Social e minori, la sentenza Usa riapre il caso: Valditara li indica tra i fattori della violenza a scuola
L’accoltellamento di una docente a Trescore Balneario, nel Bergamasco, da parte di un alunno di 13 anni, insieme alla sparatoria in una scuola privata del Michoacán, in Messico, dove un quindicenne ha ucciso due componenti del personale, mostra quanto la violenza che investe la scuola non possa più essere archiviata come una sequenza di episodi isolati. Nelle stesse settimane, anche in Francia una docente è stata ferita a coltellate da uno studente in aula. Il quadro che emerge è quello di una fragilità educativa che attraversa contesti diversi e chiama in causa, sempre più spesso, anche il rapporto tra minori e ambienti digitali.
Nel caso italiano, secondo le prime ricostruzioni, la docente di lingua straniera è stata colpita poco prima dell’inizio delle lezioni all’esterno dell’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa. È stata soccorsa e trasportata in elicottero all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; nelle ore successive il ministro Giuseppe Valditara ha riferito di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che non fosse in pericolo di vita. Il ragazzo, studente di terza media, è stato fermato subito dopo l’aggressione.
Da Parigi, dove partecipava a un appuntamento Unesco, Valditara ha collegato il fatto di Bergamo a una questione più ampia. In un’intervista al Corriere della Sera ha indicato i social come una delle “cause scatenanti”, richiamando anonimato, spirali d’odio, sfide estreme e dark web come fattori che possono travolgere ragazzi non ancora maturi. Nello stesso passaggio ha sostenuto che il fenomeno non riguarda solo l’Italia e ha rilanciato la necessità di una “svolta culturale”, oltre che di misure legislative più rapide contro la criminalità giovanile.
Il ministro ha anche rivendicato alcuni strumenti già messi in campo dal governo: l’educazione al rispetto nei percorsi scolastici, norme più severe contro le aggressioni al personale e un intervento di supporto psicologico rivolto agli studenti. Sul piano dei numeri, il MIM aveva già diffuso a dicembre dati su un calo degli episodi di violenza contro il personale scolastico, mentre Valditara ha ribadito in queste ore lo stanziamento di risorse per un servizio di sostegno psicologico con colloqui gratuiti destinati ai ragazzi in difficoltà.
Ma proprio qui si apre la questione più delicata: basta irrigidire le regole? Dal territorio bergamasco arrivano risposte meno lineari. La segretaria generale della Cisl Scuola Bergamo, Paola Manzullo, ha chiesto “interventi immediati e strutturali”: più risorse, più personale qualificato, presìdi psicologici stabili e strumenti concreti di prevenzione. La Flc Cgil Bergamo, con Fabio Cubito, ha invece invitato ad aprire una riflessione collettiva sul disagio generazionale, mettendo in guardia dal rischio di risposte solo securitarie o simboliche, come la scuola “blindata”.
È un passaggio decisivo anche per il dibattito pubblico. Valditara ha ricordato che il recente decreto sulla sicurezza introduce forme di responsabilità civile a carico dei genitori dei minori che commettono reati. Il principio è chiaro: la funzione educativa non può essere demandata interamente alla scuola. Tuttavia il caso di Trescore Balneario mostra anche il limite di ogni risposta fondata solo sulla sanzione: il ragazzo, non imputabile perché infraquattordicenne, è arrivato a scuola armato, segno che il problema si forma prima dell’ingresso in classe e chiama in causa famiglia, comunità, servizi e capacità di intercettare il disagio.
Il riferimento ai social, intanto, non resta confinato alla polemica politica italiana. Negli Stati Uniti, una giuria di Los Angeles ha emesso il 25 marzo un verdetto destinato a fare scuola: Meta e Google sono state ritenute negligenti per aver progettato piattaforme ritenute dannose per i giovani. La causa riguarda una ventenne, Kaley, che ha sostenuto di essere diventata dipendente da YouTube e Instagram sin da bambina a causa di meccanismi come l’“infinite scroll”; la giuria ha attribuito 4,2 milioni di dollari di danni a Meta e 1,8 milioni a Google, per un totale di 6 milioni. Le due aziende hanno annunciato ricorso.
Quel verdetto non dimostra automaticamente un nesso diretto tra social e violenza scolastica. Però sposta il baricentro della discussione: non più soltanto i contenuti che i ragazzi incontrano online, ma il modo in cui le piattaforme sono progettate per trattenere l’attenzione, orientare i comportamenti e amplificare vulnerabilità già presenti. È su questo terreno che la sentenza americana potrebbe avere un effetto anche nel dibattito europeo, perché rafforza l’idea che la tutela dei minori non possa essere affidata solo all’autocontrollo individuale o alla sorveglianza familiare.
Per la scuola italiana il rischio, a questo punto, è duplice. Da una parte c’è la tentazione di ridurre tutto a emergenza penale; dall’altra quella di continuare a chiedere agli istituti di assorbire da soli le fratture sociali, affettive e digitali che maturano altrove. Il caso di Bergamo, come quelli avvenuti in Francia e in Messico, suggerisce invece un’altra lettura: la sicurezza del personale e il benessere degli studenti non possono essere separati. Servono adulti presenti, alleanze educative credibili, supporto psicologico stabile, formazione, autorevolezza e una regolazione più seria degli ambienti digitali frequentati dai minori.
La vera domanda, allora, non è solo come punire dopo. È come prevenire prima. E su questo la scuola, da sola, non basta.
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