Valorizzazione della plusdotazione: la sfida educativa che la scuola italiana non può perdere

di Tiziana Conte*

«L’Universo non sa che cosa
Intendi per diverso
Che sei speciale
Come sei»
(“Così come viene”, Francesco Gabbani)

Le sfide che la scuola italiana affronta oggi sono molteplici e radicalmente diverse rispetto a quelle delle epoche educative precedenti. In assenza di parametri di riferimento consolidati, diventa sempre più complesso individuarne le strategie di intervento adeguate. La transizione digitale e la plusdotazione non sono due aspetti separati o due problematiche distinte: sono, al contrario, lo specchio di una complessità crescente, segnali di un cambiamento a cui la scuola non può sottrarsi e che la costringe a ripensarsi, riconoscendo il potenziale di ogni persona.

Questo ripensamento non significa aggiungere nuovi capitoli normativi alle politiche scolastiche, ma assumere una visione diversa, in cui la scuola non si ponga in un atteggiamento reattivo e superficiale, ma diventi una scuola che sceglie: sceglie di vedere, di personalizzare e, soprattutto, di formare docenti capaci di vivere la diversità cognitiva come una risorsa educativa e non come un problema. Docenti cognitivamente flessibili, disposti a essere messi in discussione nelle proprie conoscenze da pensieri divergenti. La plusdotazione diventa così il metro di misura non degli studenti, ma della capacità della scuola di riconoscere il potenziale umano e trasformarlo in opportunità di crescita non solo del singolo, ma dell’intera collettività.

Plusdotazione e digitale non possono essere gestiti da chi vive l’insegnamento come un approdo casuale. Richiedono docenti che abbiano scelto consapevolmente di esserlo, con motivazione intrinseca, passione educativa, curiosità intellettuale, desiderio di formarsi costantemente e di mettersi in discussione, portatori di una visione pedagogica solida. La qualità della scuola non dipende solamente dalle scelte politiche e legislative, ma da chi la abita, la vive e l’agisce: docenti, studenti, famiglie e tutta la comunità scolastica sono decisivi insieme per determinare il suo livello di eccellenza.

Alla luce dei limiti della formazione iniziale dei docenti, ancora molto teorica e astratta, poco attenta ai temi della plusdotazione e del mondo digitale, insufficiente sulla dimensione emotiva e relazionale, fondamentale per reggere il peso di nuove categorie di studenti e di bisogni sociali e culturali, è essenziale che il docente agisca costantemente sulla propria formazione, non solo strumentale e metodologica, ma soprattutto educativa e pedagogica. La scuola non può essere solo la scuola delle discipline, dei contenuti e del sapere teorico: deve diventare la scuola dell’antropocentrismo, delle relazioni, della comunicazione, del rispetto e della convivenza civile, dove l’unicità di ciascuno non sia vissuta come un limite o causa di burn-out docente, ma come occasione per reinventarsi, sperimentare e innovare. Il mondo digitale, l’intelligenza artificiale e le metodologie attive offrono un ventaglio di opportunità perché la scuola resti, e lo sia ancora di più, luogo di crescita e sviluppo non solo del singolo ma dell’intera comunità. Dove la scuola non cambia, il potenziale si perde.

Dai principi costituzionali all’inclusione

L’articolo 34 della Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti, che l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita per almeno otto anni, e che i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze attribuite per concorso. L’articolo 3, principio fondamentale, stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questi articoli mettono in evidenza come la Repubblica dia valore al merito e alle capacità di ogni individuo, ma, ancor di più, ponga nei principi fondamentali il valore della dignità e dell’uguaglianza.

Partendo da questi assunti normativi, la scuola, nel tempo, dalla prima legge sull’integrazione scolastica (L. 118/1971), che sanciva la fine delle classi differenziali, fino al più recente D.Lgs. 66/2017 e al D.I. 153/2023, in cui il concetto di integrazione lascia il posto al più complesso e articolato concetto di inclusione, ha percorso un cammino significativo.

In questo scenario normativo complesso, la scuola si muove con difficoltà e reticenze, in particolare per quanto riguarda il tema della plusdotazione. Mentre l’inclusione scolastica degli alunni con difficoltà e disabilità ha raggiunto, nel corso della storia della scuola italiana, livelli elevati di azioni e processi attuati, l’approccio e le azioni nei confronti degli alunni plusdotati faticano a decollare, limitandosi spesso a attività di partecipazione a eventi nazionali e internazionali, concorsi o olimpiadi disciplinari. Nella Nota ministeriale n. 562 del 2019 si fa riferimento agli studenti con alto potenziale cognitivo, definiti Gifted children in ambito internazionale, per i quali, in linea con le indicazioni per gli alunni BES nei quali sono stati inseriti, le scuole dovranno provvedere a redigere piani di personalizzazione degli insegnamenti.

La personalizzazione degli insegnamenti rappresenta per la nostra scuola una sfida, in quanto essa è abituata a una didattica trasmissiva, fondata su contenuti disciplinari e target da raggiungere, e mette in difficoltà i docenti nell’azione di strutturare una didattica a misura di alunno. Molti docenti faticano a sperimentare e agire in modo differente, cooperativo e collaborativo. La gestione della classe verso un’unica azione didattica, sistema perpetuato nel tempo, fa fatica a lasciare il posto a un’azione agita per bisogni, livelli e strumenti. Pertanto, mentre per gli alunni BES non Gifted si sono prodotti strumenti compensativi e dispensativi, per gli alunni Gifted risulta difficile alzare l’asticella delle attività e dei contenuti da proporre.

La nostra è una scuola talmente strutturata in una logica di uguaglianza e non di equità, attenta a sopperire alle situazioni di diversa abilità, che poco o nulla si attiva per far decollare gli alunni con alto potenziale.

Uguaglianza ed equità

Don Lorenzo Milani, in Lettera a una professoressa (1967), scriveva: «Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diversi», sottolineando come il principio di uguaglianza, per quanto nobile, non sia adeguato e giusto quando si parla di scuola e di formazione. Standardizzare la scuola, rinchiudendola all’interno di target formativi, proponendo una didattica unica, una logica contenutistica stantia e desueta, una metodologia stanca e non coerente con i bisogni reali del singolo e dei contesti, significa non promuovere la Persona, non riconoscerne l’unicità e la sua irripetibilità, non valorizzare i talenti e non lasciare nessuno indietro. Con il principio di uguaglianza il rischio è duplice: si spengono i talenti e si lasciano indietro i più deboli.

Il principio di equità, al contrario, ha un profondo senso educativo e pedagogico: si muove verso una direzione non univoca e unidirezionale, ma vuole, in un’ottica giusta ed equa, dare quello di cui la persona necessita. In questo caso specifico, una scuola equa è una scuola in grado di rispondere in maniera giusta, opportuna e mirata ai bisogni dei singoli, senza far sentire nessuno fuori posto o fuori luogo, dove ogni alunno possa trovare le motivazioni e i giusti stimoli per proseguire nel proprio percorso di istruzione, valorizzando sé stesso, i propri talenti e superando i propri limiti.

Una scuola di questo tipo richiede una nuova e urgente cultura docente, in grado di essere resiliente, di leggere i bisogni non come limiti ma come opportunità di mettersi costantemente in discussione, rinnovando il proprio agire e trasformando la scuola in un’avventura indimenticabile, evitando di ricorrere in modo automatico a percorsi di certificazione e clinicizzazione, credendo di risolvere almeno in parte le situazioni problematiche.

Chi sono gli alunni plusdotati e come si riconoscono

Numerose sono le definizioni declinate per descrivere gli studenti con plusdotazione. Come afferma Alberta Novello, non esiste una definizione univoca di plusdotazione, essendo una condizione variabile tra gli individui con numerose e diverse caratteristiche, anche se negli anni sono state proposte diverse teorie e modelli con il tentativo di delineare i fattori principali.

Superata la concezione secondo cui il Quoziente Intellettivo fosse il metro di individuazione dei soggetti plusdotati, oggi si tende a considerare anche fattori personali e ambientali. Questo nuovo scenario apre a una descrizione molto più complessa del profilo dell’alunno o alunna con plusdotazione, con caratteristiche generali riscontrate frequentemente negli studenti. Alberta Novello indica alcune peculiarità che possono diventare elementi fondamentali per i docenti: velocità di apprendimento, processi di ragionamento precoci e avanzati, memoria eccellente, alta capacità di concentrazione e attenzione, capacità di formulare domande a scopo di indagine, ampiezza inusuale di vocabolario e formulazione di strutture complesse rispetto all’età, pensiero astratto complesso, comprensione avanzata di sfumature di significato, metafore e idee astratte, coinvolgimento nella risoluzione di problemi, passione per la sperimentazione, vasta gamma di interessi, forte curiosità, tendenza alla leadership, intensità di sentimenti e reazioni, forte sensibilità, profonda empatia, senso di giustizia e possesso di ideali in giovanissima età, preoccupazione verso problemi sociali e politici, associazione non usuale di idee, particolare senso dell’umorismo e fervida immaginazione.

Queste caratteristiche, pur non essendo esaustive, servono a comprendere come il funzionamento di questi alunni necessiti di un’azione educativa diversa, stimolante e sfidante. Tali soggetti esigono attività in cui è richiesto il raggiungimento di obiettivi cognitivi alti: il già noto, il banale, il facile, non stimolando la loro attenzione, rischiano di produrre una disaffezione nei confronti della scuola, che si manifesta con atteggiamenti oppositivi, ribelli e di non riconoscimento della figura del docente come autorità.

Di contro, la scuola spesso tende a confondere questi alunni con iperattivi o con disturbi dell’apprendimento diffusi, agendo in modo non funzionale ai bisogni reali.

Dunque, che fare? Sicuramente, come già più volte affermato, è necessaria e urgente una nuova figura docente e una formazione molto più improntata su competenze pedagogico-relazionali, ripensare i luoghi della scuola come laboratori dinamici e interattivi, dove, come si legge nei documenti, il docente è regista ma gli studenti operano e costruiscono il loro sapere in modo autonomo, rispondendo ai personali bisogni di conoscenza. Ripensare ancora di più alla valutazione, zoccolo duro della scuola italiana, affinché sia una valutazione di processo e formativa, non valutativa di performance e prestazioni.

La plusdotazione, come la diversabilità, è una delle sfide oggettive della scuola: se essa dovesse fallire, dimostrerebbe come la scuola attualmente agita necessita di un’azione innovativa non a livello centrale, ma nelle periferie, dove essa diventa da normativa a vita attiva e contestualizzata. Nei tempi in cui si affacciava il concetto di integrazione scolastica e si iniziavano a utilizzare metodologie nuove per aiutare i soggetti in difficoltà, si diceva che ciò che va bene per loro è perfetto per gli altri. Oggi, in un contesto che ci spinge sempre di più a essere resilienti e performanti, non è più così: è indispensabile personalizzare quanto più possibile l’azione educativa per far sì che ognuno sia protagonista della propria esperienza scolastica, facendo emergere talenti e potenzialità, promuovendo il successo formativo per tutti e tutte.

La capacità della scuola italiana di riconoscere e valorizzare gli alunni plusdotati costituisce un termometro affidabile della sua reale inclusività. Se l’inclusione si ferma alla disabilità e ai BES classici, rimane incompiuta. Una scuola che non sa rispondere ai bisogni degli alunni ad alto potenziale dimostra di non aver ancora compreso il senso profondo dell’equità educativa.

È urgente inserire nei percorsi di formazione iniziale e in servizio contenuti dedicati alla plusdotazione, che comprendano le caratteristiche psicopedagogiche, le strategie di differenziazione didattica, gli strumenti di valutazione formativa, la gestione della disaffezione scolastica e l’uso consapevole del digitale e dell’IA per percorsi di approfondimento e accelerazione.

La scuola deve passare da una logica di aggiustamento per alunni con difficoltà a una logica di progettazione universale che preveda, fin dall’origine, percorsi differenziati per livelli, interessi e stili di apprendimento. Questo richiede una riorganizzazione del tempo scuola, degli spazi, delle metodologie e della valutazione.

Piattaforme digitali, risorse aperte, intelligenza artificiale e metodologie attive come la flipped classroom, il project-based learning e il blended learning possono consentire percorsi di accelerazione, approfondimento e ricerca senza richiedere classi speciali o separazioni, mantenendo gli alunni plusdotati all’interno della comunità scolastica.

Valorizzare la plusdotazione non può essere affidato alla buona volontà di singoli docenti. Richiede una visione collegiale, un PTOF che includa esplicitamente gli alunni Gifted, reti tra scuole, partnership con università ed enti di ricerca, e un riconoscimento istituzionale del tema a livello nazionale.

Dove la scuola non cambia, il potenziale si perde. Alunni plusdotati non valorizzati rischiano disaffezione, sottoperformance, abbandono scolastico precoce o, in età adulta, sottoutilizzo delle proprie capacità. La collettività paga il prezzo di questo fallimento educativo.

La scuola italiana non può permettersi di rinunciare a questa sfida. Valorizzare la plusdotazione non rappresenta un privilegio riservato a pochi, ma un investimento a beneficio di tutti: è la condizione necessaria affinché la scuola diventi realmente inclusiva ed equa, e sia in grado di formare cittadini consapevoli, creativi e responsabili.

*Docente, Pedagogista, Consigliere Nazionale ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA