Se la scuola tradizionale diventa un privilegio

Un interessante articolo di Emma Besseghini, pubblicato nel numero 3/2026 della rivista Linkiesta Magazine, intitolato “Inciviltà delle macchine”, riflette su un fenomeno, in pieno sviluppo negli USA,

dove in totale contrasto con il celebre brano dei Pink Floyd in cui si cantava “We don’t need no education” e si contestava il ruolo dell’insegnante, si sta assistendo alla rivalutazione della didattica tradizionale, almeno a livello universitario, perché ritenuta molto più efficace di quella affidata all’intelligenza artificiale.

Il fatto è, però, che questo modello di didattica richiede un rapporto diretto, quasi personalizzato, tra pochi studenti e un numero ristretto di professori eccellenti (e perciò strapagati), con un aumento dei costi di iscrizione che solo pochi straricchi potranno permettersi.  Il rischio dunque “non è la morte delle università, ma la nascita di una profonda frattura sociale nell’istruzione, con un’élite che potrà permettersi campus prestigiosi – dominati dal valore insostituibile delle relazioni umane e del confronto in presenza – e una massa di studenti affidata a schermi, tutor virtuali e piattaforme automatizzate a basso costo”.

Nessuna delle innovazioni tecnologiche via via introdotte a livello universitario (dalle lavagne interattive fino ai MOOC, i corsi online gratuiti) si è mostrata in grado di sostituire l’esperienza di un’aula perché “l’apprendimento resta un fenomeno sociale: si impara per emulazione, per confronto e per conflitto, e l’università rimane il luogo in cui intessere relazioni, costruire reputazioni, stringere amicizie, e consolidare reti professionali”.

Se a livello universitario l’istruzione d’eccellenza, cioè quella tradizionale, sopravviverà anche se sarà riservata a pochi, più complessa si presenta la situazione per quanto riguarda la scuola prima dell’università, dove le nuove tecnologie serviranno a far funzionare la gran parte del sistema scolastico e sarà sempre più difficile garantire quel rapporto diretto tra maestri e alunni, “quell’empatia che nessuna macchina, neanche la più avanzata, potrà mai replicare.” Un problema che negli Stati Uniti sta dando luogo a una diffusa contestazione delle tecnologie digitali, ma di cui si comincia a discutere anche in Europa e in Italia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA