Il pragmatismo gentile di Valeria Fedeli

L’improvvisa scomparsa di Valeria Fedeli ha suscitato un generale e autentico cordoglio bipartisan negli ambienti politici (da Mattarella a Meloni a Schlein) e tra tutti coloro che hanno avuto modo di apprezzare lo spirito laborioso e costruttivo con il quale ha saputo gestire il ministero dell’istruzione subentrando il 12 dicembre 2016 a Stefania Giannini, unico ministro del dimissionario governo Renzi ad essere sostituito nel nuovo governo Gentiloni, per il resto identico a quello del suo predecessore.

Un compito difficile, quello assegnato alla nuova ministra (come ha subito chiesto ai media di essere chiamata, non “ministro”), scelta da Gentiloni anche per la sua precedente esperienza di sindacalista di punta della Cgil (nel settore tessile): quello di ricreare un clima di dialogo con il mondo della scuola e con i sindacati, che si erano frontalmente opposti alla legge 107/2015, la “Buona Scuola” di Renzi, indicendo alla vigilia della sua approvazione parlamentare il più massiccio e partecipato sciopero del dopoguerra.

Un compito assolto con alacre diligenza e qualche concessione (come il forte ridimensionamento dei poteri del dirigente scolastico, figura chiave della Buona Scuola renziana), ma sempre con grande correttezza istituzionale, subito dimostrata con il varo delle otto deleghe della legge 107/2015, che scadevano il 16 gennaio 2017. Sarebbe stato facile per lei, e anche ragionevole, chiedere un po’ di tempo, ma Fedeli, anche per rispondere con i fatti ai suoi critici, volle rispettare la data di scadenza fissata dalla legge, e il 14 gennaio gli otto decreti delegati furono puntualmente approvati dal Consiglio dei ministri.

Pragmatica e dialogante, Fedeli ricostruì il rapporto con i sindacati e fece concrete aperture, non sempre apprezzate dalla sinistra più radicale, alle esigenze del mondo delle scuole paritarie, consentendo per esempio che beneficiassero dei finanziamenti europei del PON.

La ministra è stata oggetto di ironie, non sempre lievi, per la determinazione con la quale ha condotto la sua battaglia sulla parità di genere, declinando sistematicamente al femminile sostantivi impiegati solitamente solo al maschile (alunni-alunne, studenti-studentesse, professori-professoresse, ‘gli’ e ‘le’ insegnanti ecc.), ma ha anche poi tradotto le parole in fatti concreti, presentando nell’ottobre 2017 le linee guida contro la violenza sulle donne, a norma del comma 16 della Buona Scuola, operazione da lei inserita nel quadro di una più ampia campagna di educazione al rispetto, “in attuazione dell’art. 3 della Costituzione”, da lei spesso citato come riferimento fondamentale della sua attività politica.

Fortemente empatica, diretta e lineare, sarà ricordata come donna del dialogo e della mediazione, capace di ricucire la tela strappata della scuola italiana, laceratasi nel maggio 2015 a seguito della forzatura tecnocratica voluta da Matteo Renzi. La vogliamo ricordare ripubblicando l’intervista che ha rilasciato a Tuttoscuola al termine del suo mandato, in cui tracciava un bilancio del suo operato da Ministra. “In questi mesi abbiamo lavorato per rimettere al centro l’alleanza educativa fra scuola e famiglie e rilanciare la figura dell’insegnante”. “Docenti e genitori sono adulti con pari responsabilità educative, sia pure con funzioni e compiti diversi, chiamati a operare in sinergia e unione di intenti mettendo al centro l’interesse delle studentesse e degli studenti”.

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