La vita come rappresentazione della Gen Z

Vivide e terribili nella loro apparente normalità scorrono le immagini sullo schermo. I volti dei giovani – alcuni poco più che adolescenti, come gli italiani in particolare – sono quelli sorridenti e scanzonati della Gen Z. Ma le loro immagini adesso hanno un atroce sentore di definitività. Quei giovani dalla notte di Capodanno a Crans Montana in Svizzera semplicemente e terribilmente non sono più. 

Tanto si è detto e tanto ancora si dirà nei prossimi mesi di leggi sulla sicurezza dei luoghi adibiti a pubblico spettacolo, delle responsabilità di chi doveva assicurare che una serata di festa non si trasformassero in strage e di chi doveva controllare e sanzionare – e non lo ha fatto. Non è questa la sede e non è questo l’impulso alla riflessione di chi educa e chi nella scuola tutti i giorni è a contatto e vive giorno per giorno gli adolescenti, i loro sogni e le loro speranze, spesso la loro disperata solitudine.

Così un’altra è l’immagine che da qualche giorno affolla i pensieri di chi scrive e forse impropriamente accosta la foto dei ragazzi che filmano i primi attimi del flashover (così abbiamo imparato a identificare il fenomeno dello scoppio improvviso e silente delle fiamme in assenza di una combustione evidente) a un’altra immagine personalmente vissuta quest’estate, precisamente il 10 Giugno, l’ultimo giorno di scuola in Trentino.

Pochi secondi dopo l’ultima campanella e poco dopo gli ultimi saluti e abbracci (‘dove andiamo?’, ‘mi raccomando, teniamoci in contatto…’, ‘scriviamoci dal mare’…) alcuni ragazzi ai margini del cancello e su una stretta strada di centro città iniziano una ‘danza’ con le motociclette. Per meglio dire: iniziano vorticosamente a spingere al massimo motori e gas così da rendere in pochi minuti l’aria irrespirabile e i decibel insostenibili. ‘Il bel gioco dura poco’ ci dicevamo tra i pochi che si erano avventurati al cancello. Ma non è così: gli studenti, bardati e irriconoscibili sotto le armature di tute e casco integrale, non accennano a fermarsi, nonostante i richiami, nonostante l’evidente sguardo di sofferenza e timore in alcuni anziani dirimpettai e mamme con bambini al seguito. E’ a questo punto – dopo il primo quarto d’ora di dissonanza con la normale sequenza della festa per l’ultimo giorno di scuola – che lo scenario cambia e con la massima naturalezza – come se fosse il giusto epilogo atteso, la ovvia e legittima conclusione della sequenza – molti tra insegnanti e vario personale della scuola cominciano a filmare la scena col proprio cellulare. Il fatto – apparentemente banale di per sé – ha tormentato per mesi la mia immaginazione. Com’è possibile che adulti educatori in una scuola – tempio inviolabile della cultura, della riflessione, della pacatezza e della ponderazione di atteggiamenti e comportamenti – abbiano ritenuto che il comportamento più adatto a quella situazione fosse la celebrazione di uno spettacolo di ostentata inappropriatezza, irrispettoso degli altri e del contesto?

E come meravigliarsi adesso se adolescenti in un contesto di festa non riescano a vivere con pienezza di riflessione un momento tragico quale il divampare di fiamme in un locale visibilmente inadeguato rispetto a possibilità di fuga? L’accostamento non sembri inappropriato e irrispettoso, posta la assoluta imparagonabilità dei due contesti, il secondo dei quali ha avuto il terribile esito che conosciamo. Ma è piuttosto evidente – soprattutto dall’osservatorio che è la scuola – che i filtri della razionalità, del buon senso comune, del discernimento delle circostanze che si vivono non è un tema che condanni i ragazzi. E’ un tema che condanna gli adulti che non riescono più a essere modelli autorevoli di raziocinio, egualmente vittime del narcisismo e della apoteosi della vita schermata eni post di Instagram e TikTok più che nella narrazione, nel ricordo, nella rielaborazione personale. Condividere foto e video non equivale a ‘condividere’ e ‘comunicare’ nel pieno senso etimologico di questi due verbi che i Latini utilizzavano per indicare ciò che viene ‘spartito’ e ‘messo in mezzo’ con gli altri: il senso del vivere e tutta la difficoltà e la fatica di mettere insieme significati, rinunciando all’estetica e alla celebrazione del sé per uscirne arricchiti dal confronto – non senza rinunce – con l’altro.

E se forze dell’ordine e magistrati svizzeri dovranno nei prossimi mesi indagare, individuare e punire severamente i responsabili, alla scuola il più arduo compito – forse – di ripartire alla ricerca e riscoperta del senso della vita vera e delle sue emozioni ancestrali e dei suoi pensieri che le razionalizzano tra mente, cuore e cervello: la paura anestetica della morte, anche, ormai quasi esorcizzata e virtualizzata, quella che avrebbe dovuto comandare a quei giovani di scappare e che forse li avrebbe salvati.                  

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