La pedagogia progressista tra autocritica, masochismo e nostalgia

Fa discutere la tesi, sostenuta nel volume “Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti”, già segnalato all’attenzione dei nostri lettori, che il modello pedagogico della sinistra – sia quando è stata al governo sia, come negli ultimi anni, all’opposizione – sia responsabile di un apertura sostanziale alla concezione neoliberista dell’educazione, accogliendone le principali parole d’ordine: la sottomissione – ad avviso degli autori – dell’educazione e dell’istruzione alle logiche di mercato, con la trasformazione di genitori e studenti in clienti; il ripensamento della scuola in forma di impresa (ne sarebbe prova l’uso massiccio di termini come  role playing, team building, leadership, skills, tipici del lessico aziendale); la sostituzione del sapere disinteressato con le “competenze”, che ne segnalano la trasformazione in merci, tanto da prestarsi a valutazioni di tipo quantitativo, come sono quelle dell’OCSE, che le riconduce alla filosofia economica angianoicista che lo ispira, e anche a quelle dell’Invalsi attraverso le prove nazionali.

A tutto questo, secondo il collettivo culturale (così si autodefinisce) “Consigli di classe”, i “pedagoghi democratici” (copyright di Mimmo Cangiano, curatore del citato volume) hanno dato in passato e danno tuttora una sostanziale copertura, perché il riformismo migliorista condivide di fatto il modello neoliberale del centro-destra, mentre una autentica visione democratica della scuola dovrebbe porsi in contrapposizione frontale ad esso, richiamandosi alla lezione di Gramsci, teorico della “scuola disinteressata”.

Come hanno reagito i vituperati “pedagoghi democratici”? Nei social, soprattutto in Facebook, alcuni loro esponenti storici (non facciamo i nomi, ma chi è interessato può trovarli in rete) hanno giudicato corretta la tesi sviluppata nel libro – che anche la rivista il Mulino ha commentato, parlando di “schianto della pedagogia progressista” – quasi in un impeto ferocemente autocritico (“Perfetto!”, “Condivido quasi tutto”), mentre altri dicono di non volersi rassegnare “ad ammettere che abbiamo sbagliato tutto”. In questo mix di masochismo e nostalgia si consuma l’ennesimo dramma culturale della sinistra pedagogica, ancora una volta in bilico tra migliorismo riformista e rigorismo antagonista, al quale fa appello uno degli autori del Collettivo: serve una nuova pedagogia, scrive, ma anche “una nuova sinistra”. 

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