Non ci sono guerre giuste. Il viaggio di Leone XIV e la fine della scuola: cosa centrano?
di Fabrizio Zago*
Scrivo da cristiano e da insegnante, dunque da un luogo che non è neutrale né asettico. Non è neutrale, perché chi entra ogni mattina in una classe sa che le parole non sono mai soltanto parole: preparano giudizi, autorizzano espressioni, costruiscono confronti. Non è asettico, perché la fede cristiana porta nel cuore il Vangelo, ma anche la memoria delle volte in cui i cristiani hanno cucito la croce sugli stendardi e hanno chiamato obbedienza ciò che era conquista, paura, vendetta, dominio. Il cristianesimo conosce bene questa tentazione. La memoria della Chiesa non è innocente: porta impressi i secoli in cui la croce è stata cucita sugli stendardi, e il nome di Dio è stato trascinato in guerre sanguinose. Da questo doppio luogo, l’aula e la coscienza, oggi mi è sempre più difficile pronunciare l’espressione guerra giusta senza avvertirne il peso, l’ambiguità, quasi la ferita.
In questi ultimi giorni di scuola dell’anno 2025-2026, mentre i registri si chiudono, le aule si svuotano e i ragazzi cominciano a pensare all’estate, resta addosso un’ombra che non può essere archiviata con gli scrutini. È stato un anno scolastico attraversato, giorno dopo giorno, dalle immagini delle bambine e dei bambini di Gaza, dalle notizie di famiglie cancellate, ospedali colpiti, scuole trasformate in rifugi e poi in macerie, corpi sepolti sotto un lessico che si pretende razionale: sicurezza, rappresaglia, deterrenza, necessità militare. Nel frattempo, davanti ai nostri studenti, abbiamo continuato a spiegare la dignità della persona, il diritto internazionale, la Costituzione, la memoria della Shoah, i genocidi del Novecento, la pace come compito della politica. E proprio per questo la contraddizione è diventata insopportabile: come possiamo educare alla giustizia se accettiamo che la morte dei bambin diventi un costo collaterale della Storia?
Le domande delle ragazze e i ragazzi, quando arrivano, sono dirette. Non chiedono trattati di geopolitica. Chiedono perché il dolore degli innocenti diventi un prezzo accettabile; perché gli adulti sappiano trovare giustificazioni così precise per ciò che, visto da vicino, resta semplicemente un bambino morto; perché la vendetta, quando si veste di sicurezza, pretenda di diventare diritto. Sono domande elementari, e per questo sono difficili. Costringono l’adulto, l’insegnante, il credente, a uscire dal rifugio delle formule e a guardare ciò che le formule spesso coprono. Papà spiegami allora a che serve la storia. Così un giovinetto, che mi è molto caro, interrogava qualche anno fa, il padre, uno storico. March Bloch inizia così l’Apologia della Storia, scritto durante la II guerra mondiale
La coscienza cristiana conosce bene questa tentazione. A Clermont, il 27 novembre 1095, l’appello di Urbano II aprì la via alla prima crociata; il grido Deus vult trasformò il nome di Dio in un sigillo di mobilitazione. Gerusalemme fu presa nel 1099 e, insieme alla vittoria, venne lo scandalo del sangue. Da lì nasce una necessaria autocritica: ogni volta che il cristianesimo ha confuso la salvezza con il possesso, la fede con l’identità armata, la difesa del bene con l’annientamento del nemico, ha tradito se stesso prima ancora di tradire gli altri. Per questo un cristiano non può usare con leggerezza nessuna parola che accosti Dio alla violenza, nessuna retorica che trasformi la croce in bandiera, nessuna teologia che assolva in anticipo la distruzione.
La tradizione della cosiddetta guerra giusta nacque, in origine, come tentativo di porre argini morali alla guerra, non come benedizione della guerra. Agostino e Tommaso d’Aquino provarono a legare l’uso della forza a condizioni severe: autorità legittima, causa giusta, retta intenzione. Il catechismo, con formulazione ancora più restrittiva, parla di danno grave e certo, esaurimento di ogni altro mezzo, fondate possibilità di successo, proporzione tra il male subito e quello prodotto dalla risposta armata. Sono criteri nati per limitare l’arbitrio, per impedire che il potere chiamasse giustizia ogni propria decisione. Ma la storia è più dura delle formule. Nelle guerre di religione, nella guerra dei Trent’anni, nei nazionalismi del Novecento, nei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, nella lunga stagione degli interventi preventivi e delle guerre umanitarie, la parola giustizia è stata spesso arruolata quando la decisione politica era già stata presa.
È qui che l’aggettivo giusta comincia a tremare. Non sto dicendo che tutte le responsabilità siano uguali. Sarebbe una menzogna. L’aggressore non è l’aggredito; chi invade non è identico a chi resiste; chi prende ostaggi non è identico a chi cerca i propri morti; chi colpisce deliberatamente civili non può nascondersi dietro una causa proclamata. La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022, e l’Ucraina ha diritto a non essere cancellata. Hamas ha compiuto il massacro del 7 ottobre 2023, e il popolo di Israele ha diritto di vedere liberati gli ostaggi. Ma proprio perché le responsabilità vanno distinte, la parola giusta non può diventare anestesia della coscienza. Il diritto alla sicurezza non può trasformarsi in licenza di devastazione; il trauma subito non può autorizzare la punizione collettiva; la memoria del male patito non può diventare cecità davanti al male inflitto.
Gaza, in questo anno scolastico che si chiude, è stata la ferita più visibile di questa cecità. Non la sola, certamente: Kiev, Kharkiv, Beirut, il Libano meridionale, l’Iran, il Mar Rosso, il Sudan, tante regioni senza telecamere ci ricordano che la guerra contemporanea non resta mai entro il recinto dei combattenti. Ma Gaza ha costretto la coscienza a una domanda più radicale, perché lì la sproporzione tra l’invocazione della sicurezza e l’esperienza quotidiana dei civili ha raggiunto una soglia intollerabile. La sofferenza del popolo israeliano dopo il 7 ottobre è reale e non va negata; l’antisemitismo va respinto senza esitazione; gli ostaggi non devono scomparire dalla memoria. Ma nulla di tutto questo rende accettabile che un’intera popolazione civile palestinese sia massacrata, consegnata alla fame, alla paura, alla distruzione delle case, alla perdita dei figli. La ritorsione che pretende di chiamarsi giustizia resta ritorsione. E quando colpisce bambini, scuole, ospedali, famiglie senza via di fuga, non diventa più giusta perché nasce da una ferita autentica.
Ogni guerra inventa infatti il proprio vocabolario assolutorio. Difesa, deterrenza, prevenzione, rappresaglia, liberazione, sicurezza, resistenza: parole necessarie, talvolta perfino fondate, ma sempre esposte al rischio di diventare copertura. Sotto le parole restano i corpi. Restano i profughi, i soldati mandati a morire con addosso una giovinezza ancora intatta, i civili mutilati, i vecchi senza medicine, le madri che cercano acqua tra le macerie, i bambini che imparano il suono dei droni prima dell’alfabeto. Una guerra può essere meno ingiusta di una resa alla violenza; può essere l’ultima barriera contro un’aggressione; può persino apparire, in casi estremi, una tragica necessità difensiva. Ma chiamarla giusta è già troppo: significa darle una dignità che non possiede, coprire con un aggettivo nobile un meccanismo che, appena si avvia, produce menzogna, disumanizzazione, economia della morte e assuefazione al male.
Proprio in questi giorni, durante il viaggio apostolico in Spagna, Papa Leone XIV ha richiamato con parole nette questa sproporzione tra le antiche categorie morali e la capacità distruttiva delle armi contemporanee. Sul volo verso Madrid, parlando della guerra in Iran, ha osservato che gli elementi di una guerra giusta non si trovano e ha ricordato che quella teoria proviene da secoli nei quali non si immaginava la potenza distruttiva oggi disponibile all’uomo. Non è un inciso diplomatico. È un richiamo di fondo: quando la tecnica rende possibile colpire infrastrutture vitali, città, ospedali, centrali, reti d’acqua, campi profughi, famiglie intere, la domanda non può più essere soltanto se una guerra abbia una causa iniziale comprensibile, ma che cosa diventi la causa quando passa attraverso strumenti capaci di devastare l’umano.
In questa prospettiva, la pace non è un pacifismo decorativo, senza storia e senza responsabilità. La pace vera non è il rifiuto infantile del conflitto, né il silenzio imposto dal vincitore, né la neutralità davanti all’ingiustizia. È la più esigente delle costruzioni politiche e morali. Domanda cessate il fuoco verificabili, liberazione degli ostaggi, protezione dei civili, corridoi umanitari reali, rispetto del diritto internazionale, indagini sui crimini, diplomazia multilaterale, controllo degli armamenti, garanzie per le minoranze, sicurezza condivisa, ricostruzione, scuola, lavoro, cura dei traumi. Domanda anche memoria: non la memoria usata come arma identitaria, ma la memoria che impedisce di gerarchizzare il dolore e di decidere che alcune lacrime valgano meno di altre.
Da insegnante, sento qui il peso e la dignità del nostro compito. La scuola non ferma i missili, non apre da sola i valichi, non firma trattati. Ma può ancora disarmare le parole che preparano i missili. Può insegnare la fatica della distinzione, senza la quale ogni discorso pubblico diventa propaganda. Può educare alla verifica dei fatti, alla complessità, al rifiuto delle semplificazioni tribali. Può mostrare che la pietà per le vittime israeliane del 7 ottobre non chiede l’indifferenza verso i bambini palestinesi; che la denuncia dei crimini di Hamas non autorizza il silenzio davanti ai crimini commessi dall’esercito israeliano; che difendere il diritto di un popolo alla sicurezza non significa assolvere ogni scelta del suo governo; che riconoscere l’umanità dell’altro non è tradimento della propria parte, ma l’inizio stesso della giustizia.
Educare, in tempi di guerra, significa custodire l’umano quando tutto spinge a ridurlo. Significa insegnare ai ragazzi che il nemico non è mai soltanto una categoria, che il popolo non coincide con il governo, che la responsabilità non può essere diluita nella propaganda e che la sofferenza innocente non deve mai diventare una nota a margine. Significa ricordare che la guerra è anche una pedagogia oscura: abitua a dividere l’umanità, a selezionare le vittime, a misurare il pianto secondo appartenenza, a tollerare l’orrore purché avvenga abbastanza lontano o contro qualcuno che ci è stato insegnato a temere.
Da cristiano, non posso più dire Deus vult davanti a nessuna bandiera. Posso dire soltanto che Dio non vuole l’idolo della forza, non vuole il linguaggio che trasforma i popoli in bersagli, non vuole che l’altro sia ridotto a ostacolo biologico o geopolitico. Il Vangelo non elimina il tragico della storia, non dispensa dalla responsabilità di proteggere gli innocenti, non scioglie con una frase la complessità dei conflitti. Ma impedisce di chiamare bene ciò che produce deliberatamente distruzione dell’innocente. Impedisce di trasformare la vendetta in virtù. Impedisce di dimenticare che ogni bambino ucciso smentisce, con il suo corpo, la nobiltà delle nostre giustificazioni.
Per questo, davanti alle guerre del nostro tempo, preferisco una lingua più povera ma più vera. Posso parlare di difesa necessaria, di responsabilità diverse, di aggressioni da respingere, di ostaggi da liberare, di popoli da proteggere, di crimini da perseguire. Posso riconoscere che talvolta la politica si trova davanti a scelte tragiche, nelle quali non esiste una soluzione pura. Ma non voglio più concedere alla guerra l’aggettivo giusta. Giusta può essere soltanto la pace, quando non coincide con la resa al più forte, ma con il riconoscimento reciproco; quando rialza le case insieme alle coscienze; quando restituisce parola al diritto; quando riapre le scuole; quando sottrae i bambini all’alfabeto della paura e li riconsegna al lessico della vita.
Se questa appare ingenuità, bisogna avere il coraggio di dirlo: è un’ingenuità più realistica di ogni cinismo armato. Perché il realismo che accetta la morte dei bambini come prezzo della sicurezza non è realismo, ma resa incodizionata. E nulla è più concreto dell’educazione che salva l’umano dalla barbarie. Nell’ultimo giorno di scuola, mentre salutiamo le nostre studentese e studenti e affidiamo loro l’estate, dovremmo forse consegnare anche questa domanda, semplice e terribile: quale civiltà vogliamo diventare? Non è una guerra giusta. Non lo era quando portava la croce sulle corazze, non lo era quando prometteva ordine con le bombe, non lo è oggi tra Kiev, Gaza, Beirut, Teheran e Gerusalemme. Giusta può essere soltanto la Pace, quando diventa opera concreta, responsabilità condivisa, pazienza del diritto, scintilla fragile e ostinata di un’umanità migliore, nel mio caso per sentirmi pienamente cristiano e insegnante.
*DOCENTE IS VERSARI CESANO MADERNO (MB) Monza e Brianza E Consigliere Nazionale UCIIM
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