Corpoceleste: “Sogno una scuola che insegni a vivere nel mondo e a credere davvero di poter riuscire a fare qualsiasi cosa”
Di Sara Morandi
Corpoceleste, pseudonimo di Massimo Bartolucci, è un talentuoso cantautore umbro nato nel 2000 che si è affermato come una delle voci più promettenti della scena musicale indipendente italiana. Fin da bambino, ha mostrato una passione innata per la musica, partecipando allo Zecchino d’Oro e coltivando il suo talento attraverso lo studio e varie esperienze live. La sua carriera ha preso una svolta significativa quando ha raggiunto le finali del Tour Music Fest con il suo primo brano originale, guadagnandosi il riconoscimento in diversi concorsi musicali nazionali. Il suo nuovo album, Fantasmi che mi porto dietro, rappresenta un capitolo importante del suo percorso artistico. Con una scrittura intima e diretta, l’album esplora temi come la memoria e le fragilità, trasformando esperienze personali in racconti universali. Con la collaborazione di artisti come acquachiara, acero, Ben Cavendish e Maria Faiola, il cantautore crea un’opera che unisce sensibilità pop, ricerca sonora e testi profondi. Oltre alla musica, Corpoceleste ha intrapreso un percorso accademico in Lettere Moderne, con l’intenzione di diventare un giorno docente. La sua scuola ideale è un luogo inclusivo e sicuro, che accoglie studenti e docenti di ogni estrazione sociale, colore della pelle e orientamento sessuale. Immagina una scuola che non solo prepari gli studenti ad affrontare il mondo con autonomia, ma che li incoraggi a sognare in grande, vivendo ogni esperienza come un’opportunità di crescita, compresi gli inevitabili fallimenti lungo il cammino.
Come ti senti nel tornare con un nuovo album come “Fantasmi che mi porto dietro”? Cosa ti ha spinto ad esplorare temi come la memoria e le fragilità in questo progetto?
“Grazie a voi per l’intervista! Quando ho iniziato a scrivere a diciassette anni, l’ho fatto perché non sapevo con chi parlare di determinati argomenti e avevo bisogno di sfogarmi. Da quel momento in poi, il mio primo quadernino di canzoni è diventato la lente attraverso la quale provavo a comprendere il mondo e le cose che accadevano intorno a me. E, se la realtà è complessa, di conseguenza complessi saranno i sentimenti che provo a spiegare all’interno dei miei testi. “william blake”, per esempio, parla del senso di colpa che ho provato nel momento in cui mi sono reso conto che ho cristallizzato alcune persone che amo all’interno di canzoni tristi (o piene di rabbia, o in generale negative), ma lo fa attraverso la forma canzone. È una canzone che condanna lo scrivere canzoni e lo rivendica allo stesso tempo. Mi piace lo spazio grigio, lo trovo umano. Tutto questo, nella mia mente, viene declinato attraverso i temi di memoria e fragilità: il futuro è sempre incerto, ma i rimpianti del passato sono un altro tipo di dolore, perché – come dico nel brano “nomade” – «ciò che è andato è andato»”.
Nel tuo percorso musicale, hai spesso parlato di un viaggio intimo e di una casa infestata. Puoi spiegarci cosa rappresenta questa metafora nel contesto del tuo nuovo album?
“Non avevo un concept ben preciso quando ho iniziato a scrivere e produrre l’album. L’unica cosa che sapevo era che non volevo mai parlare dello stesso argomento o persona per più di una volta. Questo è risultato in una collezione di brani molto diversi tra loro sia dal punto di vista del sound che dei temi trattati. Ho trattato ciascuna traccia come se dovesse essere un singolo: volevo che non ci fossero delle palesi “hit” che fossero innegabilmente migliori delle altre. Insomma, così facendo mi sono reso conto di aver costruito una sorta di museo della mia vita da cinque anni a questa parte. Ho analizzato il mio passato e dedicato brani a «persone che ho perso e persone che ho ancora in pugno», come dico nella prima traccia. È dunque naturale che questo disco si sia trasformato in una casa infestata: ogni brano è uno spettro. Ho rilasciato piano piano ogni canzone e ho diviso il tutto in capitoli, ovvero in EP usciti nel 2024 e nel 2025: per me, ogni EP era un piano della casa. Nei crediti dell’album, ho descritto il concept dell’album spiegando la tracklist in questo modo:
«Per la prima volta dopo tanto tempo, scelgo di uscire dalla porta sul retro. Le zanzare mi attaccano senza pietà, ma ora riesco a vedere la casa nella sua interezza. L’ordine delle tracce ha finalmente senso: sono entrato (traccia 1), ho aperto tutti i rubinetti (tracce 2-4), ho sentito l’eco di voci estranee in corridoio (tracce 5-7). Ho esplorato ogni stanza, ogni piano, credendo di essere in pieno controllo della situazione (tracce 8-9). Ho preso un accendino e appiccato un incendio (traccia 10), trovato rifugio in giardino (tracce 11-12), osservato le radici dell’albero (tracce 13-14) che erano cresciute sotto l’edificio, rendendolo inabitabile. Mi volgo, mi dico che sono pronto a lasciare andare, a voltare pagina. La casa, come un ologramma, si ripresenta di fronte a me. Entro, per l’ennesima volta»”.
Collaborare con altri artisti e produttori può arricchire il processo creativo. Come sono nate le collaborazioni con Uakari, acquachiara, acero, Ben Cavendish e Maria Faiola in questo disco?
“In modo molto diverso tra loro. Ho conosciuto Uakari all’inizio del 2023 e ci fu un’intesa particolare sin dal primo incontro: con lui posso parlare di qualsiasi cosa, e questo ha aiutato tantissimo lo sviluppo di questi brani. Se li avessi prodotti con qualcun altro, il risultato sarebbe stato sicuramente meno intenso e vulnerabile (complice il fatto che ho registrato la maggior parte dei brani nella sua cameretta, prima che avesse uno studio suo). Quasi nello stesso periodo conoscevo acquachiara: ci avevano chiesto di fare un doppio concerto. Di solito, in questi casi, ognuno fa le proprie canzoni e basta. Ci si conosce direttamente là. Invece mi ricordo che lei mi contattò prima, e mi chiese di scrivere insieme, almeno avremmo avuto un momento condiviso della serata. “solo ancora per un po’” è nata in un’ora e mezza, la prima ora e mezza in cui io e acquachiara ci siamo conosciuti. A ripensarci non sembra vero, sembra una storia inventata. Ben Cavendish e Maria Faiola, invece, li conoscevo da tempo prima di chiedere loro di partecipare alla stesura del brano “braccia”. Facevamo già parte dello stesso gruppo di amici cantautori, e conoscevo già molto bene il loro talento: avevo una strofa che mi piaceva molto, ma non sapevo come sviluppare il resto del brano e ho dato loro carta bianca. Maria ha arrangiato tutte le parti vocali in modo magistrale, mentre Ben ha trasformato la seconda parte della canzone in un viaggio rap-hyperpop che mai mi sarei riuscito a immaginare da solo. Sono stato molto fortunato, ma sapevo di potermi fidare delle loro immense capacità. La collaborazione con acero, infine, è nata da una mia richiesta: avevo bisogno di qualcuno che “correggesse” la bozza del brano (“2036”) perché sentivo che c’era qualcosa che non andava. Quando l’abbiamo riscritto insieme, mi sono reso conto di quanto ci stesse bene la sua voce. È stato molto semplice, in realtà. Ognuna di queste collaborazioni è nata in maniera molto diversa dalle altre, ma regala al disco una tridimensionalità che mai avrebbe avuto altrimenti. E di questo sono molto grato a tutti i miei meravigliosi collaboratori”.
Immaginando la tua scuola dei sogni, quali valori o aspetti fondamentali vorresti che trasmettesse agli studenti del domani?
“Sto provando a capirlo. Mi spiego: parallelamente al discorso musicale, ho portato avanti gli studi conseguendo una laurea triennale in Lettere Moderne, e ora sono in procinto di laurearmi in Filologia Moderna. Un percorso di studi come questo porta quasi naturalmente all’insegnamento come professione, e io oggi mi sto preparando anche ad essere un docente di italiano e latino, e sto seguendo in questo momento il corso formativo per conseguire i 60 CFU. Non so se lo farò mai, perché la priorità è sempre la musica, ma se dovessi diventare un insegnante immagino la scuola come un luogo sicuro, che abbia degli spazi sempre più accoglienti per studenti e docenti. La immagino inclusiva, indipendentemente da classe sociale, colore della pelle, sessualità. Immagino una scuola che insegni agli alunni ad essere autonomi, a vivere nel mondo, ma anche ad astrarsi e credere davvero di poter diventare o fare qualsiasi cosa vogliano, passando attraverso tutte le sconfitte che naturalmente si presenteranno lungo la strada, e accettandole”.
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