preparate che valga la pena scegliere questo mestiere.
Se la carenza è strutturale, servono nuove strade per diventare insegnanti
Proprio da questa constatazione parte la dirigente scolastica Paola Pasqualin nell’intervento pubblicato su Tuttoscuola, “Una scuola senza docenti. Come rendere più attrattiva la professione?”.
La prima proposta riguarda in particolare la scuola primaria, dove in alcuni territori la difficoltà di reperire docenti è ormai strutturale. Pasqualin propone di valutare, almeno sperimentalmente, un percorso abilitante alternativo di un anno per laureati provenienti da ambiti coerenti, come Psicologia, Scienze dell’educazione, Pedagogia e discipline affini.
Non una scorciatoia rispetto alla laurea quinquennale in Scienze della formazione primaria, ma un percorso intensivo e selettivo nel quale formazione e lavoro sul campo procedano insieme: tirocinio nelle classi, tutoraggio, osservazione, didattica, pedagogia, inclusione, valutazione e gestione del gruppo. L’idea parte anche da un paradosso: in presenza di graduatorie esaurite, persone prive della preparazione specifica possono già essere chiamate come supplenti. Perché allora non costruire un percorso strutturato per formare e selezionare professionalmente alcune di queste risorse?
Sul sostegno: cattedre miste e competenze diffuse
Una seconda proposta riguarda il sostegno: rafforzare la preparazione inclusiva di tutti gli insegnanti e sperimentare “cattedre miste”, nelle quali lo stesso docente svolga una parte dell’orario sul sostegno e una parte su posto comune.
L’obiettivo sarebbe aumentare la corresponsabilità dell’intero team nell’inclusione e ridurre la separazione tra docente curricolare e docente di sostegno. A questo potrebbero affiancarsi équipe con competenze psicologiche, pedagogiche, didattiche e metodologiche a supporto delle situazioni più complesse. Se ne parla anche nel nostro approfondimento in questo numero della newsletter.
Tempo di lavoro, carriera e retribuzioni
Il ragionamento investe poi l’organizzazione della professione. Una possibilità è utilizzare maggiormente alcuni periodi di sospensione delle lezioni per concentrare formazione, programmazione e progettazione, alleggerendo i mesi di attività didattica dalla sovrapposizione tra lezioni, corsi, progetti, riunioni e adempimenti.
Ma a una diversa organizzazione dovrebbe corrispondere un trattamento economico adeguato e maggiori prospettive di sviluppo professionale. È una richiesta che emerge anche dalla ricerca CISL Scuola-Tuttoscuola-Fondazione Tarantelli: il 41% indica meccanismi di sviluppo professionale con ricadute retributive tra gli interventi auspicati, mentre il 37% chiede una riduzione del carico burocratico.
La proposta Tuttoscuola: un Fondo per aumentare le retribuzioni
Proprio sul versante economico si inserisce anche una proposta avanzata da Tuttoscuola: istituire un Fondo patrimoniale nazionale per la valorizzazione dei docenti, alimentato volontariamente da imprese, fondazioni, Terzo settore e cittadini, i cui rendimenti possano generare risorse aggiuntive e stabili per integrare le retribuzioni degli insegnanti.
Non un’alternativa all’investimento pubblico e alla contrattazione, ma uno strumento complementare per coinvolgere la società in un investimento sulla professione docente, garantendo che le risorse private siano aggiuntive rispetto a quelle dello Stato e senza alcuna interferenza dei finanziatori sull’autonomia della scuola. Un’ipotesi da discutere, ma che affronta direttamente uno dei nodi dell’attrattività: alla crescita delle competenze e delle responsabilità richieste agli insegnanti deve corrispondere anche un maggiore riconoscimento economico.
La proposta di Tuttoscuola sul Fondo patrimoniale per i docenti
Non basta trovare qualcuno per coprire la cattedra
Le strade indicate sono diverse: nuovi percorsi abilitanti per laureati in discipline affini dove mancano candidati, cattedre miste tra sostegno e posto comune, équipe multidisciplinari, diversa organizzazione dei tempi di formazione e progettazione, sviluppo professionale e migliori retribuzioni.
Non tutte sono immediatamente praticabili e alcune richiederebbero modifiche normative e un confronto approfondito. Ma hanno il merito di spostare la discussione dal sintomo alla causa.
Perché continuare a chiedersi ogni settembre come coprire nel breve le cattedre che mancano vuol dire intervenire sempre sull’emergenza.
La questione da affrontare è più impegnativa: quali condizioni dobbiamo costruire oggi perché i migliori giovani abbiano domani voglia di scegliere l’insegnamento?
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