Davide Mancini: ‘Sogno una scuola dove arte, movimento e natura siano i cardini della proposta formativa’
Di Sara Morandi
Davide Mancini è un cantautore valdostano che, con la sua musica, esplora il complesso paesaggio emotivo e spirituale dell’uomo contemporaneo. Il suo nuovo album, “Effimeri, Erranti e Vagabondi”, è un’opera concettuale che racconta il disagio di un’umanità sospesa in un mondo sempre più teso e conflittuale. Il singolo “Sono un tipo problematico” anticipa questo progetto, mescolando ironia e attualità per riflettere su come i cambiamenti sociali e geopolitici influenzino la nostra vita quotidiana. Mancini ha iniziato la sua carriera musicale come batterista, passando poi a essere il frontman dei Celtica, con cui ha riscosso grande successo. Dopo aver abbandonato l’esperienza rock, si è dedicato alla carriera da cantautore, partecipando a tournée internazionali e collaborando con artisti di fama mondiale come Massimo Spinosa e Mauro Pagani. La scuola dei sogni di Davide Mancini è un luogo dove la creatività, l’arte e il contatto con la natura sono fondamentali. Egli immagina un’istituzione che stimoli la curiosità e il senso critico, mettendo al centro la relazione umana e l’espressione personale. In questa visione, la scuola non è soltanto un centro di apprendimento, ma un ambiente che accoglie e incoraggia i giovani a sentirsi vivi e valorizzati, lontano dall’isolamento e dalla freddezza della società moderna.
Davide, il tuo nuovo album “Effimeri, Erranti e Vagabondi” affronta temi di disagio emotivo e spirituale. Come pensi che la musica possa aiutare le persone a trovare equilibrio e serenità in un mondo così complesso e frenetico?
“Penso che la musica, quando non è solamente uno strumento per celebrare la propria visibilità, sia il mezzo migliore per percepire una sorta di armonia interiore. A mio avviso, oggi, in un mondo sempre più tecno-digitalizzato, è la creatività umana a rappresentare un’importante forma di salvezza ed equilibrio. E’ un po’ come se, nel pieno del caos di questa nostra strana società, la quale corre sempre più velocemente e che non vuole più permettersi di essere empatica, la musica fosse quel luogo altro, al riparo dal clamore rumoroso, in grado di offrire uno spazio per poter respirare. Personalmente, quando mi accade di riuscire a dare forma creativa alle suggestioni che albergano nella mia mente, molto umilmente, sento di attingere e prendere ispirazione dai grandi pensatori che mi accompagnano per interesse personale e professionale. Io amo, ad esempio, essere invaso da quelle suggestioni che Leopardi chiamava il “vago e indefinito”, sulle quali mi sento a mio agio nel costruire le mie proposte musicali”.
La Val d’Aosta assume un ruolo centrale nel tuo nuovo progetto. In che modo i paesaggi e la natura della tua terra d’origine hanno influenzato la tua musica e la tua visione artistica?
“La Valle d’Aosta ha sicuramente un ruolo primario all’interno del mio processo creativo. Questo accade perché, seppur provincia, la Valle d’Aosta rimane un luogo fondamentalmente dominato dalla Natura e, quindi, ancora capace di mettere in atto suggestioni arcaiche e primigenie. Si può benissimo creare vivendo nel centro di Manhattan, ma anche vivendo vicino ad un bosco. Personalmente ritengo la vicinanza della Natura un regalo e una fonte continua di stimoli. Anche a causa di questa imponenza naturalistica ho pensato di utilizzare il dialetto locale, il francoprovenzale, proprio perché quando la Terra e la lingua sono così connaturate emanano un forte fascino poetico”.
Hai collaborato con artisti di grande fama come Massimo Spinosa e Mauro Pagani. Come queste collaborazioni hanno arricchito il tuo percorso musicale e quali insegnamenti hai tratto da queste esperienze?
“Ringrazio ogni giorno il destino per avermi dato la possibilità di conoscere e frequentare artisti di questa levatura. L’approccio che principalmente mi ha colpito, di questi che reputo artisti fondamentali, è stata la loro umiltà, la consapevolezza del loro talento e la grande cultura che possiedono anche al di fuori del contesto musicale. E’ raro oggi, infatti, trovare persone con le quali si può discorrere di tutto senza mai scivolare nell’ovvio”.
Come vorresti la scuola dei tuoi sogni?
“La scuola dei miei sogni sarebbe prevalentemente incentrata sulla creatività, sul processo che innesca il dubbio, il desiderio di conoscenza e la capacità di sviluppare il senso critico. Una scuola dove arte, movimento fisico e contatto con la natura siano i cardini della proposta formativa. Oggi è indubbio che la scuola sia in affanno, schiacciata tra il bisogno dei giovani di riconoscersi in paradigmi altri rispetto a quelli del boom economico, dell’industrializzazione e della competitività. Il docente, oggi più che mai, dovrebbe fieramente e coraggiosamente riappropriarsi di quei linguaggi profondamente e ostinatamente umani (la letteratura, la filosofia, la musica, il teatro) semplicemente perché ci ricordano che noi siamo e che esistiamo. Si può cogliere, in questo, una non velata critica alla pericolosità dell’intelligenza artificiale, di cui già solo il nome fa venire un po’ i brividi, in quanto “artificiale” e “intelligenza” accostati appaiono come un ossimoro vagamente distopico. Ecco, una scuola capace di rimettere al centro la relazione, nella quale il docente, come un moderno demiurgo, possa abitare con fanciullesca saggezza, in maniera da innescare la curiosità e non la noia, la voglia di stare insieme e non la solitudine. Una scuola nella quale gli alunni si sentano vivi, autorizzati a esprimere il proprio pensiero sapendo che il mondo adulto è contento che loro siano lì, e che, perciò, si sentano visti. Un luogo dove l’azione e l’immaginazione possano fondersi in un unico linguaggio, quello della libera creatività”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Solo gli utenti registrati possono commentare!
Effettua il Login o Registrati
oppure accedi via