Giuseppe Brancato: ‘Sogno una scuola che insegni ad essere sé stessi, ad accogliere la propria unicità e a trasformarla in forza artistica’
Di Sara Morandi
Giuseppe Brancato è un artista poliedrico, la cui carriera nel mondo del teatro musicale è un brillante mosaico di esperienze e interpretazioni. Con un talento naturale che spazia dalla recitazione alla regia, Giuseppe ha saputo farsi strada in un settore competitivo, lasciando un’impronta indelebile in ogni progetto a cui ha partecipato. Un momento cruciale del suo percorso è stato il contratto per lo spettacolo “Mickey and the Magician” a Disneyland Paris. Questa esperienza, un vero e proprio crogiolo di culture e stili artistici, ha permesso a Giuseppe di comprendere l’importanza del lavoro su sé stessi, piuttosto che cercare di conformarsi alle aspettative altrui. L’artista si distingue per un approccio didattico che valorizza la comunicazione aperta e la sperimentazione, elementi che ritiene fondamentali per ispirare i giovani talenti. Sogna di fondare una scuola ideale per le future generazioni, dove l’ascolto e il supporto psicologico si uniscono a un solido insegnamento tecnico. Questa scuola dei sogni, secondo Brancato, dovrebbe insegnare agli studenti a riconoscere e valorizzare la propria unicità, trasformandola in una forza artistica capace di adattarsi a un mondo in continua evoluzione.
La sua carriera nel mondo del teatro musicale è ricca di esperienze e interpretazioni diverse. Quali sono stati i ruoli o le produzioni che hanno maggiormente influenzato il Suo percorso artistico e perché?
“Intanto, grazie mille: sono veramente molto onorato ed entusiasta di rispondere alle domande di questa intervista, perché ogni volta è un bellissimo momento per fermarsi e riflettere su ciò che si è fatto e su come lo si è fatto. Rispetto a questa domanda, mi piace sempre ricordare, all’interno della mia carriera, il mio contratto nello spettacolo musicale di Disneyland Paris Mickey and the Magician, un grande contenitore che racchiude i musical Disney più importanti al mondo e che è ancora oggi in scena. Quella esperienza ha rappresentato per me un vero ponte nella mia carriera: lì ho davvero capito come si lavora, avendo la possibilità di confrontarmi con coreografi e registi provenienti da ogni parte del mondo, ma soprattutto con colleghi di diverse nazionalità e con background artistici molto differenti. In quel contesto ho compreso quanto il lavoro principale vada fatto su se stessi, sul cercare di potenziare il proprio talento naturale, piuttosto che cercare di essere ciò che il regista o il coreografo si aspettano, o peggio ancora ciò che noi immaginiamo loro si aspettino. Ho capito che era molto più importante vivere la mia arte così come la conoscevo e amavo, e condividerla in quel modo, piuttosto che inseguire una versione di me costruita solo per piacere agli altri.
È un concetto un po’ complesso, ma da quella esperienza ho imparato che lavorare sulle proprie passioni e interessi, e trovare il modo di condividerli, è più autentico e produttivo che restare intrappolati nella ricerca di un’approvazione esterna. Certo, come artista ogni tanto si ricade in questa dinamica — a me capita quasi una volta a settimana — ma proprio quell’esperienza rimane un reminder fondamentale: nell’arte la diversità è un valore, e ogni forma artistica, con le sue sfumature, è fondamentale”.
Come vede l’evoluzione del teatro musicale negli ultimi anni e quali cambiamenti ritiene più significativi per il futuro di questo genere?
“Beh, rispondere a questa domanda in modo del tutto positivo non è semplice. Purtroppo, sappiamo bene che in Italia il teatro musicale non fa parte della nostra tradizione culturale: non è un settore in cui sia facile sopravvivere, e figure come Garinei e Giovannini oggi non ci sono più. Ma credo che anche se ci fossero, il pubblico si sia ormai allontanato da quel tipo di modelli, da quei grandi nomi che hanno comunque dato lustro a un genere che avrebbe potuto crescere molto di più nel nostro Paese. Guardando invece all’evoluzione del teatro musicale in generale, a livello internazionale, il cambiamento più grande è sicuramente dato dal sopravvento della tecnologia e del multimediale. L’idea di mescolare realtà e linguaggi digitali, fino ad arrivare all’intelligenza artificiale, è oggi la trasformazione più evidente. La vediamo sia sul piano creativo — dalla grafica, alla creazione di scenografie e costumi, fino al sound sempre più digitale e moderno — sia sul piano pratico: la produzione di immagini, locandine e materiali promozionali è velocizzata enormemente.
Sicuramente questo avvicina il teatro a un pubblico più giovane e rende più rapidi i processi creativi. Io stesso, a novembre, ho curato la regia di uno spettacolo di prosa che ha unito attori reali e attori in intelligenza artificiale: un mix impensabile fino a pochi anni fa. Allo stesso tempo, però, non posso negare che tutto questo mi spaventi. Se prima serviva un mese o un mese e mezzo per una pre-produzione, oggi basta una settimana… ma con molte meno persone coinvolte. E questo ridimensionamento delle squadre di lavoro ha un impatto umano e professionale che non va sottovalutato. Per fortuna, mi rendo conto ogni giorno che, nonostante i progressi, l’intelligenza artificiale non può sostituire del tutto il punto di vista creativo. Non è ancora in grado di scrivere uno script davvero degno di nota, né di generare immagini o musica che siano davvero innovative senza l’occhio, la sensibilità e la direzione di un artista”.
Ha lavorato con numerosi registi e artisti di rilievo. In che modo queste collaborazioni hanno arricchito la Sua visione artistica e quali progetti futuri sta considerando?
“Secondo me ogni creativo condivide con il cast, con gli attori e con i collaboratori una parte di sé. Io stesso non riesco a non guardare al mio curriculum — che considero sempre “piccolo” — come a un puzzle composto dai tanti pezzettini lasciati dai creativi e dai colleghi con cui ho lavorato. Credo che la versione professionale di me stesso oggi sia proprio l’insieme di questo percorso, fatto sia di esperienze scolastiche sia di esperienze artistiche sul campo.
Per questo vorrei approfittarne per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito con quel “pezzettino di puzzle” che mi ha permesso, ad esempio, di essere a Friburgo con questa nuova produzione in Germania, dove ho interpretato Derma, un personaggio molto simpatico.
Quanto ai progetti futuri, la mia carriera si sta spostando gradualmente dalla recitazione alla parte creativa, anche se è sempre difficile lasciare il palco. La regia, in questo momento, è la dimensione che più mi entusiasma: la creazione e la messa in scena di uno spettacolo, la gestione degli attori, la risoluzione dei problemi, la collaborazione con tutti i settori creativi. Tutto questo è ciò che oggi mi appaga di più. In prospettiva, mi piacerebbe moltissimo poter dirigere uno spettacolo all’estero e, prima o poi, cimentarmi con la mia prima opera”.
Come regista e coreografo, quale approccio didattico adotta nei Suoi progetti per motivare e ispirare i giovani talenti?
“Non credo di avere un approccio didattico così specifico e definito, proprio perché, come dicevo prima, ogni persona è diversa e ha bisogno di un collegamento diverso con il regista. Quello che mi piace fare, quindi, è avere un quadro chiaro delle persone con cui sto lavorando e cercare di individuare il modo migliore per comunicare: per “migliore” intendo un metodo efficace ed efficiente, che ci permetta di arrivare tutti insieme a un risultato. Per me è fondamentale creare un bel gruppo in sala, perché tutto ciò che di sano si respira in quel contesto si riflette poi nello spettacolo. L’approccio, quindi, si fonda soprattutto su una comunicazione chiara, efficace e aperta: non soltanto focalizzata su ciò che io, come regista, voglio, ma attenta anche al materiale umano e artistico che ho a disposizione. Credo che sia proprio dall’incontro tra la mia volontà e la sensibilità dell’attore che possa nascere un personaggio nuovo: magari non esattamente come lo avevo immaginato, ma un’entità diversa, unica, che prende vita in quel momento. Un altro elemento centrale, nel mio approccio, è la sperimentazione e l’improvvisazione. Mi piace lavorare con attori che siano predisposti alla ricerca, alla disponibilità reciproca e alla libertà creativa, senza troppo giudicarsi. È in quel terreno che, secondo me, fiorisce la vera ispirazione”.
Immaginando una scuola ideale per le future generazioni, quali elementi e caratteristiche ritiene indispensabili per preparare i giovani ad un mondo in continua evoluzione (anche nel settore artistico)?
“Questa è una bellissima domanda, perché è un tema di cui discuto spesso con colleghi e allievi. Io stesso ho fondato una masterclass che si chiama Performer Class, in cui ogni anno ci concentriamo proprio sulle audizioni, invitando professionisti del settore per dare feedback mirati. Questo perché, paradossalmente, le audizioni sono una delle cose meno affrontate nelle scuole professionali di musical: si studia molto la tecnica, ma difficilmente si arriva a costruire una vera e propria “palestra” per affrontare i provini, che invece sono il primo passo concreto nel mondo del lavoro.
In una scuola ideale, io immagino innanzitutto un “punto ascolto” dedicato agli allievi. L’artista, dal punto di vista psicologico, è costantemente sotto giudizio: quello di un regista, di una commissione, di un pubblico o persino dei colleghi. Imparare a riconoscere e a valorizzare sé stessi, senza bloccarsi, è fondamentale per crescere artisticamente e umanamente. Condividere il proprio valore personale e le proprie caratteristiche con serenità è ciò che ci rende davvero artisti, attori, interpreti migliori.
Accanto a questo, ci deve essere ovviamente un forte consolidamento della parte tecnica — canto, recitazione, danza — ma con la consapevolezza che ciò che per anni abbiamo definito “giusto” può e deve essere rimesso in discussione. L’evoluzione ci ha mostrato, ad esempio, che oggi il pubblico ricerca autenticità: nei film possiamo sentire dialetti o pronunce non perfettamente “corrette”, eppure funzionano perché sono vere. Spesso attori con grande tecnica rischiano di perdere questa autenticità, perché ingabbiati da regole percepite come assolute. La scuola ideale, quindi, dovrebbe insegnare a padroneggiare la tecnica, ma anche a usarla in modo libero e personale. A essere sé stessi, ad accogliere la propria unicità, e a trasformarla in forza artistica”.
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