Singapore abolisce le classifiche degli studenti. La svolta del sistema più competitivo del mondo

Dal 2019 le pagelle delle scuole primarie e secondarie di Singapore non indicano più la posizione occupata dallo studente rispetto ai compagni. Non viene, quindi, comunicato se un alunno sia arrivato primo, decimo o ultimo e sono stati eliminati anche alcuni dati che rendevano immediato il confronto, come il voto più alto e quello più basso della classe, la media del gruppo e il punteggio complessivo ottenuto nelle diverse discipline.

Nella scuola italiana una classifica ufficiale di questo tipo non esiste, poiché le pagelle non ordinano gli studenti e non assegnano loro una posizione formale, come accade, invece, nei concorsi pubblici o nelle procedure selettive. Il voto, tuttavia, essendo espresso attraverso la stessa scala per tutti, consente a ogni alunno di confrontare il proprio risultato con quello dei compagni e finisce così per generare una graduatoria implicita, non scritta, ma chiaramente percepita.

La differenza tra i due sistemi riguarda, dunque, il modo in cui la classificazione viene resa visibile. A Singapore la posizione dello studente era comunicata direttamente, mentre nella scuola italiana viene ricostruita attraverso i voti, le medie, i giudizi e il confronto quotidiano tra le prestazioni. Nessuno dichiara formalmente chi sia il primo o l’ultimo della classe, ma studenti, famiglie e insegnanti sanno generalmente chi ottiene i risultati più elevati, chi si colloca nella fascia intermedia e chi incontra maggiori difficoltà.

La scelta di Singapore ha suscitato interesse proprio perché proviene da uno dei sistemi scolastici più competitivi e performanti del mondo, costruito su standard elevati, esami nazionali e una forte attenzione ai risultati. La rinuncia alla graduatoria non rappresenta, quindi, un abbandono del rigore, ma il tentativo di distinguere la valutazione degli apprendimenti dalla classificazione delle persone.

Il voto informa, ma nello stesso tempo ordina

Una verifica dovrebbe permettere di comprendere ciò che uno studente ha appreso, quali difficoltà debba ancora superare e quali strategie possano aiutarlo a migliorare. Il voto sintetizza questo livello attraverso un numero, ma non rimane confinato al rapporto tra lo studente e gli obiettivi didattici, perché viene immediatamente confrontato con i risultati ottenuti dagli altri.

Un sette non comunica soltanto che una determinata prestazione ha raggiunto un livello discreto, ma anche che quel risultato è inferiore a un otto o a un nove ottenuto da un compagno e superiore a un cinque o a un sei ricevuto da un altro. Attraverso la successione dei voti si forma, quindi, una scala di posizioni che permette agli studenti di collocarsi reciprocamente, anche quando nessuna graduatoria viene redatta.

Il voto svolge così una duplice funzione: da una parte informa sul livello raggiunto rispetto ai criteri stabiliti, dall’altra ordina implicitamente gli studenti all’interno del gruppo. Questa seconda funzione non deriva necessariamente dall’intenzione dell’insegnante, ma dalla natura stessa del numero, che rende risultati diversi immediatamente confrontabili.

La graduatoria implicita si consolida quando i voti vengono comunicati pubblicamente, quando si confrontano le medie, quando si sottolinea chi abbia ottenuto il risultato migliore o quando le famiglie chiedono quale sia stata la prestazione degli altri. In questi casi il voto non viene più letto soltanto come informazione sull’apprendimento, ma come indicatore della posizione occupata nella classe.

La posizione cambia il significato del risultato

Lo stesso voto può essere vissuto in modo molto diverso, a seconda dei risultati dei compagni. Un otto può essere considerato eccellente se la maggior parte della classe ha ottenuto valutazioni inferiori, ma può trasformarsi in una delusione quando molti altri hanno ricevuto nove o dieci. Allo stesso modo, un sei può apparire modesto in una classe con risultati generalmente alti e soddisfacente in un gruppo che ha incontrato difficoltà nella stessa prova.

Il livello attestato dal voto rimane invariato, ma cambia il suo significato sociale. Lo studente non osserva più soltanto ciò che ha imparato, ma misura la distanza che lo separa dagli altri, ricostruendo la propria posizione nel gruppo e attribuendo a quella collocazione un valore che spesso supera quello della singola prestazione.

Il confronto non è necessariamente negativo, perché può stimolare l’impegno, favorire la consapevolezza e aiutare a riconoscere strategie di studio efficaci. Diventa, però, problematico quando prevale sulla funzione educativa della valutazione e quando lo studente si concentra soprattutto sul numero dei compagni che hanno fatto meglio o peggio di lui.

In quel momento, la domanda non è più che cosa abbia compreso o come possa migliorare, ma quale posto occupi nella gerarchia della classe.

Quando la graduatoria diventa un’identità

Una classificazione ripetuta nel tempo può influenzare profondamente l’immagine che lo studente costruisce di sé. Chi ottiene abitualmente i voti più alti può sviluppare sicurezza, ma anche la paura di perdere la propria posizione, fino a vivere ogni errore come una minaccia al ruolo acquisito. Chi riceve risultati più bassi può, invece, convincersi che la propria collocazione rifletta una mancanza personale e non una difficoltà provvisoria, legata al metodo, ai tempi di apprendimento o alle condizioni in cui si trova.

La graduatoria implicita non si limita, quindi, a registrare le differenze, ma contribuisce a costruirle e a renderle più stabili. Nella classe si formano rapidamente categorie riconoscibili, perché alcuni studenti vengono considerati brillanti, altri medi, altri ancora deboli o poco portati per lo studio, mentre il percorso scolastico dovrebbe mantenere aperta la possibilità del cambiamento.

Una prestazione, per quanto significativa, descrive ciò che uno studente è riuscito a fare in un determinato momento e non dovrebbe trasformarsi in una definizione permanente della persona. Il rischio della classificazione tra pari consiste proprio nel passaggio dal risultato all’identità, dal voto ricevuto all’idea di essere superiori, inferiori o inevitabilmente destinati a occupare una certa posizione.

La scelta di Singapore

Singapore non ha abolito i voti, le verifiche o gli esami, né ha rinunciato alla selezione nell’accesso ai percorsi scolastici successivi. Ha eliminato dalle pagelle gli elementi che rendevano esplicita la posizione dello studente, cercando di ridurre la trasformazione immediata della valutazione in competizione.

La riforma si inseriva in un programma più ampio, attraverso il quale sono stati eliminati gli esami ponderati nei primi due anni della scuola primaria e ridotte alcune prove intermedie nelle classi successive. È stata, inoltre, superata la rigida suddivisione degli studenti della scuola secondaria in percorsi separati, introducendo la possibilità di seguire discipline diverse a livelli differenti.

Queste misure non indicano il passaggio da una scuola esigente a una scuola permissiva, ma esprimono il tentativo di conservare standard elevati riducendo la pressione comparativa e il peso delle classificazioni precoci. Proprio uno dei sistemi più orientati alla performance ha riconosciuto che una competizione continua può generare ansia, paura dell’errore e perdita del piacere di apprendere.

La graduatoria non aggiunge necessariamente conoscenza sul percorso dello studente. Sapere di essere arrivati ottavi chiarisce quanti compagni abbiano ottenuto un risultato migliore, ma non spiega quale errore sia stato commesso, quale competenza debba essere consolidata o quale passo sia necessario compiere.

La classificazione invisibile della scuola italiana

La scuola italiana non ha bisogno di abolire classifiche ufficiali che non fanno parte della sua tradizione ordinaria, ma deve interrogarsi sugli effetti comparativi prodotti dal voto. Il fatto che la graduatoria non sia scritta non significa che non esista, perché può formarsi attraverso l’insieme delle valutazioni e diventare evidente a tutti i componenti della classe.

Gli studenti conoscono i compagni che ottengono abitualmente nove e dieci, quelli che si collocano intorno alla sufficienza e quelli che ricevono valutazioni insufficienti. Questa conoscenza produce una classificazione tra pari che può modificarsi nel tempo, ma che tende spesso a stabilizzarsi attraverso le aspettative degli adulti e le rappresentazioni del gruppo.

Il voto comunica, quindi, il livello raggiunto, ma nello stesso tempo colloca lo studente rispetto agli altri. Non si tratta di negare questa funzione, che nasce inevitabilmente dall’uso di una scala comune, ma di evitare che diventi il significato prevalente della valutazione.

Il numero dovrebbe aiutare lo studente a comprendere il proprio apprendimento, non soltanto a individuare la posizione occupata nella classe. Quando il voto è accompagnato da indicazioni chiare sugli obiettivi raggiunti, sugli errori commessi e sui passi da compiere, la comparazione perde parte della propria centralità e la valutazione recupera la sua funzione educativa.

Valutare senza trasformare la classe in una gara

Il problema non si risolve eliminando i voti o fingendo che tutte le prestazioni siano equivalenti, perché la scuola deve riconoscere le differenze, segnalare le difficoltà e valorizzare i risultati eccellenti. Occorre però evitare che la classificazione tra pari diventi una gerarchia tra persone e che il voto venga interpretato come misura del valore individuale.

La lezione di Singapore consiste nell’aver riconosciuto che l’eccellenza non coincide necessariamente con il primo posto. Uno studente può raggiungere un livello molto alto senza che gli altri debbano ottenere risultati inferiori, perché la qualità dell’apprendimento dipende dalle conoscenze acquisite, dai progressi compiuti e dalla capacità di utilizzare ciò che si è imparato.

Nella scuola italiana il voto continuerà a produrre confronto e, di conseguenza, una graduatoria implicita tra gli studenti. Il compito educativo consiste nel rendere questa classificazione meno invasiva, impedendo che oscuri il significato più importante della valutazione, che non è stabilire chi preceda chi, ma aiutare ciascuno a comprendere dove sia arrivato e quale strada debba ancora percorrere.

Si può valutare con rigore senza trasformare la classe in una competizione permanente, riconoscere il merito senza costruire gerarchie tra le persone e chiedere molto agli studenti senza insegnare loro che il valore di un risultato dipenda soprattutto dall’essere superiore a quello degli altri.

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