Barbara Fontanesi: ‘Sogno una scuola in cui teoria e pratica si fondono e dove il tempo lento è un valore’

Di Sara Morandi

Barbara Fontanesi è un’icona della pallavolo italiana, una figura che ha saputo trasformare le sfide della sua carriera in opportunità di crescita personale e professionale. A ventitré anni, ha compiuto un atto di coraggio straordinario, cambiando ruolo da schiacciatrice a palleggiatrice. Questa transizione non è stata solo una questione tecnica, ma un profondo rinnovamento identitario che l’ha portata a vedere il campo e la vita da una prospettiva completamente nuova. Il suo viaggio è stato segnato da medaglie, come il bronzo agli Europei del 1989, e da momenti di grande incertezza, ma la sua determinazione a non arrendersi mai ha fatto di lei un modello di resilienza. Oggi, Barbara ha abbracciato un nuovo ruolo come mentore, dedicandosi a ispirare le nuove generazioni attraverso la sua associazione Fuori Campo 11. La sua visione di una scuola dei sogni rappresenta un luogo dove teoria e pratica si mescolano, dove il tempo è vissuto senza fretta e dove il gioco diventa un mezzo per crescere e reinventarsi. Nella sua scuola ideale, i giovani apprendono che la vita, come una partita, non si conclude mai veramente, ma è un continuo prepararsi alla prossima sfida, portando con sé tutte le lezioni apprese.

Nel suo libro “Numero Undici” i giocatori non smettono mai di giocare”. Descrive la trasformazione da schiacciatrice a palleggiatrice come un grande atto di coraggio. Quali sono state le difficoltà principali che ha dovuto affrontare durante questo cambiamento?

“Il passaggio da schiacciatrice a palleggiatrice a 23 anni è stato, come dico nel primo capitolo, come se mi avessero “tolto la maglia di dosso”. La difficoltà principale non è stata tecnica (quella si allena), ma identitaria. A quell’età sei un’atleta rodata: conosci il tuo corpo e le tue sicurezze. Improvvisamente, devi accettare di tornare a essere quasi una “principiante” in un corpo da professionista. Ho dovuto imparare a guardare il campo da una prospettiva diversa, smettendo di essere il braccio che conclude per diventare la mente che costruisce. Nonostante questo, il cambiamento mi ha permesso di continuare a giocare e questo è stato salvifico! Lo rifarei mille volte!”.

Ha vissuto momenti di paura o di incertezza durante la sua carriera, soprattutto quando ha deciso di cambiare ruolo? Come è riuscita a superare questi sentimenti e trovare la forza per continuare?

“I momenti di paura ci sono stati, eccome. Soprattutto quando senti che il tuo ruolo abituale non ti appartiene più e il nuovo ti sembra un vestito di tre taglie troppo piccolo. Ho superato l’incertezza trasformando il gioco in un atto di resistenza. Non mi sono data altre alternative se non quella di continuare a giocare. La forza l’ho trovata nel lavoro e nella consapevolezza che la fine ce l’avrei fatta! Ho imparato a giocare non solo contro le avversarie, ma contro i pregiudizi che mi volevano relegare in una casella”. 

Nella sua opera, parla dell’importanza del ruolo di mentore dopo la fine della Sua carriera da giocatrice. Cosa L’ha ispirata a intraprendere questo percorso e quale impatto spera di avere sui giovani atleti?

“Ciò che mi ha spinto a diventare una guida per i giovani è stato il desiderio, al mio ritorno a Modena, di voler vivere lo sport in un modo diverso, meno competitivo, “più umano, educativo e inclusivo”. Dopo aver vissuto il professionismo duro, ho capito che la pallavolo è una metafora perfetta della vita. Con la mia associazione Fuori Campo 11, spero di trasmettere ai ragazzi che non si è definiti solo dai trofei o dai fallimenti. Vorrei che capissero che “cambiare ruolo” nella vita è possibile e che la crescita personale conta quanto quella tecnica. Il mio obiettivo è essere per loro quella voce che dice: ‘Puoi reinventarti, non importa quante volte cadi’”.

Il libro offre uno spaccato della storia dello sport italiano e della pallavolo femminile. Secondo lei, cosa è cambiato maggiormente in questo settore rispetto ai tempi in cui giocava e quali sfide rimangono ancora oggi?

“Rispetto ai miei tempi, la professionalità e la visibilità della pallavolo femminile sono cresciute enormemente. Tuttavia, le sfide umane rimangono le stesse. Spesso il sistema sportivo dimentica l’atleta dietro il risultato, trattandolo come un ingranaggio di una macchina competitiva che può essere “duro”, specialmente per le donne. La sfida di oggi è proprio quella che cerco di raccontare: umanizzare lo sport. Vederlo come una forma d’arte, che migliora il corpo, la mente e lo spirito. Non permettere che la passione si trasformi in pura “assuefazione” o in un ricordo malinconico, ma mantenerla viva come strumento di inclusione sociale”.

Se potesse creare una scuola dei sogni per i giovani del futuro, quale sarebbe la Sua visione? Quali valori e insegnamenti vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni?

“La mia scuola ideale è un misto tra la Scuola di Barbiana (la mia Academy sportiva si ispira al metodo di Don Milani) e il metodo Staineriano… Un luogo dove teoria e pratica si fondono, dove il “tempo lento” è un valore e non un ostacolo contro cui correre. Un luogo dove si insegna che “non si smette mai di giocare”. Vorrei trasmettere l’idea che la vita, proprio come una partita, non finisce al fischio finale: quello è solo il momento in cui ci si prepara alla prossima sfida, portando con sé tutto ciò che si è imparato”.

 

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