Didattica digitale: il problema non è la parola ‘distanza’

In tempi così difficili come quelli che stiamo vivendo tutto sembra amplificarsi e dilata. Si amplificano le notizie, che fino a ieri ascoltavamo noiosamente mentre eravamo impegnati nella nostra preziosa quotidianità e, contemporaneamente, di dilatano i tempi, in una perenne attesa sperando di riuscire, faticosamente a creare nuove routine in grado di rassicurarci e accompagnarci giorno dopo giorno, nella faticosa impresa di rimanere ciò che siamo, uomini, donne, docenti, educatori, genitori, figli.

Mentre tutto si dilata e si amplifica l’attualità ci rimanda al bisogno che ha la scuola di non fermarsi nonostante tutto, perché la scuola è in primis educazione, crescita, speranza nel presente e nel futuro. Nel giro di poche ore docenti e dirigenti scolastici hanno dovuto reinventarsi e diventare esperti digitali, riuscendo a padroneggiare strumenti che fino a pochi giorni fa erano per lo più sconosciuti. Zoom, Skype, per i migliori Gsuite o la proposta iOS….simboli, acronimi di difficile comprensione, almeno per qualcuno.

Immediatamente è nata una polemica insanabile, come spesso accade nella scuola tra chi sostiene che non sia nostro dovere attivarsi verso l’organizzazione della didattica a distanza e chi invece crede sia giusto farlo, tra il sindacato che contesta le attività a distanza e l’altro sindacato che le organizza. Ci si è buttati in una zuffa su quel termine “distanza”, e siamo tornati alla polemica del voto di condotta, del grembiulino, del crocefisso in classe. Siamo diventati tifosi di un’idea.

C’è chi ha iniziato a dare montagne di compiti e chi non si presenta nella classe virtuale. Chi ha preso una nota perché, pur non alzandosi dal proprio letto si è comportato male e chi ha progettato lezioni appassionanti, pur non potendo uscire dalla propria abitazione. Sono cambiate molte cose, ma, a pensarci bene non è cambiato il cuore del problema, cioè la dimensione della didattica. Ci siamo erroneamente concentrati sul problema della distanza, pensando che fosse necessario dotarsi di strumenti informatici, certamente indispensabili, e abbiamo dimenticato che il cuore della didattica è la relazione e il cuore della scuola è la didattica. E così chi dava molti compiti quando era in presenza non ha avuto problemi a caricare sul registro elettronico decide di pagine da studiare o esercizi su esercizi da svolgere. Chi si lamentava prima, lo farà ora. Chi aveva una modalità trasmissiva, l’avrà anche on line su Skype. Gli innovatori, coloro i quali sono alla ricerca di strumenti per promuovere una didattica sempre più su misura, non hanno certo smesso di esserlo ora, così come gli impavidi della sperimentazione didattica non saranno diventati, a causa del monitor di un pc, dei rassicuranti passacarte statali.

In tempi di Coronavirus, dove tutto si dilata e si amplifica, la didattica non fa differenza. Amplifichiamo di fatto le nostre capacità relazionali e comunicative e dilatiamo il nostro impegno per fronteggiare un’emergenza inattesa, ma rimaniamo quello che siamo. Dobbiamo dunque cercare di lavorare sul concetto di didattica, più che sulla dimensione digitale. Chiederci se siamo capaci di creare e mantenere rapporti anche in tempo di lezione via Skype o se, ancora una volta, ci trinceriamo dietro un registro, stravolta virtuale, per difendere e mantenere uno status che, giorno dopo giorno, non ci appartiene più.