Educare alle emozioni con l’arte: quando il laboratorio diventa spazio di crescita nella scuola primaria

Di Felicita Rubino*

“ L’intelligenza emotiva include l’autocontrollo, l’entusiasmo e la perseveranza, nonché la capacità di automotivarsi.”
DANIEL GOLEMAN

Quando ho scoperto Monica Giovinazzi, artista che lavora in upcycling, presso “Spazio Blu” di Torpignattara-Roma, ho sentito che lei era la persona giusta, l’artista adeguata per creare un percorso nella mia classe.

Ogni anno elaboro strategie per realizzare insieme agli alunni e alle alunne della mia classe, dei percorsi di lettura e di giochi sul riconoscimento delle emozioni. La mia è una classe seconda, di una scuola primaria interculturale, la “Carlo Pisacane”, in un quartiere multietnico Torpignattara a Roma, dove gli obiettivi primari sono l’accoglienza e l’inclusione, ma anche e soprattutto il riconoscimento dell’altro/a nella sua totalità: culturale, sociale, religiosa e identitaria.

Incontrare una persona come Monica, con un’attitudine particolare nel relazionarsi con i bambini e le bambine, mi ha suggerito la possibilità di coniugare l’arte con le emozioni, per riconoscerle e gestirle al meglio, proprio nella fase di scoperta del mondo interiore da parte dell’infanzia.

La capacità di nominare e descrivere, e soprattutto saper gestire, le proprie emozioni, porta alla consapevolezza della conoscenza del mondo e di se stessi, per questo la lettura di storie ed albi, sono sicuramente strumenti utili per arrivare al cuore dei bambini e delle bambine, ma l’arte tocca dei canali corporei e psichici più profondi, spesso a noi sconosciuti ed inesplorati.

Confrontandomi con Monica, abbiamo elaborato un percorso annodato, in cui si poteva lavorare sia in laboratorio presso “Spazio Blu”, che in classe, con diverse tecniche e metodologie. Così da gennaio ad aprile, un incontro ogni settimana di circa due ore,ha trasformato il giovedì, in una giornata particolare, dove l’incontro non era solo con Monica, ma soprattutto con l’ignoto e la sorpresa.

Nel laboratorio di Torpignattara, grazie allo spazio ampio e traboccante di molteplici materiali, abbiamo avuto la possibilità, dopo aver parlato dei vari artisti e artiste e delle loro creazioni, di dar vita a delle opere collettive ed individuali, frutto di discussioni e confronti con i bambini e le bambine, rispettando la loro creatività e originalità.

A scuola grazie alla lettura di albi e al confronto all’interno del circle time, abbiamo trattato le emozioni principali quali: la gioia, la rabbia, la paura, l’amore, associandole a delle tecniche di costruzioni quali: un pop up, un lapbook, un leporello, un libricino.

Parlare, discutere, esternare le proprie idee e le proprie emozioni, trasformando il concettuale in opere concrete, significa motivazione e immersione diretta nell’esperienza, motori per un apprendimento significativo e duraturo. Non è un fare, fine a se stesso, ma è riflessione, all’interno di una cornice metodologica-didattica.

C’è un aspetto importante legato alla meraviglia, allo stupore e alla magia delle creazioni, realizzate in laboratorio e in classe, i bambini ne sono catturati come da un gioco o da un teatrino. Si impara sbagliando, senza avere il timore di “non essere in grado” o di “essere giudicato”, si impara a collaborare, si è finalmente protagonisti di un approccio narrativo, artistico ed esperienziale.

Il riscontro a breve termine era il percorso di ritorno dal laboratorio a scuola, dove le loro conversazioni erano principalmente centrate su ciò che avevano creato in laboratorio, evidenziando le difficoltà o la felicità nell’aver realizzato un oggetto o una piccola opera.

La prova che il percorso era stato interiorizzato ed elaborato si è verificata quando, alla presenza dei genitori, hanno realizzato una performance, presso “Spazio Blu”, in cui spiegavano con proprietà di linguaggio e con cognizione di causa, ciò che avevano voluto rappresentare: emozioni, manufatti, creazioni. E’ stato illuminante per i genitori scoprire le paure più profonde dei propri figli e delle proprie figlie, una in particolare li ha portati ad una riflessione collettiva al termine della performance, poiché si era evidenziata nella maggior parte dei bambini e delle bambine: la paura di perdere tutto, di perdere la famiglia, di diventare poveri. Eppure la loro condizione familiare ed economica è solida e dignitosa, ma probabilmente, queste paure sono dettate da input esterni: il mondo che li circonda ha la sua incidenza.

L’intelligenza emotiva è un percorso lungo e complesso, che merita tempo ed energia, da realizzare nel contesto familiare, ma anche e soprattutto a scuola, la prima comunità sociale per ogni bambina e bambino.

Monica, quali artiste ed artisti ti hanno ispirato per la realizzazione del laboratorio “ Arte ed Emozioni”?

“Volevo iniziare il percorso evocando nei bambini e nelle bambine il senso della gioia, e chi meglio di Alexander Calder poteva esprimere questa emozione, lui che è stato per tutta la vita, un eterno bambino nei suoi lavori. Perché la gioia è connessa al movimento, al colore, e i Mobiles di Calder rappresentano questa ricerca continua di balance, di equilibrio, tra la gioia sfrenata e la gioia contenuta, evocando la continua leggerezza. Ho sempre pensato che lui si fosse divertito tutta la vita, soprattutto con la creazione del piccolo circo in una valigia,creando pupazzetti che avessero dei movimenti. La gioia quindi non in un quadro o in un oggetto, ma nella creazione di forme giocose, aeree, e in personaggi mobili. Per tutto il ciclo desideravo che i bambini e le bambine potessero vivere esperienze artistiche, che lavorassero con il collage, l’assemblaggio, e che si trovassero a sperimentare diverse tecniche, quindi anche questo ha pesato nella scelta dei diversi artisti e artiste. Per la rabbia mi interessava il collage a strappo, sono partita da questa esigenza e di conseguenza sono andata alla ricerca di chi utilizzava questa tecnica, non sono partita dall’artista, perché lo strappo per i piccoli, è una maniera per esternare una certa rabbia, poi volevo coniugare lo strappo con un collage che fosse anche bello, colorato, farfalle, fiori. Per questo ho scelto Eileen Downes, una contemporanea americana, creatrice di collage che sembrano dipinti, la quale ha sviluppato nel tempo uno stile unico, per creare l’effetto desiderato, dipinti realizzati con la carta. Sempre per la rabbia ho pensato a Yves Klein, il quale realizza grandi opere con i corpi, come timbri, e così calpestando con i piedi su grandi fogli, materiali e colori, abbiamo lasciato tracce e forme colorate. Per la paura era più difficile individuare un’ artista, ma ho pensato a Joseph Cornell amante dell’ assemblaggio e delle scatole di legno, la paura poteva diventare una sorta di oggetto iconico, alcune paure che avevano individuato e immaginato, potevano chiuderle in una scatola e al momento opportuno riaprire la stessa, solo con una persona di fiducia che poteva essere un genitore, un adulto. L’ assemblaggio è un’altra tecnica che loro hanno provato a sperimentare, là dove gli oggetti possono diventare un minimondo, qualcosa di evocativo, simbolico, c’è stato anche un accenno al simbolo “ questo mi sembra …potrebbe esprimere…” e poi il coperchio , sul coperchio un sé, un autoritratto alla maniera di Jean Dubuffet con l’ Art Brut, con mescolanze di terre, sabbia e altro, per coniugare il concetto che la rozzezza o apparentemente il non bello, il non preciso, il me non perfettissimo, può essere anche un sé che nasconde qualcosa di interessante e di sorprendente. Per l’amore ho scelto Paula Becker, lei era innamorata dell’arte e poteva comunicare ai piccoli e alle piccole, l’idea che l’amore nella vita non è incarnato soltanto nelle persone, ma può essere incarnato anche nelle passioni, nei desideri, negli ideali , nell’arte. Paula rischia tutta la sua vita per raggiungere questo grande amore, amore che lei esprime in un autoritratto in cui si dipinge nuda e incinta, ma lei non era incinta realmente, bensì è incinta della sua arte, non può mantenersi con la sua arte e quindi si riconcilia con suo marito, l’unico quadro che riesce a vendere è il ritratto di Rilke, il grande poeta, suo grandissimo amico, che lo compra per amicizia. La frustrazione di questa grande donna che non riesce a mantenersi con la sua arte, e poi purtroppo la vita se la porta via così , dopo il parto di sua figlia.
I bambini e le bambine hanno sperimentato che ritrarre qualcuno vuol dire anche che i colori cominciano a fluire, a sgorgare in modo naturale, perché i piccoli sono liberi”.

E’ adeguato presentare autori ed autrici così importanti a bambine e bambini così piccoli? 

“Io sono convinta che i bambini abbiano un livello di comprensione decorticato, così fertile, che anche fare delle proposte difficili, azzardate, possa dare i suoi frutti, ho fatto tantissimi laboratori di poesia con i piccolissimi e portavo loro, le poesie di Montale e Dickens per abituarli al non facile, al difficile, perché è il difficile che ti fa realizzare salti avanti, magari lì per lì intuisci delle cose, ma quelle intuizioni ti aprono delle sinapsi, sono percorsi difficili, ma bisogna fare degli strappi in avanti”.

Avevi già sperimentato con i bambini e le bambine percorsi artistici ed emozionali?

“Sì tantissime volte, soprattutto in Austria, dai tre anni fino alle medie, dove portavo avanti percorsi lunghi e paralleli, che riguardavano anche la performance, quindi scenografia, luci, costumi, attraverso vari artisti, sperimentando varie tecniche, per poi concludere il tutto in una mostra finale”.

Questo tipo di percorsi nella scuola, si possono realizzare in modo strutturale e continuativo?

“Sarebbe bellissimo, io non credo ai workshop, due volte è niente, bisogna lavorare sulla continuità, che duri nel tempo, con delle pause, in cui i piccoli e le piccole, possono approfondire , anche nella classe , lavorando insieme alle insegnanti, per definire un progetto comune”.

C’è differenza in Europa, tra un paese e l’altro, su come si introduce l’arte nella scuola? 

“In Austria c’è un’apertura grande, sulle proposte, non ero io singola artista che mi proponevo, ma grandi strutture che mi ingaggiavano e mi proponevano progetti, la scuola investe su questo e inoltre ci sono tante associazioni di genitori che si sostengono tra loro e anche chi non ha le condizioni economiche adeguate, ha ugualmente la possibilità di usufruire di tali progetti. Questo succede perchè funziona lo stato sociale, ci sono più fondi che investono sull’istruzione, io portavo la creatività che loro non hanno, poiché sono rigidi, noi abbiamo un’apertura che loro non hanno, ma loro hanno degli spazi fantastici, palestre a misura di bambino, per cui anche se piccoli, potevano costruire scenografie, in totale sicurezza, con materiali infiniti, facili da maneggiare”.

Nel tempo, questo tipo di percorsi, che effetti hanno sulla crescita interiore e didattica delle bambine e dei bambini?

“Questi percorsi rendono più sicuri i bambini e le bambine, che hanno incertezze su ciò che si impara a scuola come: il leggere, lo scrivere, le varie discipline, perché si innesca un’intuizione “ sto scoprendo qualcosa di me , un altro talento”, perché in un percorso del genere non c’è valutazione, ma grande libertà di espressione, purtroppo nell’arte c’è anche chi ti viene a dire “ questo non l’hai fatto bene”, “questo non è proprio bello”, ecco che questi percorsi ti insegnano ad avere categorie altre , uno sguardo di maggiore apertura. Io lavoro sempre in upcycling, i bambini e le bambine si abituano così a uno sguardo più profondo dove un oggetto insignificante, si può trasformare, grazie ad altri materiali, in qualcosa di impensabile, e questo è un momento di grande libertà, perché noi abbiamo delle sovrastrutture , su come dobbiamo vestirci, dobbiamo parlare, imparare a memoria, tutto ciò non esiste più con l’arte, e quindi in molti bambini e bambine, emergono altri talenti. Io ad esempio, sono stata fortunata, perché alle medie facevo parte di un gruppo, all’interno della scuola, dove studiavamo in maniera altra, è un modo di imparare fuori dal tradizionale, la scuola mi piace tantissimo, ma sono contraria alle impostazioni rigide”.

Ha influito su di te l’esperienza realizzata in Austria? 

“Per me è stata un’esperienza bellissima, soprattutto quella in una scuola elementare, dove erano presenti dieci lingue differenti, diversamente abili, culture e tradizioni diverse, lavorando per 5 anni, sviluppando progetti. L’esperienza accumulata è stata fonte d’ispirazione per le mie opere, che ho creato nel tempo, c’è stato un ritorno, perché non solo rifletti su quello che potresti dare, ma anche su ciò che i bambini e le bambine realizzano e su come lo realizzano, insomma è un circolo virtuoso, dove ciò che invii, ti ritorna e viene rimandato. Io sono felicissima ogni volta che la scuola mi cerca, perché è importante per me questo dialogo con le persone piccole, perchè sono il futuro, è banale? scontato? Come artista sento di dover dialogare con loro, altrimenti non avrei senso, l’artista può essere un medium tra la realtà e un altrove, dove l’altrove è immaginare altri mondi, per poi migliorare questo in cui si vive, quindi è fondamentale che l’artista entri in dialettica con i piccoli e le piccole, però effettivamente non sono capaci tutti, io ho una particolare attitudine con le persone piccole… perché anch’io, mi sento piccola”!

*docente di scuola primaria presso la “ Carlo Pisacane” di Torpignattara-Roma.

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