Scontro culturale a sinistra/1. ‘Contro la scuola neoliberale’
Diceva un navigato personaggio politico socialista italiano, Pietro Nenni, reduce da ripetute scissioni a sinistra (cominciate con quella di Livorno 1921, da cui nacque l’allora “Partito Comunista d’Italia”), che “Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.
Una storia che si è ripetuta molte volte, e che sembra riproporsi ancora una volta nel vivace dibattito attualmente in corso sulla “scuola neoliberale”: secondo i critici più radicali di questo modello, raccolti in un “collettivo culturale” autodenominatosi “Consigli di classe”, a meritare le critiche più aspre sarebbero non gli esponenti scolastici della destra al governo, Valditara in testa, ma i politici, e i loro pedagogisti di riferimento, dell’attuale sinistra parlamentare, colpevoli di dare una copertura di fatto alle politiche governative attraverso proposte di riforma del modello neoliberale, anziché di contrapposizione frontale ad esso.
È questa la tesi sostenuta nel volume “Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti” (nottetempo srl editore, 2026), curato e introdotto da Mimmo Cangiano, docente di Critica Letteraria e Letterature comparate nell’università Ca’ Foscari di Venezia, con contributi di altri otto insegnanti universitari e di scuola secondaria. Per Cangiano anche i “pedagoghi democratici” hanno accettato i principi della scuola neoliberale: la sottomissione dell’educazione e dell’istruzione alle logiche di mercato, con la trasformazione di genitori e studenti in clienti, e il ripensamento della scuola in forma di azienda, attestato dall’importazione nella didattica del lessico imprenditoriale (role playing, team building, leadership ecc.) e dalla sostituzione del sapere con le “competenze”, che ne segnano la “mercificazione”.
Tesi sviluppata ampiamente anche nel contributo di Daniele Lo Vetere, La scuola neoliberale va alla pace e va alla guerra, nel quale si sostiene, che “nel campo dell’azione educativa il criterio più importante di legittimazione è diventato quello dell’efficienza, benché spesso mascherata da qualità, inclusività, addirittura equità e giustizia del sistema: i presidi vengono valutati, informalmente o formalmente, sulla base delle loro capacità manageriali; in perfetta simmetria con il rating economico-finanziario, i sistemi scolastici mondiali sono stati sottoposti all’occhiuta vigilanza di enti di valutazione (in Italia l’Invalsi)”, mentre “la quadriennalizzazione della secondaria superiore viene motivata con l’inutilità di trattenere più del dovuto gli studenti a scuola, accelerandone l’ingresso nel mercato del lavoro” (p. 28). A tutto questo occorre opporsi non con il riformismo migliorista, che è ideologicamente connivente con il conservatorismo della destra, ma con “radicalità per decostruire la narrativa che ci è stata ammannita e per immaginare un’alternativa”.
Non mancano, in alcuni degli articoli che seguono quello di Lo Vetere, il più denso e argomentato, espressioni e accenti che riecheggiano la saggistica massimalista del Sessantotto. Marco Maurizi, per esempio, cita tra gli altri György Lukács e Antonio Gramsci per criticare gli “ultrapedagogisti democratici” e la loro battaglia per l’inclusione contrapponendo ad essa “l’organizzazione del conflitto, dalla resistenza morale alla costruzione di soggettività antagoniste, dalla cultura come patrimonio e consumo alla cultura come luogo di emancipazione collettiva” (p. 58-59). Occorre passare “dal conflitto in classe al conflitto di classe”. Ma ciò, conclude, “implica una nuova pedagogia. E una nuova sinistra”.
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