Punizioni corporali per i bulli: la linea dura di Singapore ha più di qualche sostenitore anche in Italia
La violenza può essere curata con altra violenza? Per la pedagogia moderna e per il nostro ordinamento giuridico la risposta è un “no” categorico. Eppure, quando si parla di bullismo, il senso di esasperazione e di impotenza è talmente radicato da far vacillare anche le certezze più solide.
A dimostrarlo è la reazione che hanno avuto i nostri studenti a una notizia arrivata di recente dall’estero, precisamente dallo stato asiatico di Singapore: lì le bastonate sulle natiche sono parte delle pene previste dall’ordinamento giuridico e sono dettagliatamente normate in termini di numero massimo tollerabile, dimensioni della canna di bambù da utilizzare nonché età e genere dei soggetti punibili (maschi dai 9 ai 50 anni).
Lo stesso ministro dell’Istruzione si è fatto recentemente promotore di nuove linee guida presentate e discusse in Parlamento, volte a contrastare il fenomeno del bullismo dopo una serie di casi che hanno scosso l’opinione pubblica nell’ultimo anno.
In casi estremi sono previste, appunto, le punizioni corporali: fino a 3 colpi di bastone somministrabili agli studenti di sesso maschile, a partire dai 9 anni d’età. Un provvedimento estremo, dal sapore quasi anacronistico, che però ha aperto un inaspettato dibattito. Con esiti altrettanto sorprendenti.
Circa la metà dei nostri alunni è tutt’altro che inorridita dall’episodio: stando a un sondaggio effettuato dal portale Skuola.net sui propri canali social – che ha coinvolto oltre 1.000 studenti – il 50% di loro sarebbe favorevole, se necessario, a importare questo genere di punizioni corporali anche nelle nostre aule.
Numeri e reazioni che meritano di essere analizzati a fondo, perché raccontano della percezione di vulnerabilità di molti e della richiesta di giustizia che serpeggia tra i banchi.
Il caso di Singapore: bastonate e sospensione per chi picchia i compagni
Come ha spiegato il ministro dell’Istruzione, Desmond Lee, la punizione corporale sarà comminata solo nel caso in cui la comunità educante non intraveda altre soluzioni.
Non solo, sarà somministrata seguendo protocolli rigorosi: dovrà essere approvata dal preside ed eseguita solo da personale autorizzato. Successivamente, poi, la scuola dovrà monitorare la salute mentale dello studente punito, offrendo un adeguato sostegno psicologico, per garantire il pieno recupero comportamentale (almeno così sperano).
Le bulle, invece, se la caveranno, si fa per dire, con una più tranquilla sospensione: a Singapore la fustigazione è una tradizione ereditata dal periodo coloniale britannico che però riguarda solo i soggetti di sesso maschile. Non solo in ambito scolastico.
Solo per fare qualche esempio, qualche mese fa la ministra dell’Interno aveva avanzato un progetto normativo che prevede fino a 25 scudisciate nei confronti dei truffatori, i cosiddetti scammer.
Il sondaggio: il 50% degli studenti invoca punizioni esemplari anche in Italia
Ma come verrebbe accolta una misura del genere nel nostro Paese? Come detto, Skuola.net per capirlo ha posto la domanda direttamente alla sua community, chiedendo di schierarsi rispetto alla controversa decisione asiatica. Il risultato del sondaggio è stato spiazzante: ben 1 votante su 2 ha dichiarato che “una punizione del genere ci vorrebbe anche in Italia”.
A fronte di questa maggioranza che invoca il pugno di ferro, comunque, c’è un altro 50% che mantiene una posizione più moderata e in linea con i principi educativi occidentali, ribadendo che “la violenza non si cura con la violenza”.
In ogni caso, per quanto legati a un’ipotesi irrealizzabile nel nostro sistema scolastico, i dati rappresentano un campanello d’allarme fortissimo, certificando la profonda sfiducia della comunità scolastica verso i metodi disciplinari attualmente in vigore da noi – come le note sul registro o le sospensioni, sebbene di recente arricchite nei casi più gravi dallo svolgimento di lavori socialmente utili – percepiti troppo spesso come blandi, inefficaci o addirittura visti dai bulli come una “vacanza” premio.
Purtroppo, peraltro, in Italia il bullismo è estremamente diffuso: gli ultimi dati Istat – pubblicati a giugno 2025 e relativi al 2023 – attestano che il 68,5% dei ragazzi 11-19enni ha subito, nei 12 mesi precedenti, un qualche episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione sia online che offline.
Ad avere subìto questi atti più volte al mese è il 21% dei ragazzi; per circa l’8% la frequenza è stata quanto meno settimanale.
Il dibattito sui social: tra sete di giustizia e necessità di educare
Il sondaggio ha immediatamente innescato un acceso dibattito, trasformando i commenti social in uno specchio fedele delle divisioni dell’opinione pubblica sul tema.
Da un lato, c’è chi difende a spada tratta l’ipotesi di punizioni esemplari, mosso dalla solidarietà verso le vittime, specie se poi portano a distanza di tempo i segni psicologici dei soprusi. “Chi rovina la vita degli altri merita di pagare duramente, le note e le sospensioni non servono a nulla se non a farli riposare a casa”, fa notare un utente.
A fargli eco, molte altre esternazioni che sottolineano la mancanza di disciplina: “C’è bisogno del polso duro, ormai nelle scuole si è perso ogni rispetto per l’autorità e per i compagni più deboli”. Per questa fazione, dunque, un gesto forte e doloroso è l’unica “lingua” che un bullo è in grado di comprendere.
Dall’altro lato, la fazione dei contrari prova a riportare il focus sul vero ruolo dell’istituzione scolastica: l’educazione. “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, scrive un ragazzo, sintetizzando il paradosso che vede punire la violenza usandone di nuova.
“Non possiamo insegnare a non picchiare picchiando a nostra volta”, si legge in un altro commento molto apprezzato. Così come quello che recita: “La scuola deve educare, riabilitare, magari far fare lavori socialmente utili, ma tornare alle punizioni fisiche significa regredire al Medioevo”.
Un grido d’allarme da non sottovalutare
Alla fine, il messaggio è chiaro: se è vero che l’Italia non introdurrà mai le bastonate per punire i bulli, i risultati di questa rilevazione non possono essere archiviati come una semplice provocazione social.
L’ampio consenso a sostegno della linea dura è il sintomo di un’emergenza reale: il grido d’allarme di studenti (e famiglie) che si sentono poco tutelati e che chiedono a gran voce sanzioni certe, tempestive e, soprattutto, che abbiano un impatto rieducativo reale, per estirpare la piaga del bullismo prima che degeneri in tragedia.
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