Connie Bismuto: ‘Sogno una scuola in cui il teatro occupi un posto centrale: gli studenti dovrebbero imparare l’importanza degli errori’

Di Sara Morandi

Connie Bismuto è un nome ben noto nel panorama del doppiaggio italiano. La sua voce ha dato vita ad alcuni dei personaggi più iconici del grande schermo, tra cui Anne Hathaway in “Il Diavolo veste Prada 2” nelle sale dal 29 Aprile 2026. Grazie alla sua formazione presso l’Università Popolare dello Spettacolo di Napoli, sotto la guida di illustri maestri come Massimo Ranieri ed Ernesto Calindri, Connie ha forgiato una carriera brillante e diversificata, che abbraccia sia il teatro che il doppiaggio. Nel corso dell’intervista, la doppiatrice ha condiviso il proprio sogno di fondare una scuola che ispiri i giovani a valorizzare l’autenticità attraverso l’arte. Immagina un’istituzione dove il teatro occupi un posto centrale, fornendo uno spazio in cui gli studenti possano esplorare la loro creatività e imparare l’importanza degli errori come parte integrante del processo artistico. Per Connie, l’autenticità e l’imperfezione sono le chiavi per una performance coinvolgente e vera, un principio che desidera trasmettere alle nuove generazioni di artisti.

Il suo percorso professionale è ricco e variegato, avendo lavorato sia nel doppiaggio che nel teatro. Come crede che queste due esperienze si influenzino reciprocamente e arricchiscano il Suo approccio al lavoro?

“Sono molto fiera di aver iniziato il mio percorso nel mondo del teatro. Nel mio cuore, il teatro avrà sempre un posto speciale. Quando mi sono avvicinata al mondo del doppiaggio, l’ho fatto con una certa titubanza. Ero abituata a tutt’altro ma non avevo problemi con il sincro. Quando sono andata a fare doppiaggio, riuscivo a prendere bene il ritmo. Tuttavia, il fatto di provenire dal teatro è stato fondamentale per immedesimarmi meglio nei ruoli che interpretavo. Non sono un’attrice né una doppiatrice tecnicamente perfetta. Ci sono molte colleghe più brave di me. Ricordo ancora un prezioso consiglio di Tonino Accolla, il mio maestro assoluto: “Quando hai difficoltà a calarti in un personaggio, pensa a lui nella tua lingua madre”. Lui, essendo siciliano, mi consigliava di farlo in napoletano, dato che io sono napoletana. Questo approccio mi ha aiutato tantissimo. Quando mi è difficile trovare “una verità”, scavo nelle mie radici napoletane e la trovo. Sicuramente, il percorso teatrale e quello del doppiaggio sono molto differenti, ma il teatro mi ha aiutato tanto ad essere autentica. All’inizio, ero un po’ una mosca bianca nel doppiaggio, perché avevo intonazioni che non erano consone a questo mondo. Ero molto vera, molto spontanea e diversa, cosa che in qualche modo ho pagato negli anni. Tuttavia, oggi sono fiera di questa diversità. Sentirmi diversa dalle altre è per me un vanto e “avere delle intenzioni” più cinematografiche è qualcosa di cui vado orgogliosa”.

Nel doppiaggio del sequel “Il Diavolo veste Prada 2”, ha di nuovo dato voce ad Andrea “Andy” Sachs (Anne Hathaway), un personaggio complesso e amato dal pubblico. Quali sfide e soddisfazioni ha trovato nel riprendere questo ruolo e come si è preparata per mantenere la continuità del personaggio?

“Interpretare nuovamente Andy Sachs ne “Il Diavolo veste Prada 2″ è stata per me un’emozione enorme e una sfida. Dopo 20 anni, ritrovare una continuità con il primo film non è stato semplicissimo. Fortunatamente, i personaggi sono cresciuti anche loro, quindi hanno sicuramente una maggiore maturità e consapevolezza. Il mio personaggio, in particolare, ha acquisito una consapevolezza maggiore rispetto al primo film, ed è stato molto, molto divertente. Devo dire che siamo stati guidati benissimo dalla nostra direttrice del doppiaggio, Fiamma Izzo, che ci ha coccolato e accompagnato, mettendoci a nostro agio. Mi sono sentita veramente libera di esprimermi e di sbagliare, e per me questo è fondamentale. È proprio nell’errore che trovo una certa verità, e per me questo è il pane quotidiano. Devo ringraziare lei per questo. È sempre molto divertente interpretare Anne Hathaway, perché mi ci ritrovo tantissimo. Non so bene perché, ma nelle sue espressioni e nel suo modo di recitare mi riconosco molto. Abbiamo delle corde molto simili, sia a livello emozionale che timbrico, quindi è stato davvero molto, molto divertente…”

Ha doppiato grandi attrici come Penélope Cruz, Brittany Murphy e Natalie Portman. C’è una performance o un’attrice in particolare che le è rimasta nel cuore e che ha influenzato il suo modo di approcciarsi al doppiaggio?

“Forse ci sono alcune interpretazioni memorabili, come quella di Andy Sachs ne «Il Diavolo veste Prada» o quella di Natalie Portman in «V per Vendetta», che sono stati lavori complessi e particolari. Altra pellicola bellissima a cui sono legata è: «Paradiso + Inferno (Candy)», con Abbie Cornish, un’attrice che ritengo un po’ sottovalutata. Era un film straordinario, caratterizzato da una bellissima storia d’amore tra due giovani molto tormentati. È stato un lavoro estremamente faticoso. Ricordo che a dirigerci c’era Tonino Accolla, e con me c’era Adriano Giannini. Le giornate di lavoro erano davvero pesanti. Tonino ci spingeva a scavare dentro noi stessi, e per quel film abbiamo dato veramente il massimo, cercando di centrare l’essenza più profonda dei nostri personaggi. Ancora oggi porto dentro di me l’esperienza di quei giorni. Ricordo i turni al leggio, dove piangevamo, ci confrontavamo intensamente e talvolta ci arrabbiavamo. Tonino ci guidava a scavare dentro di noi per trovare una verità da regalare a quei due personaggi, che davvero lo meritavano”.

Se potesse fondare una scuola per i giovani del domani, quale sarebbe la sua visione per questa istituzione?

“In generale, suggerirei di dare maggiore spazio al teatro. Invece, per quanto riguarda il doppiaggio, i giovani sono sempre  più attratti dai prodotti originali per cui sarebbe opportuno distaccarsi leggermente dalla modalità tradizionale del doppiaggio e avvicinarsi di più alla verità della presa diretta. Penso che, altrimenti, rischiamo di diventare troppo distanti dalla realtà. È attraverso gli errori che si riesce a trovare una verità autentica. Gli attori che recitano in presa diretta non sono perfetti come i doppiatori: commettono errori, inciampano nelle parole, ma è proprio questa imperfezione che li rende autentici. Invece, nel doppiaggio, tendiamo a rendere tutto estremamente pulito, e credo che questa sia un’idea un po’ datata rispetto a ciò che oggi ci circonda. In generale, sarebbe necessario dare una rinfrescata a questo metodo. È fondamentale riconoscere che l’imperfezione è parte della realtà e che l’autenticità può essere più coinvolgente di una performance impeccabile ma rigida”.

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