Educare in tempi di guerra: dalla pace ideale alla gestione positiva del conflitto
Di Tiziana Conte*
In un mondo segnato da guerre prolungate e instabili, l’umanità affronta, a marzo 2026, una crisi di conflitti globali senza precedenti. La guerra in Ucraina, entrata nel suo quarto anno, ha causato centinaia di migliaia di vittime secondo stime ONU, con bombardamenti incessanti che devastano città e provocano crisi umanitarie diffuse. Nel Medio Oriente, l’escalation tra Israele e Hamas continua a bruciare Gaza e Libano, con tensioni crescenti con Hezbollah e instabilità persistente in Siria. In Africa, i conflitti in Sudan (oltre 12 milioni di sfollati interni secondo UNHCR), Etiopia e Sahel generano carestie e migrazioni di massa. A Oriente, le tensioni USA-Cina su Taiwan e i mari del Sud della Cina alimentano il rischio di un confronto nucleare. A questi si aggiungono terrorismo asimmetrico, violenze domestiche amplificate dall’instabilità economica e cyberattacchi ibridi. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, oltre 100 conflitti attivi coinvolgono 70 Paesi, con circa 2 milioni di morti civili dal 2022 e 120 milioni di sfollati – una realtà che permea scuole, famiglie e media digitali, esponendo i giovani a traumi collettivi e individuali, come ansia cronica e polarizzazione sui social.
Per tradizione culturale e scolastica, l’educazione alla pace è stata intesa come promozione di valori astratti: convivenza civile, armonia universale e rifiuto della violenza. Eppure, le vicende storiche di oggi impongono un cambio radicale di prospettiva. Non basta invocare la pace come ideale remoto: urge spostare il focus sulla pace come competenza concreta, fondata sulla gestione positiva del conflitto, integrata con strumenti digitali. Il conflitto non è un nemico da censurare, ma un contrasto fisiologico tra bisogni personali e contesti relazionali – un’opportunità per attivare processi cognitivi, socio-emotivi e di crescita condivisa, anche online.
Le radici storiche della pace educativa: da ideale astratto a pratica concreta
La concezione tradizionale affonda le radici nel secondo dopoguerra. L’orrore delle due guerre mondiali spinse le Nazioni Unite a fondare l’UNESCO nel 1945, con la missione di “costruire la pace nel pensiero degli uomini”. Seguirono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e le Convenzioni di Ginevra (1949), che posero le basi per un’educazione pacifista idealistica, centrata su disarmo e cooperazione internazionale.
Negli anni ’60-’70, il movimento contro la guerra del Vietnam e le proteste studentesche del ’68 diffusero un approccio come rifiuto attivo della violenza. Figure emblematiche come Gandhi, con la satyagraha (non violenza attiva contro l’impero britannico negli anni ’20-’40), e Martin Luther King, autore del discorso “I Have a Dream” (1963) per i diritti civili negli USA, incarnarono la comunicazione non violenta.
Negli anni ’80-’90, la Guerra Fredda e la sua fine (caduta del Muro di Berlino, 1989) spostarono l’accento sulla pace come “assenza di guerra”. Programmi scolastici enfatizzavano filastrocche moralistiche (“fate la pace con tutti”) o inni alla fratellanza universale. L’UNESCO, con la Dichiarazione e Programma d’Azione sulla Cultura della Pace adottata dall’Assemblea Generale ONU con la Risoluzione 53/243 nel 1999, introdusse la “cultura della pace”. Rimase però ancorata a valori astratti, ignorando conflitti endemici come la guerra jugoslava (1991-1999, circa 140.000 morti) o il genocidio in Rwanda (1994, circa 800.000 vittime). Il framework CASEL per il Social Emotional Learning (SEL, dal 1994 con linee guida evolute nel 2003) spostò poi il focus alla gestione attiva del conflitto.
In Italia, Sandro Pertini (Presidente 1978-1985) simboleggiò questa transizione, promuovendo giustizia sociale contro le violenze degli Anni di Piombo. Oggi, la nuova Raccomandazione UNESCO sull’educazione alla pace, ai diritti umani e allo sviluppo sostenibile (adottata nel novembre 2023) enfatizza modelli SEL adattati a conflitti ibridi, cyberwar e violenze di genere amplificate dai social.
Perché il conflitto è un alleato, non un nemico
Nella memoria collettiva persistono quelle filastrocche moralistiche, che impongono un “cessate il fuoco” coercitivo, soffocando espressioni autentiche di bisogni e punti di vista. Questo approccio rende il conflitto moralmente inaccettabile, reprimendolo invece di gestirlo – con il rischio che rabbia e ostilità esplodano in aggressioni, anche cyberbullismo.
Al contrario, il conflitto è essenziale nelle relazioni umane: manifesta sentimenti autentici e, se gestito attivamente, previene la violenza. Spegnere un contrasto tra pari non lo elimina; lo sposta in forme sotterranee. La gestione positiva, invece, sviluppa competenze di cittadinanza attiva, pensiero critico e prevenzione della violenza. Al centro c’è il processo negoziale: mediazione pacifica, compromesso come punto d’incontro, che genera abilità cooperative e comunicative, anche in ambienti digitali.
Fondamentale sin dall’infanzia è la comunicazione assertiva, baluardo contro violenza verbale, relazionale e digitale. Analizza fatti, interpreta emozioni e previene escalation. Modelli come Gandhi (non violenza attiva), King (comunicazione trasformativa) e Pertini (giustizia per la convivenza) ispirano questa rivoluzione educativa.
Strategie pratiche per la scuola
Dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, le metodologie attive – circle time, debate cooperativi, role-playing – trasformano i conflitti in opportunità, integrate con strumenti digitali per simulare scenari reali. Ecco esempi concreti:
- Infanzia e primaria: In un litigio per un gioco, l’insegnante descrive: “Vediamo che Mario vuole il pallone ora, Anna lo vuole dopo. Cosa provate? Come possiamo accordarci?”. Si passa dal pianto alla negoziazione condivisa, usando app semplici come Kahoot per votare soluzioni collettive.
- Secondaria: Simulazioni di conflitti globali (es. Ucraina o Gaza) con ruoli alternati su piattaforme come Google Classroom o Discord moderati, per esercitare empatia e compromesso. Video-riflessioni empatiche su Flipgrid aiutano a gestire emozioni digitali.
- Integrazione digitale avanzata: Educazione ai media e all’informazione (EMI) per smascherare fake news su conflitti, verificando video virali su TikTok con fact-checking tools. Workshop su intelligenza artificiale etica per negoziazioni virtuali, o VR per “esperire” prospettive altrui in conflitti storici. Piattaforme come Nearpod o Minecraft Education per role-playing collaborativi online, sviluppando resilienza contro hate speech e polarizzazione algoritmica.
L’adulto educatore è cruciale: sospende il giudizio, non si schiera, evita reazioni violente. Descrive la scena, invita alla riflessione e rende le parti coprotagoniste dell’apprendimento.
Verso un’educazione lifelong: la scuola come laboratorio di pace attiva
La scuola, istituzione etica e sociale, deve convertire il conflitto in apprendimento e cittadinanza digitale attiva. La gestione positiva è una competenza lifelong, acquisita lungo tutto l’arco scolastico con supporto tech. In un mondo di grande conflittualità ibrida, questa educazione alla negoziazione – basata su condivisione, cooperazione, mediazione e competenze digitali – è urgente e improrogabile. Non si costruisce un futuro senza guerre senza maestri della negoziazione online. L’educazione alla pace, oggi, non è solo un valore: è apprendimento sociale potenziato dal digitale. Analizzare problemi, trovare soluzioni mediate, gestire emozioni in rete: queste sono le nuove frontiere educative, per formare generazioni resilienti e pacifiche.
*Pedagogista, Consigliere nazionale ANPE, Associazione nazionale Pedagogisti Italiani
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