Bilancio del berlusconismo scolastico

La notizia del ritiro di Silvio Berlusconi dalla vita politica, almeno come primo attore, segna la formale conclusione di una intera fase della storia italiana, quella apertasi nel 1994 con la sua ‘discesa in campo’ e conclusasi di fatto con la nomina di Mario Monti a suo successore alla guida del Governo.

E’ tempo di bilanci, dunque, come molti commentatori e analisti politici provano a fare già nei giornali e negli altri media di oggi, con riferimento in genere alla sua parabola politica, il cosiddetto ‘berlusconismo’. Seguiranno certamente bilanci settoriali, riferiti all’economia, alla giustizia, alla pubblica amministrazione, ai mass media, e ai numerosi campi della vita sociale e istituzionale toccati dall’attività del fondatore di Forza Italia e del Popolo della Libertà.

Possiamo chiederci dunque qual è il bilancio del berlusconismo in educazione. C’è stato in questi quasi venti anni un filo conduttore che ha ispirato le proposte e le riforme realizzate dai governi guidati da Berlusconi? Diremmo di no. Per una serie di ragioni le proposte più innovative si sono arenate o sono state contraddette dai fatti, tanto che il panorama della scuola italiana di oggi (un po’ meno quello dell’università) assomiglia in modo impressionante a quello di prima dell’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, con la complicazione costituita dalla diminuzione delle risorse umane e finanziarie destinate al settore.

Gli ordinamenti sono cambiati pochissimo: la scuola è sempre divisa in tre segmenti (anche se sulla carta i cicli sono solo due), la durata degli studi è rimasta di 13 anni complessivi, la secondaria superiore è sempre ripartita in quattro aree (licei, istituti tecnici, istituti professionali, formazione professionale), gli insegnanti sono sempre malpagati e privi di prospettive di carriera e parecchi di essi non sono stati stabilizzati, i presidi sono diventati dirigenti con un’operazione di promozione sul campo che ne ha accentuato le competenze gestionali in un contesto organizzativo, finanziario e didattico praticamente invariato, l’autonomia delle scuole si è risolta in molti casi in un generalizzato ‘fai da te’. E le proposte più innovative, a partire da quella della creazione di due grandi aree di istruzione secondaria di effettiva pari dignità (e durata: 4 anni), quella liceale e quella tecnico-professionale, si sono sciolte come la neve al sole alla prova dei fatti, cioè dell’attività di governo. Basti pensare alla riforma Moratti e all’invenzione dei ‘licei vocazionali’, un ircocervo che mascherava da licei i vecchi istituti tecnici.

Parole d’ordine come le ‘tre i’ (inglese, internet, impresa) o l’abolizione del valore legale dei titoli si sono rivelate meri slogan elettorali, suggestioni di un leader più capace di vincere le competizioni elettorali che di governare il cambiamento, come si è visto anche in altri settori.

Nell’ultima fase del berlusconismo, quella che ha visto Mariastella Gelmini alla guida del ministero di viale Trastevere, non si è neanche più tentato di volare alto, salvo che nella astratta e puramente verbale celebrazione della meritocrazia e per qualche passo avanti fatto nella valutazione di sistema. Per il resto c’è stata gestione dell’esistente a risorse calanti, con la scure delle manovre finanziarie che hanno tagliato e taglieggiato in vario modo e a più riprese le risorse disponibili per la scuola.

Un bilancio dunque non certo positivo per il berlusconismo scolastico, anche se non si può ignorare che alcuni dei nodi strutturali che penalizzano la nostra scuola anche nei confronti internazionali si sarebbero potuti sciogliere solo in una logica bipartisan mai concretatasi né mai perseguita in questi vent’anni di contrapposti schieramenti e propagande.