Pedagogia per la complessità: come la scuola italiana può superare la crisi educativa contemporanea

La scuola italiana affronta una crisi educativa multidimensionale, caratterizzata dall’iper-utilizzo di smartphone e social network, dall’aumento dei disturbi emotivi giovanili e da un crescente distacco dalla realtà concreta. Se da un lato le tecnologie digitali rappresentano una componente ineludibile della contemporaneità, dall’altro generano isolamento relazionale, distrazione cognitiva e fragilità emotiva – ansia, depressione, difficoltà di confronto – che richiedono risposte strutturate oltre i semplici divieti.

Le misure restrittive, pur necessarie per mitigare i rischi immediati, si dimostrano insufficienti a promuovere cambiamenti educativi profondi e duraturi. È richiesto un approccio pedagogico integrato che connetta tradizione formativa e innovazione metodologica, teoria e pratica educativa, ponendo al centro la formazione integrale della persona per costruire comunità scolastiche resilienti e capaci di restituire senso alla crescita giovanile.

Dalla supervisione passiva alla responsabilità educativa attiva

L’analisi di Jonathan Haidt in La generazione ansiosa (2024) evidenzia il paradosso dell’iperprotezione: un eccesso di controllo produce maggiore vulnerabilità, limitando le esperienze dirette con la realtà e ostacolando lo sviluppo di autonomia e capacità critica. Le raccomandazioni generiche sull’uso “consapevole” delle tecnologie, se non calate in percorsi formativi strutturati, rimangono enunciazioni astratte prive di efficacia trasformativa.

In questo quadro il pedagogista assume una funzione strategica: non limitato al ruolo di facilitatore o supervisore, opera come progettista di processi educativi complessi che integrano competenze tecniche digitali, sviluppo affettivo, valori etici e relazioni autentiche. Attraverso interventi personalizzati e contestualizzati, accompagna gli studenti nella gestione della complessità contemporanea, promuovendo resilienza personale e responsabilità comunitaria.

Pedagogisti come fulcro: la forza della progettazione interdisciplinare

Le sfide educative attuali impongono una collaborazione organica tra docenti, educatori e pedagogisti, con questi ultimi impegnati nella co-progettazione di percorsi formativi. La loro azione si articola su tre livelli prioritari: formazione continua del personale docente, sperimentazione di metodologie innovative, integrazione critica delle tecnologie digitali negli itinerari di apprendimento.

In particolare, la Pedagogical Content Knowledge (PCK) teorizzata da Lee Shulman (1986) – che unisce padronanza disciplinare e competenza pedagogica – fornisce il quadro teorico per un uso etico e funzionale del digitale. Tale approccio consente di adattare le pratiche didattiche alle specificità degli studenti e ai contesti territoriali, trasformando potenziali criticità tecnologiche in opportunità di crescita cognitiva e relazionale.

La corresponsabilità educativa: il ruolo strategico di genitori e famiglia

Nessuna riforma pedagogica può produrre effetti strutturali senza un coinvolgimento attivo delle famiglie. La crisi educativa contemporanea si manifesta, infatti, anche come crisi di alleanza tra scuola e genitori: comunicazioni frammentarie, delega reciproca di responsabilità, difficoltà nel condividere criteri educativi comuni.

La famiglia rappresenta il primo contesto di socializzazione digitale e affettiva. È tra le mura domestiche che si definiscono tempi, limiti e significati dell’uso tecnologico, così come si modellano le competenze emotive fondamentali: gestione della frustrazione, attesa, dialogo, capacità di ascolto. Quando la funzione genitoriale oscilla tra permissivismo disorientato e controllo eccessivo, il minore fatica a interiorizzare regole stabili e a sviluppare autonomia responsabile.

Occorre pertanto superare la logica della mera informazione – incontri sporadici sui rischi del web – per attivare percorsi strutturati di formazione genitoriale. Il pedagogista può svolgere un ruolo decisivo nel promuovere laboratori per famiglie, sportelli di consulenza educativa, momenti di confronto guidato sulle pratiche digitali e sulle dinamiche emotive adolescenziali. Non si tratta di “insegnare ai genitori come fare i genitori”, ma di offrire strumenti riflessivi per esercitare una genitorialità consapevole nella complessità contemporanea.

L’alleanza educativa si fonda su alcuni pilastri condivisi: coerenza normativa tra casa e scuola, valorizzazione dell’autonomia progressiva, educazione al limite come spazio di crescita e non come mera proibizione. In questa prospettiva, la famiglia non è utente passivo del servizio scolastico, ma soggetto corresponsabile di un progetto formativo comune.

La scuola come comunità educante: pedagogia critica per l’inclusione

La dimensione comunitaria della scuola la rende luogo privilegiato per costruire solidarietà attraverso relazioni rispettose, valorizzazione delle differenze e partecipazione attiva. Il pedagogista, forte della sua formazione specifica, è determinante nel promuovere ambienti educativi inclusivi e dinamici, capaci di accogliere ogni specifica individualità e di innovare le modalità di apprendimento.

La pedagogia critica che egli interpreta non si limita all’analisi teorica, ma genera processi trasformativi concreti: supera la logica prestazionale dominante, recuperando la conoscenza come esperienza di ricerca e scoperta. In tale prospettiva la scuola riacquista unitariamente etica formativa, innovazione metodologica e responsabilità collettiva, tornando alla sua vocazione originaria di spazio di cura educativa e apprendimento condiviso.

Per una cultura pedagogica rinnovata: i principi guida

Di fronte alla crisi sistemica che minaccia i giovani – metaforicamente una “nuova Chernobyl” di dipendenze digitali e disimpegno sociale – si delinea l’esigenza di una cultura educativa centrata sulla persona integrale. Pedagogisti, docenti e famiglie devono convergere in un’alleanza formativa che privilegi l’esperienza umana autentica.

Tre principi fondamentali la strutturano: formazione continua per fronteggiare la complessità con competenze evolute; interdisciplinarità per risposte olistiche allo sviluppo umano; collaborazione professionale che condivida obiettivi e responsabilità. Il “senso del limite” – riconoscimento consapevole dei confini evolutivi – funge da criterio orientativo contro derive performative esasperate e dipendenze tecnologiche.

La scuola si riconfigura così come spazio vitale di relazioni empatiche e apprendimento significativo, dove la visione critica della realtà si coniuga con capacità trasformativa. Il pedagogista, nella sua specifica competenza professionale, guida questa evoluzione sistemica, fornendo agli studenti gli strumenti concettuali e relazionali indispensabili per abitare con consapevolezza e protagonismo le sfide del tempo presente.

 

*Pedagogista, Presidente Nazionale ANPE

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