Giornata della Memoria. Sottrarre all’oblio: educare oltre il rito del 27 gennaio

di Marco Adorno Rossi

Devo ad una mia amica e collega insegnante, ma mentre li scrivo mi rendo conto della semantica insufficienza di questi due sostantivi, se da adulto formato ho cominciato a pormi il problema della memoria prima, del ricordo poi. Lei mi ha sottratto all’oblio che, per paradosso, ha colpito me prima della conoscenza.

Al tempo del mio incontro epifanico io ero in uno stato di oblio preterintenzionale. Non avevo coscienza di una conoscenza perduta poiché non esisteva quella conoscenza, avevo attuato un processo preventivo di dimenticanza. A quel punto lei mi parlò della necessità che i ragazzi conoscessero quei fatti storici che scivolavano lentamente, inesorabilmente verso la dimenticanza, la rimozione, l’oblio. Mi chiese di collaborare al “Progetto memoria” il cui obiettivo era riaffermare l’esistenza di fatti di cui si riduceva l’entità del loro danno, si demansionava il portato criminale o, addirittura, se ne negava l’accadimento.

Le chiedevo come potevo far risorgere il ricordo negli altri se provenivo dall’oblio? Proprio da lì cominciammo il lavoro.

L’idea era di parlare, far parlare i testimoni della shoah, far parlare i ragazzi che chiedevano, che volevano chiedere, che volevano sapere. Costruimmo scenografie fatte di libri, tanti libri esposti su leggii musicali, accatastati sui banchi, poggiati sulle cattedre con le loro copertine che costruivano un percorso: il concentramento, lo smistamento, il viaggio, lo sterminio.

Ma questa simbolica ricostruzione del maledetto itinerario fu resa possibile dal catalogo in suo possesso che non può confrontarsi con nessun altro che si conosca. Un catalogo che non è mai stato accumulo sconsiderato di oggetti, mai una raccolta di elementi che si sommano ad altri. È stato un tributo alle vittime attraverso la ricerca costante di parole ricomposte nei libri che potessero sostenere la costruzione di quel percorso allegorico.

Viaggio nella memoria

Quindi partimmo con i ragazzi in un viaggio lunghissimo fatto di “notte e nebbia” e improvvisamente di neve che si frappose tra le pieghe degli pneumatici con un monito che spiegammo fin da subito. “Vi porteremo sul bordo dell’inferno, ve lo faremo scorgere, intravedere ma poi siatene certi, vi riporteremo indietro nell’attimo prima di precipitare.”

Facemmo ascoltare Terracina, Foa, Spizzichino, Segre, Modiano che parlavano a loro direttamente, senza interposti adulti, e che ascoltavano le loro domande. Uno di loro chiese, in una immediatezza ingenua a Foa:

“Ora, lei, di cosa ha paura?”
Ed egli rispose senza esitare con la mente lucida di chi non è disposto ad accettare l’oblio e ancor meno la dimenticanza: “Quello che, oggi, mi fa paura non è il negazionismo, mi fa paura il riduzionismo.

Senza la mia collega-amica non avrei compreso i miei limiti strutturali, avrei disperso le risorse che lei possedeva e che aveva messo a disposizione per estirpare nei giovani studenti il morbo della cancellazione, la piaga dell’oblio.

Ma tutti i nostri sforzi tesi alla comunicazione efficace perché si riportasse al centro dell’attenzione di chi non può conoscere quei fatti i fatti stessi si sono rilevati insoddisfacenti.

La percentuale di coloro che non credevano che il massacro sistematico fosse un evento realmente accaduto è aumentata in misura preoccupante. Aldilà di qualsiasi causa effettuale il senso di frustrazione si insediò stabilmente nelle mie riflessioni e le vicissitudini personali tolsero la possibilità di un confronto.

Si insinuò presto e rapidamente l’idea che nobili fini non concordano con gli strumenti messi in atto. Mi chiedevo quale fosse l’errore che avevo commesso e che non ero stato in grado di individuare. La ritualità delle mie argomentazioni, l’associazione fin troppo ovvia del progetto con una scadenza definita normativamente, l’incapacità di trovare canali comunicativi efficaci. Le frasi di uno storico acuto su questo argomento mi avevano atterrito. Scrive Prosperi: “E la ritualizzazione del Giorno della Memoria, subito depotenziato e banalizzato con la riproduzione in serie, non ha fatto che aggiungere altra noia ai rituali della vita scolastica sostituendosi alla Messa d’inizio dell’anno scolastico che non era certo un’iniezione di spiritualità”.[1]

Eppure, ero certo che non meritassimo un’accusa del genere ma lo sconforto rimase. Che fare? Di getto il primo gesto che elaborai fu quello di scusarmi con lei che aveva creduto nella mia capacità di sensibilizzare gli alunni e che ora deludevo.      

L’altro, assai meno estemporaneo, fu quello di riconsiderare il progetto e superarlo in una dimensione nuova.

Costruimmo percorsi dove cercammo di individuare nella storia di oggi la repressione, la uccisione sistematica, il genocidio parlando dei desaparecidos, dei cambogiani, dell’Armenia, dei curdi, della ex Jugoslavia.

Quest’anno non ho voluto che queste riflessioni coincidessero con la giornata ma che questa si estendesse in più giorni dell’anno. Insomma, che il 27 gennaio fosse anche a novembre, dicembre, febbraio etc. con l’auspicio di togliere la ritualità ma riaccendere le conoscenze attraverso la storia.

 

[1] Adriano Prosperi, Un tempo senza storia, Einaudi, Torino, 2021, pag. 34

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