Dalla condotta al ddl Sicurezza, Novara: ‘Il giudizio non educa, serve una scuola che faccia crescere’
Valutazione, voto in condotta, responsabilità degli studenti, prevenzione della violenza giovanile e nuove misure del Governo sui minori. Mentre il dibattito pubblico torna a privilegiare strumenti sanzionatori e criteri di valutazione più selettivi, il pedagogista Daniele Novara, fondatore e il direttore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), propone una prospettiva diversa, fondata sull’educazione come processo di crescita e non di etichettamento. In questa intervista a Tuttoscuola riflette sui cambiamenti che stanno interessando la scuola italiana, mette in guardia dai rischi di confondere valutazione e giudizio e rilancia il ruolo della comunità educante, della formazione dei docenti e dell’esperienza come autentica palestra di responsabilità.
Negli ultimi anni la scuola sembra tornare a puntare maggiormente su un tipo di valutazione da molti definito “selettivo”, dal voto di comportamento ai nuovi giudizi nella primaria. Come commenta questa scelta?
“La prima cosa importante è non confondere la valutazione con il giudizio. Sono due cose profondamente diverse. La valutazione serve a capire a che punto si trova un bambino o una bambina, un ragazzo o una ragazza, nel proprio percorso di crescita e di apprendimento. Il giudizio, invece, attribuisce un’etichetta alla persona. Quando un alunno viene definito bravo, insufficiente, problematico o inadeguato, il rischio è che finisca per identificarsi con quell’immagine. Da molti anni sostengo che la scuola non debba avere una funzione selettiva, ma formativa. Questo non significa rinunciare all’insegnamento o abbassare il livello delle richieste. Significa, al contrario, aiutare ogni studente a sviluppare le proprie potenzialità. Il voto in condotta, per esempio, rischia di trasformare questioni educative e relazionali in questioni disciplinari, tanto più che il 5 produce la bocciatura. I ragazzi non imparano a stare insieme perché vengono puniti. Imparano a farlo attraverso l’esperienza, il confronto, la gestione dei conflitti e la presenza di adulti autorevoli.
Non a caso il nostro convegno del 31 agosto si intitola “Il giudizio non serve” (https://www.metododanielenovara.it/il-giudizio-non-serve/) . Frase che sottintende quanto sia importante, invece, la giusta valutazione. Si tratta di un’occasione preziosa per insegnanti, dirigenti, educatori e tutte le persone che lavorano nella scuola per ripartire a settembre con il piede giusto, con motivazione e con esempi concreti da mettere in pratica subito, in classe”.
Lei sostiene da tempo che l’errore sia una risorsa educativa. Come si può conciliare questa impostazione con una scuola che oggi sembra chiedere valutazioni sempre più nette e conseguenze più immediate rispetto ai comportamenti degli studenti?
“L’errore è uno straordinario strumento di apprendimento. Nessuno impara senza sbagliare. Vale per i bambini, per gli adolescenti e per gli adulti. Il problema nasce quando l’errore viene interpretato come una colpa. In quel momento smette di essere un’occasione di crescita e diventa un’esperienza di umiliazione. Un ragazzo che ha paura di sbagliare smette di sperimentare, di mettersi in gioco e di sviluppare fiducia nelle proprie capacità. Naturalmente questo non significa che tutto sia lecito o che non esistano limiti. Al contrario, i limiti sono indispensabili. Ma un limite educativo non coincide con una punizione.
La scuola dovrebbe insegnare a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, a migliorarsi partendo dagli errori commessi e a sviluppare un autentico senso di responsabilità. Oggi, invece, si tende troppo spesso a ricercare risposte immediate e automatiche, come se la complessità dell’educazione potesse essere ridotta a un sistema di premi e sanzioni.
L’educazione, però, non funziona così”.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di “responsabilizzare” i ragazzi. Dal suo punto di vista, quali esperienze educative aiutano davvero un adolescente a diventare responsabile e quali, invece, rischiano di produrre solo obbedienza o paura?
“Qui ha centrato un punto perché la responsabilità non nasce dalla paura, ma dall’esperienza. Un ragazzo diventa responsabile quando scopre di poter fare qualcosa per sé e per gli altri, quando sperimenta la fiducia, la cooperazione e l’autonomia. Per questa ragione considero fondamentali tutte quelle esperienze che permettono agli adolescenti di assumere un ruolo attivo all’interno della scuola e della comunità. Penso ai laboratori, alle attività di gruppo, all’apprendimento cooperativo, alle esperienze sportive, artistiche e di volontariato. Penso anche alla possibilità di partecipare alla costruzione delle regole della convivenza. L’obbedienza e la responsabilità sono due cose molto diverse. Una persona può obbedire per paura della punizione, senza avere realmente compreso il significato delle proprie azioni. La responsabilità, invece, implica consapevolezza, autonomia e capacità di assumersi le conseguenze delle proprie scelte. Per questo motivo il compito degli adulti non è quello di esercitare un controllo costante, ma di accompagnare i ragazzi verso una progressiva conquista dell’autonomia”.
Il Governo ha recentemente approvato um disegno di legge che introduce una presunzione di imputabilità per i minori tra i 14 e i 18 anni, sostenendo che “chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni”. Cosa ne pensa?
“Sono convinto che questa scelta rappresenti un errore. Nessuno mette in discussione il fatto che un ragazzo debba essere chiamato a rispondere delle proprie azioni. Il problema è stabilire in che modo questo debba avvenire. Da decenni sappiamo che la semplice repressione non risolve il problema della violenza minorile. Le ricerche internazionali e la stessa esperienza italiana mostrano che i percorsi educativi producono risultati migliori rispetto a quelli esclusivamente punitivi. L’adolescenza è un periodo caratterizzato da una forte spinta verso la trasgressione e da una limitata percezione del rischio. È un dato che emerge chiaramente dalle neuroscienze e dalla pedagogia. Il nostro Paese ha sempre avuto un sistema di giustizia minorile orientato soprattutto al recupero della persona. Ritengo che questa tradizione rappresenti un patrimonio da difendere. Il rischio, altrimenti, è quello di riempire le carceri senza affrontare le cause profonde del disagio”.
Anche la presidente del Consiglio ha affermato che la repressione da sola non basta e ha richiamato il ruolo di scuola, famiglie e territorio nel prevenire il disagio adolescenziale. Se oggi potesse indicare tre priorità per la scuola italiana nella prevenzione della violenza e della dispersione educativa, quali sceglierebbe?
“Per prima cosa la ricostruzione di una vera comunità educante. La scuola non può essere lasciata sola. Famiglie, servizi sociali, associazioni sportive, amministrazioni locali e realtà del terzo settore devono tornare a lavorare insieme. Dopodiché, investire sulla formazione degli insegnanti, soprattutto dal punto di vista pedagogico e relazionale. Un docente non è soltanto un trasmettitore di conoscenze, ma anche un punto di riferimento educativo. Alcuni esempi possono essere il Metodo Litigare Bene ( https://www.metododanielenovara.it/metodo-litigare-bene/ ) , molto pratico ed efficace, e in generale l’adottare un approccio maieutico nella gestione dei conflitti. Infine di restituire ai ragazzi spazi di esperienza reale. I giovani hanno bisogno di movimento, gioco, relazioni, attività di gruppo, contatto con la natura e occasioni di confronto autentico. Non possono crescere soltanto davanti a uno schermo. Schermi e social andrebbero vietati sotti i 14 e i 16 anni. Lo sostengo da tempo, e non sono certo il solo.
Più in generale, credo che la società debba compiere una scelta chiara: decidere se considerare l’educazione un costo oppure un investimento. Io non ho dubbi. L’educazione è il più importante investimento che una comunità possa fare sul proprio futuro”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Solo gli utenti registrati possono commentare!
Effettua il Login o Registrati
oppure accedi via