Da Bangkok a Bolzano: dall’indignazione collettiva al richiamo delle famiglie. Il Patto educativo e il difficile ritorno alla corresponsabilità
di Sabrina Granese* e Maria Angela Grassi**
Ci sono episodi che smettono presto di essere meri fatti di cronaca e diventano autentiche cartine di tornasole del funzionamento di una società. La vicenda dei giovani italiani a Bangkok è stata, sotto molti aspetti, una di queste. Più ancora dei comportamenti messi in atto dai ragazzi, ha colpito la reazione della comunità thailandese: una risposta compatta, che ha restituito un’idea di responsabilità collettiva profondamente diversa da quella alla quale, nostro malgrado, ci siamo progressivamente assuefatti nel nostro Paese. Quell’episodio ci ha mostrato, con crudele chiarezza, il modo in cui altre culture concepiscano l’educazione come un impegno condiviso, una questione che coinvolge l’intero tessuto sociale e non soltanto le agenzie formative deputate.
Quella riflessione trova, oggi, un’ulteriore e significativa conferma anche nel dibattito italiano. La recente riforma della normativa scolastica della Provincia autonoma di Bolzano, che introduce specifiche sanzioni nei confronti dei genitori nei casi di grave inadempimento dei doveri educativi, riporta al centro una questione rimasta troppo a lungo ai margini del dibattito pubblico e delle politiche scolastiche: la corresponsabilità educativa. Si tratta di un intervento che, al di là delle diverse valutazioni che può suscitare, ha il merito innegabile di riaccendere i riflettori su un tema che da anni attendevamo venisse affrontato con serietà e determinazione.
Il significato pedagogico di questa misura appare evidente e profondo. La norma riafferma con chiarezza che il comportamento dei figli non riguarda esclusivamente la scuola o il minore, ma richiama inevitabilmente anche il ruolo e le responsabilità della famiglia. È un cambio di prospettiva culturale, ancora prima che giuridico: riconoscere che anche la negligenza educativa degli adulti può incidere profondamente sul percorso di crescita dei figli significa ammettere che l’educazione non può più continuare a essere considerata una responsabilità quasi esclusivamente scolastica, delegata interamente agli insegnanti e alla scuola.
Se il legislatore arriva a riconoscere questo principio, allora la domanda di fondo non è soltanto se prevedere sanzioni nei confronti dei genitori, ma quali strumenti mettere concretamente a disposizione della scuola per intercettare e affrontare, prima che degenerino, le situazioni di persistente fragilità educativa. È qui che la pedagogia, come scienza dell’educazione e della formazione, può fare la differenza in modo decisivo. Più che limitarsi a intervenire quando il conflitto è ormai esploso e i danni sono stati fatti, la scuola dovrebbe poter contare su strumenti permanenti di prevenzione, consulenza e accompagnamento, che operino in una logica di prossimità e di ascolto attivo.
Come pedagogisti e come ANPE, siamo convinti che lo sportello pedagogico permanente non rappresenti un semplice servizio aggiuntivo, né tantomeno un lusso per scuole benestanti, ma uno degli strumenti cardine attraverso cui rendere finalmente effettiva quella corresponsabilità educativa che da troppo tempo resta confinata nei documenti ufficiali, nelle circolari ministeriali e nei proclami di principio. È proprio questo il nodo strutturale che dovrebbe interrogare l’intero Paese e che richiede un cambio di passo nelle politiche educative nazionali.
Comportamenti aggressivi, atti di bullismo e cyberbullismo, vandalismo, violenze nei confronti di docenti, operatori sanitari e cittadini non rappresentano più episodi eccezionali e circoscritti. Dentro e fuori la scuola costituiscono, ormai, una costante della cronaca quotidiana, tanto da rischiare di non suscitare più uno stupore proporzionato alla gravità del fenomeno. Ci siamo assuefatti alla violenza, l’abbiamo normalizzata, e questo è forse l’aspetto più inquietante di una deriva che investe l’intera società.
La scuola continua a essere uno dei pochi luoghi in cui queste trasformazioni emergono con evidenza e in cui è ancora possibile intercettare il disagio prima che si trasformi in devianza. Ogni giorno gli insegnati sono chiamati non soltanto a istruire, ma a ricostruire relazioni, gestire conflitti, promuovere il rispetto delle regole, educare alla convivenza civile. Tuttavia, l’educazione è, per sua natura, un processo essenzialmente comunitario, e proprio la corresponsabilità educativa continua a essere uno dei principi meno praticati e più fraintesi del nostro sistema scolastico.
Il Patto educativo di corresponsabilità, nella maggior parte dei casi, si esaurisce in una firma raccolta all’inizio dell’anno scolastico, un adempimento formale che raramente si traduce in una reale e duratura alleanza tra scuola e famiglia. La quotidianità delle scuole racconta, infatti, una realtà profondamente diversa: interventi riparativi, attività di responsabilizzazione o percorsi di riflessione incontrano spesso la resistenza delle stesse famiglie, che faticano a riconoscerne il valore educativo o finiscono, talvolta inconsapevolmente, per delegittimare l’azione della scuola, minandone l’autorevolezza e l’efficacia.
Eppure non è questo il significato che la legislazione attribuisce al Patto educativo di corresponsabilità. La normativa introdotta con il D.P.R. 235/2007 non lo concepisce come un semplice modulo da sottoscrivere burocraticamente, ma come uno strumento fondato sulla partecipazione attiva e sulla condivisione di valori e obiettivi. La norma prevede che il Patto sia elaborato e, ove necessario, revisionato in modo condiviso e che, nelle prime settimane dell’anno scolastico, siano promosse iniziative idonee alla sua presentazione e condivisione con studenti e famiglie. È difficile parlare di condivisione senza momenti di confronto autentico, senza occasioni in cui il Patto venga spiegato, discusso e realmente compreso nelle sue implicazioni educative. Quando tutto si riduce a una firma digitale o a un documento consegnato insieme ad altri moduli amministrativi, non viene meno soltanto una buona prassi organizzativa: si smarrisce il significato pedagogico stesso del Patto, riducendolo a un adempimento burocratico privo di anima.
È proprio qui che il principio della corresponsabilità mostra tutta la sua fragilità e la sua distanza dalla realtà, poiché un patto che non prevede alcuna concreta assunzione di responsabilità da parte degli adulti rischia di trasformarsi in una semplice dichiarazione d’intenti, in un proclama retorico che nessuno si sente realmente impegnato a rispettare.
Che cosa significherebbe, allora, rendere davvero effettiva questa corresponsabilità, trasformandola da principio astratto a pratica quotidiana? Lo sportello pedagogico permanente potrebbe assumere una funzione ben più ampia del semplice sostegno a studenti e docenti e diventare il riferimento istituzionale al quale gli insegnanti possano rivolgersi per segnalare, attraverso procedure chiare e condivise e senza il timore di esporsi personalmente a conflitti o delegittimazioni, situazioni di persistente disimpegno educativo da parte delle famiglie. Sarebbe uno spazio protetto di ascolto e di intervento precoce.
La segnalazione non dovrebbe avere una finalità sanzionatoria, bensì preventiva e riparativa. Nei casi più significativi e gravi, l’accesso dei genitori a percorsi di consulenza, formazione e accompagnamento pedagogico dovrebbe costituire un passaggio obbligatorio, orientato a ricostruire quell’alleanza educativa che il Patto di corresponsabilità richiama, ma che troppo spesso rimane soltanto una formula amministrativa priva di conseguenze operative.
La scuola continuerebbe, così, a svolgere il proprio ruolo educativo e formativo senza essere lasciata sola nella gestione di situazioni che richiedono competenze e responsabilità condivise, senza dover supplire a carenze che appartengono ad altri ambiti della vita sociale e familiare.
Investire stabilmente nella pedagogia non dovrebbe più essere considerato una scelta opzionale o un costo accessorio, ma una priorità strategica delle politiche educative. Lo sportello pedagogico e la presenza di équipe multidisciplinari nelle scuole non rappresentano servizi accessori o di lusso, bensì strumenti essenziali per accompagnare studenti, famiglie e docenti in una società profondamente cambiata, in cui le tradizionali agenzie educative sono in crisi e i ragazzi vivono in un mondo sempre più complesso e frammentato.
Naturalmente nessuna sanzione economica potrà, da sola, risolvere una crisi educativa costruita nell’arco di anni e alimentata da fattori sociali, culturali ed economici profondi. Tuttavia, iniziative come quella della Provincia autonoma di Bolzano hanno il merito di riportare al centro una domanda che non possiamo più rinviare: è pensabile continuare a considerare l’educazione un compito quasi esclusivamente scolastico, delegato interamente agli insegnanti e alla scuola?
La vera sfida del nostro tempo non consiste nell’affrontare l’ennesima emergenza con interventi tampone e provvedimenti d’urgenza, ma nel riconoscere che l’emergenza sia diventata struttura, che ciò che appariva eccezionale si è trasformato in ordinario, che la crisi educativa non è un fenomeno passeggero ma una condizione stabile della nostra società. Quando un cambiamento assume carattere strutturale non bastano nuove regole né l’inasprimento delle sanzioni, per quanto condivisibili possano essere. Occorre ripensare il Patto educativo nel suo significato più autentico e profondo, investendo finalmente sulla pedagogia come infrastruttura permanente della vita sociale, come sapere che non si esaurisce nei contesti scolastici ma attraversa l’intera esperienza umana.
Le nuove generazioni non crescono dentro i nostri discorsi, per quanto ben argomentati, ma dentro i nostri criteri di giudizio, dentro le nostre scelte quotidiane, dentro i nostri comportamenti. Imparano osservando ciò che gli adulti ritengono accettabile, ciò che sono disposti a giustificare e ciò per cui continuano a indignarsi. È lì, prima ancora che nelle aule scolastiche, che una società decide quale educazione trasmettere a se stessa e alle generazioni future. È nelle pieghe della vita quotidiana che si gioca la partita decisiva dell’educazione.
La reazione della comunità thailandese e il dibattito aperto dalla riforma della Provincia autonoma di Bolzano, pur in contesti profondamente diversi, convergono nella stessa direzione: ricordarci che l’educazione non appartiene soltanto alla scuola, ma è una responsabilità dell’intera comunità, un bene comune che richiede l’impegno di tutti. Del resto, è questo lo spirito che ispira anche il Patto educativo di corresponsabilità, nato non per raccogliere una firma, ma per costruire una partecipazione consapevole e un’alleanza educativa autentica tra scuola, famiglia e studenti. Quando quella partecipazione viene meno, quando l’alleanza si incrina, il Patto perde la sua funzione e la corresponsabilità si riduce a un principio puramente formale, a una dichiarazione di intenti senza seguito.
Forse la proposta di Bolzano va letta meno come una soluzione compiuta e più come un segnale che dovrebbe inquietarci e farci riflettere: se una comunità arriva a dover ricordare attraverso una sanzione che educare e partecipare alla formazione dei figli è una responsabilità anche dei genitori, significa che il problema non è la multa, ma tutto ciò che, come comunità educante, abbiamo smesso di fare molto prima. Significa che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che ci siamo ritirati dalla responsabilità collettiva, che abbiamo lasciato soli gli insegnanti e i ragazzi in un compito che richiederebbe invece lo sforzo convergente di tutti gli attori sociali. La sfida, oggi, è proprio questa: ricostruire quella comunità educante che abbiamo smantellato, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, con la nostra indifferenza e il nostro disimpegno.
*Docente di Scuola secondaria, Socio onorario ANPE, Curatrice e Segretaria di Redazione “Professione Pedagogista”
**Pedagogista, Presidente nazionale ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani)
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