Proteste studentesche in Francia: il “terzo atto” del Blocage

Di Costanza Mililli 

Sta per iniziare il “terzo atto” del Blocage des lycées, che convoglia nella manifestazione nazionale di oggi 6 ottobre; il numero di scuole ancora chiuse lunedì 5 ottobre si aggirava intorno alle 589, come riporta il quotidiano Le Monde, numero che sottolinea la portata inedita di un coinvolgimento massivo in tutto il Paese alle porte della terza settimana di proteste. Una mobilitazione questa fortemente voluta e cercata in primo luogo dalle studentesse e dagli studenti dei licei di periferia dell’Île-de-France e che si è diffusa poi su tutto il territorio francese appoggiata da sindacati studenteschi come Union syndicale lycéenne e Union étudiante, e solo in un secondo momento condivisa dalle più disparate federazioni sindacali, portando il movimento studentesco verso una nuova fase. Allo sciopero nazionale di martedì 6 ottobre saranno presenti insegnanti, lavoratori dei servizi pubblici e alcuni settori dei trasporti, tra cui parte dei ferrovieri.

Il ruolo dei social network

Perché le proteste si sono diffuse così rapidamente? Secondo il sociologo Vincent Tiberj, professore a Sciences Po di Bordeaux, la risposta sta nella quotidianità degli studenti che in questa mobilitazione hanno visto riflessa la propria vita scolastica, segnata da disagi concreti e mancanza di ascolto da parte delle istituzioni. Un’identificazione immediata che ha fatto scattare ben presto un forte senso di appartenenza alla causa e una diffusa solidarietà, andando a coinvolgere ben presto anche docenti e genitori, che in più occasioni hanno rimarcato la loro intenzione di appoggiare le proteste ma soprattutto di prendervi parte. Ad oggi la mobilitazione è estesa in diversi settori e ha assunto una portata politica difficilmente ignorabile: contro un avvenire di guerre e precarietà saranno moltissimi a scendere in piazza il 6 ottobre.

Colpisce la capacità collaborativa di migliaia di studenti che sono stati in grado di organizzarsi attraverso i social network come Whatsapp, Telegram e soprattutto Snapchat. Spesso descritti come i principali dispositivi di distrazione di massa in giovane età, si sono rivelati in realtà strumenti utili alla diffusione d’informazioni, rivendicazioni e sensibilizzazione dell’opinione pubblica al di fuori della narrazione mainstream dei media. I social network hanno tuttora un duplice ruolo fondamentale: in primo luogo, fungono da archivio digitale per le testimonianze degli studenti e studentesse che stanno partecipando attivamente alle proteste e rilasciando numerose interviste accanto a professori e genitori, fornendo autonomamente il proprio punto di vista senza necessità di mediazione giornalistica. Dall’altro sono veicolo costante di documentazione delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine, condannate da Amnesty International e dal Sindacato della magistratura francese in quanto a uso sproporzionato della forza. Proprio in questi giorni, come riporta Le Monde, Amnesty ha chiesto la sospensione dei LBD (lanceur de balle de défense) i lanciatori di proiettili a impatto ridotto in dotazione alle forze dell’ordine francesi. Nelle ultime ore, secondo il procuratore di Tours, uno di questi dispositivi avrebbe causato la perdita permanente di un occhio a uno studente diu 15 anni, costando alle autorità una denuncia per “violenza commessa da persona in posizione di pubblica autorità”.

Le voci della protesta

E’ ancora il quotidiano Le Monde, nella sezione Blocage des lycées presente sul proprio sito, a riportare diverse testimonianze di studenti e insegnanti. Al centro delle proteste c’è un forte attaccamento alla scuola della Repubblica e alle sue promesse per il futuro dei giovani. Un collettivo di insegnanti scrive: “Noi, docenti, personale educante che lavoriamo, riflettiamo, discutiamo ogni giorno con i ragazzi, li vediamo cambiare, commettere errori, rialzarsi, noi che li guidiamo attraverso il loro percorso di crescita, attraverso i successi come anche attraverso i fallimenti, abbiamo piena fiducia in loro. Questa fiducia non è un’impostazione ma il risultato di questa interazione umana quotidiana: sappiamo ascoltarli e sanno di poter contare su di noi per crescere ed essere protetti”. La lettera prosegue sottolineando quanto le richieste degli studenti siano fortemente motivate da un senso crescente d’inquietudine per il proprio futuro, soprattutto rispetto alle promesse di uguaglianza che la scuola francese ha sempre sostenuto e che non ha saputo rispettare nella pratica.

Nelle ultime classifiche PISA 2025 (Programme international pour le suivi des acquis des élèves) la Francia si posiziona al 27° posto tra i paesi dell’OCSE, confermando fino a che punto il sistema educativo francese non solo riproduca, ma addirittura aggravi le diseguaglianze sociali. Dietro questo rapporto, che rileva una diminuzione progressiva delle capacità cognitive dei giovani generalizzata e preoccupante, soprattutto nei test di matematica (come anche in Italia nei test Invalsi), vi è un’ammissione istituzionale ben evidente: un sistema scolastico elitario incapace di ridurre le disparità sociali e mantenere le promesse di pari opportunità per gli scolari. È chiaro che per colmare questo tipo di risultati sia necessario un cambiamento radicale, non soltanto riforme mirate.

A confermare quanto detto interviene una studente dell’ultimo anno di liceo attraverso una lettera pubblicata su Le Monde: violenza e tensione nell’ambiente scolastico sono ormai diventati, a suo avviso, fenomeni strutturali seppur perlopiù latenti, dunque non passibili d’intervento istituzionale. Il movimento studentesco sta facendo molto affinché la classe politica capisca che le questioni educative non debbano rimanere terreno fertile per le campagne elettorali e poi essere abbandonate: “Le nostre richieste sono numerose, frutto di decenni di negazione da parte delle autorità, di una politica di sistematico abbandono del dialogo e dell’indebolimento del rapporto che un tempo univa insegnanti, studenti e amministrazione scolastica”.

Le richieste del movimento vanno a toccare le più diverse aree del tessuto sociale scolastico: nei licei, come anche in Italia, esistono delle “istituzioni democratiche” con dei rappresentanti che fungono da tramite tra gli studenti e la direzione del loro istituto, tuttavia la loro funzionalità è quasi sempre minata a causa del mancato ascolto delle richieste avanzate. Dunque nel concreto, che si parli di degrado degli edifici che ospitano l’apprendimento – definite dalla studente “trappole termiche” – o che si richieda un’adeguata conformazione della classe stessa – quando è evidente la carenza d’insegnanti nelle classi, professione che meriterebbe ben più gratificazione –  è frequente che si cerchi d’imputare alla nuova generazione la responsabilità del proprio analfabetismo dilagante. La risposta è una moltitudine di studenti e studentesse quindicenni che pretendono di avere parte attiva nella propria istruzione, che non si sottraggono di fronte all’avanzare pretese e, anzi, suggeriscono un miglioramento concreto e possibile: da un lato adozione di politiche di bilancio concrete e incentrate sull’istruzione e sui servizi pubblici per i giovani, con particolare attenzione alla salute in contesto scolastico, dall’altro il riconoscimento del valore degli insegnanti e del personale scolastico in toto, tramite stabilità economica e riconoscimento del proprio ruolo sociale.

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