Maturità, le frasi famose presenti nella seconda prova di matematica sono fuori dalle norme: ne modificano la struttura
di Emilio Ambrisi*
Da tre anni due citazioni d’autore incorniciano problemi e quesiti della sessione ordinaria della maturità scientifica. Una scelta d’ornamento che solleva, invece, una questione di sostanza: la struttura della prova risulta modificata, ma senza alcuna disposizione normativa.
Una frase d’autore precede i problemi e un’altra conclude il testo dopo i quesiti. L’una e l’altra non c’entrano nulla con la traccia assegnata, ma rappresentano la novità della cosiddetta «cornice culturale» della prova.
Non sono mancate le critiche e ancora si potrebbe discutere del significato e dell’opportunità di una scelta del genere. Si potrebbe domandare quale contributo effettivo offrano alla prova di matematica frasi che non hanno alcun rapporto con lo svolgimento dei problemi e che non richiedono al candidato alcuna riflessione o risposta. E si potrebbe anche osservare che il valore culturale della matematica non ha certamente bisogno di essere certificato collocando una citazione d’autore famoso sopra l’espressione di una funzione e un’altra sotto quella di un integrale.
Ma il punto non è questo. È piuttosto costituito dalle modalità e dalla qualità delle scelte, che sembrano tracciare nuove vie nell’operare dell’amministrazione centrale della scuola. La questione più significativa, infatti, emerge osservando dove e quando quelle frasi compaiono.
La cornice è stata introdotta esclusivamente nella sessione ordinaria dell’esame, quella sulla quale si concentra ogni anno l’attenzione dei giornali, delle televisioni, dei siti d’informazione e dei social. Non caratterizza invece le altre sessioni della medesima prova e non riguarda le scuole italiane all’estero. Ed è una differenza difficile da considerare irrilevante.
Se le citazioni rispondessero a una precisa esigenza culturale e didattica, se servissero realmente a manifestare la dimensione umanistica e interdisciplinare della disciplina, non si comprende perché tale esigenza debba riguardare alcuni candidati e non altri. La matematica non cambia natura passando dalla sessione ordinaria a quella suppletiva o straordinaria, o transitando da un fuso orario all’altro.
Cambia, invece, l’attenzione pubblica che circonda l’esame. A questo serve la cornice, la cui funzione non è didattica ma comunicativa: offrire alla prova ordinaria un elemento facilmente riproducibile nei titoli dei giornali, nei servizi televisivi e nei commenti sui social. Le citazioni di Ennio De Giorgi e Godfrey Hardy, o quelle di Albert Einstein e Richard Trudeau, diventano in questo modo una sorta di presentazione culturale della prova, immediatamente accessibile anche a chi non leggerà mai i problemi e i quesiti che seguono.
Si tratta certo di una scelta discutibile, ma ancora non è questo il problema principale.
Il fatto è che la seconda prova scritta dell’esame di Stato non è un testo liberamente componibile.
Il D.lgs. 62/2017, all’articolo 17, comma 4, ne stabilisce natura e finalità: la prova ha per oggetto una o più discipline caratterizzanti il corso di studio ed è «intesa ad accertare le conoscenze, le abilità e le competenze attese dal profilo educativo culturale e professionale» dello specifico indirizzo.
Quanto alla struttura della prova di matematica del liceo scientifico, essa ha una storia ormai più che ventennale. Una nota della Struttura Tecnica degli Esami di Stato dell’ottobre 2000, accompagnata da esempi di prova per gli indirizzi di ordinamento e sperimentali, proponeva l’articolazione in problemi e quesiti che è ancora vigente.
Il D.M. 769/2018 è intervenuto successivamente definendo in modo esplicito, sotto la voce «Caratteristiche della prova d’esame», la struttura della prova: «La prova consiste nella soluzione di un problema a scelta del candidato tra due proposte e nella risposta a quattro quesiti tra otto proposte».
La struttura è dunque chiaramente definita: due problemi e otto quesiti, dei quali il candidato deve svolgere un problema e quattro quesiti. Le citazioni d’autore non appartengono a questa struttura. Non costituiscono problemi. Non costituiscono quesiti. Non sono oggetto di valutazione. Non richiedono alcuna attività al candidato. E, soprattutto, non concorrono ad accertare quelle conoscenze, abilità e competenze che il D.lgs. 62/2017 indica come finalità della seconda prova.
E tuttavia sono state introdotte nel testo ufficiale, in una collocazione tutt’altro che casuale: una citazione apre la prova, prima dei problemi; un’altra la chiude, dopo l’ultimo quesito. Non siamo dunque semplicemente di fronte a una frase occasionale inserita nel testo. È stata costruita una vera e propria cornice, stabilmente aggiunta alla struttura prevista della prova.
Ed è significativo osservare che, quando si è voluto modificare quella struttura — riducendo da dieci a otto il numero dei quesiti — lo si è fatto attraverso un decreto ministeriale che ha ridefinito espressamente le caratteristiche della prova. A questo punto la domanda diventa inevitabile: sulla base di quale disposizione normativa è stata introdotta questa ulteriore modifica?
Se si riteneva opportuno cambiare la struttura della prova, la strada naturale era quella di intervenire sugli atti che quella struttura disciplinano. Se invece si ritiene che le citazioni non modifichino la prova, occorrerebbe spiegare secondo quale criterio un elemento inserito sistematicamente nel testo ufficiale, in una posizione precisamente determinata, possa essere considerato estraneo alla sua struttura.
La questione diventa ancora più evidente proprio per la diversa formulazione adottata nelle varie sessioni. Se la cornice fosse realmente estranea alla prova, perché introdurla sistematicamente nella sessione ordinaria? Se invece possiede quella funzione culturale che le viene attribuita, perché eliminarla nelle altre? Le due alternative conducono allo stesso vicolo cieco. E sorprende che, dopo tre anni, questo nodo non abbia suscitato una riflessione adeguata. Non tanto per la gravità materiale dell’aggiunta quanto per una delle sue conseguenze più singolari. Di fronte a quelle citazioni, l’indicazione rivolta ai candidati dai commissari d’esame non può che essere, nella sostanza: «Non leggetele, saltatele».
È difficile non cogliere il paradosso. Il Ministero inserisce nel testo ufficiale della prova una «cornice culturale» e coloro che devono somministrare quella stessa prova sono indotti, per non sottrarre tempo ai candidati, a suggerire di ignorarla. Ciò che dovrebbe nobilitare culturalmente la prova diventa così la parte della prova che è meglio non leggere. Non è soltanto una contraddizione. È anche una questione di credibilità e di autorevolezza dell’amministrazione che predispone la prova: un aspetto sul quale forse non si è riflettuto abbastanza.
Il punto è allora un altro, ed è molto più semplice. Le norme che disciplinano gli esami di Stato devono essere rispettate anche quando la modifica che si introduce appare piccola, innocua o culturalmente ben intenzionata.
Anzi, proprio una modifica apparentemente irrilevante rende la questione particolarmente significativa, perché abitua a considerare la struttura di una prova nazionale come qualcosa sulla quale sia possibile intervenire informalmente, senza avvertire la necessità di indicare il fondamento normativo della scelta.
E qui non si tratta di contestare un dettaglio tipografico, un’intestazione o un’indicazione necessaria allo svolgimento della prova. Le citazioni sono state deliberatamente introdotte per attribuire al testo una «cornice culturale». Possiedono dunque una funzione propria, diversa da quella dei problemi e dei quesiti e diversa anche dalle normali indicazioni operative rivolte ai candidati.
Proprio questa funzione rende ancora meno convincente considerarle elementi neutri ed estranei alla struttura della prova. Se hanno un significato culturale, fanno parte della concezione con la quale la prova viene presentata. Se non ne fanno parte, diventa ancora più difficile giustificare la loro presenza sistematica nella sola sessione ordinaria.
In una prova d’esame nazionale la forma non è separabile dalle regole che la determinano.E non dovrebbe essere necessario ricordarlo proprio al Ministero che di quelle regole è il primo garante e custode.
*Già dirigente tecnico MIUR
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