Ciao Dario, mi resterai sempre nel cuore e nella mente

È difficile e delicato trovare le parole per narrare l’umanità, l’entusiasmo, l’altruismo, il fascino culturale di un grande amico e interlocutore con il quale si è condiviso progetti, iniziative e speranze. Conoscere, frequentare, collaborare, essere amico di Dario Antiseri è stato un privilegio, una fortuna di cui tuttora non smetto di meravigliarmi. Tutti lo ammiravano e, in qualche caso, ne temevano il rigore del pensiero e del suo comportamento che emergevano pur nella sua naturale disponibilità all’incontro e all’ascolto delle posizioni, anche diverse dalle sue. Il suo principio era la dignità assoluta della persona, concretamente inclusa nel logos che innerva l’intera Creazione e si proietta nella stessa società: da questo discendeva il suo rispetto e la sua lealtà verso le istituzioni, rispetto che implicava ogni sforzo per il loro miglioramento. Al Ministero dell’Istruzione, destò non poca meraviglia e sorpresa la decisione che assumemmo nel 1992, quando fu bandito il concorso per Direttori didattici, di nominarlo presidente della commissione esaminatrice. Circolavano, da tempo, voci che insinuavano che alcuni “predestinati” tra gli aspiranti direttori didattici, sostenuti da centri di interessi, sarebbero stati messi a conoscenza delle tracce dei temi, assicurando loro il superamento degli esami. D’intesa con la Direzione Generale, pur valutando i rischi di possibili disfunzioni ed errori nelle operazioni concorsuali, il presidente Antiseri convocò, per la formulazione delle tracce d’esame, la commissione alle tre di notte del giorno in cui, alle otto del mattino, avrebbe avuto inizio la prova scritta del concorso al quale partecipavano oltre 20 mila docenti, ripartiti in oltre 30 sedi scolastiche della Capitale, alle quali far pervenire per tempo le tracce prescelte. Una testimonianza concreta di come istituire le condizioni per sviluppare una funzione amministrativa statale capace di generare credibilità, riconoscenza, prestigio e rispetto.

Dario Antiseri va ricordato soprattutto per le sue battaglie politico-culturali condotte per l’affermazione di una spiccata dimensione scientifica tanto nei percorsi di prima formazione dei docenti, quanto in quelli tendenti al loro sviluppo professionale. Riteneva infatti che lo sviluppo di un “abito” scientifico in quanti sono impegnati primariamente nella scuola e nella formazione delle nuove generazioni poteva ben rappresentare una base necessaria, ancorché non sufficiente, per garantire un futuro democratico al nostro paese e per irrobustire l’apertura della nostra società. Considerava, a ragione, il metodo scientifico come uno strumento in grado non solo di condurre a saperi accreditati nei differenti domini conosciti, ma anche di essere sottoposti – scientificamente – alla smentita della loro fondatezza. Seguendo l’insegnamento di Popper, il nostro amico filosofo poneva ben in evidenza come nella loro diversità, le metodologie di accrescimento epistemologico dei diversi saperi e delle differenti discipline erano tutte riconducibili a quell’unicum del metodo scientifico generale caratterizzato dall’affioramento di un problema, ovvero dalla problematizzazione di una certa realtà, dalle congetture, ipotetiche, circa la sua soluzione e, infine, dalle confutazioni, a partire da chi le formula, ovviamente pubbliche, delle stesse. Un suo lavoro, che tratta in modo originale questi argomenti, di poco meno di cento pagine e tuttavia di immenso rilievo, edito dalla SEI nell’86, dal titolo “Introduzione alla metodologia della ricerca”, dovrebbe a mio avviso, data l’allarmante denutrizione scientifica degli italiani mostrata da tutte le indagini sul prodotto scolastico, rappresentare ancora oggi il viatico insostituibile per insegnanti e ricercatori che vogliono svolgere con efficacia ed entusiasmo la loro delicata e importante professione.

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