Quando il sapere resta astratto: la sfida della scuola e il ritorno del ‘fare’ come leva educativa
Motivazione allo studio in calo, apprendimenti frammentati, difficoltà a dare senso a ciò che si impara in classe. È su questo terreno che oggi la scuola italiana è chiamata a interrogarsi, ben oltre il dibattito su programmi e valutazioni. Il problema non è solo che cosa si insegna, ma come e perché si apprende. In molte aule il sapere rischia di restare astratto, distante dall’esperienza degli studenti e incapace di attivare un coinvolgimento autentico.
È in questo contesto che si colloca l’avvio del progetto Bravo! di Maestri d’Arte®, promosso a seguito di un Protocollo d’Intesa triennale tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e la Fondazione Culturale PENSARE oltre ETS. L’iniziativa si affianca al curricolo della scuola primaria e della secondaria di primo grado, proponendo un modello didattico centrato sull’esperienza concreta e sul valore formativo del “fare”.
Apprendere facendo: una risposta a un nodo pedagogico aperto
L’assunto di partenza è noto alla ricerca pedagogica ma spesso difficile da tradurre nella pratica quotidiana: la conoscenza non si costruisce solo attraverso la parola e lo studio teorico, ma anche tramite l’azione, la manualità, il contatto diretto con la materia. Il progetto richiama il modello della “scuola-bottega”, in cui l’aula diventa uno spazio operativo e l’esperienza non è un’aggiunta, ma parte integrante del processo di apprendimento.
In questo quadro, i mestieri d’arte vengono utilizzati come strumenti didattici trasversali. Oreficeria, liuteria e altre pratiche artigianali diventano occasioni per affrontare contenuti curricolari: la lavorazione del legno si intreccia con la storia e l’arte, la progettazione di un manufatto chiama in causa matematica, geometria, simbolismo ed economia. Il sapere disciplinare viene così ricollocato in un contesto significativo.
Il ruolo dei docenti e la centralità degli studenti
Un elemento di particolare interesse per le scuole riguarda il ruolo degli insegnanti. Il progetto non li colloca in una posizione marginale rispetto agli esperti esterni, ma li coinvolge come parte attiva del percorso. I docenti diventano co-protagonisti della “bottega”, chiamati a ripensare le modalità di mediazione didattica e a integrare l’esperienza laboratoriale nella progettazione curricolare.
Per gli studenti, l’effetto atteso è un maggiore coinvolgimento e una partecipazione più consapevole. L’apprendimento esperienziale consente di valorizzare ritmi, inclinazioni e stili cognitivi diversi, restituendo centralità agli alunni e riducendo la distanza tra sapere scolastico e vita reale. Il talento, in questa prospettiva, non è un’eccezione, ma una potenzialità diffusa che può emergere se adeguatamente accompagnata.
Sperimentare sì, ma con valutazione
In un sistema scolastico che richiede sempre più spesso evidenze e monitoraggio delle innovazioni, il progetto prevede attività di osservazione e documentazione affidate a un Comitato scientifico composto da filosofi, pedagogisti e artisti. Un aspetto tutt’altro che secondario, perché consente di interrogarsi non solo sulle intenzioni, ma sugli effetti reali della sperimentazione sugli apprendimenti e sul clima educativo.
La prima esperienza è stata avviata presso l’Istituto Comprensivo Alda Merini Gallaratese, con l’obiettivo di estendere progressivamente il modello ad altre scuole in diverse regioni. La prospettiva è quella di un modello replicabile, che integri pratiche laboratoriali, curricolo e territorio.
Una pista di lavoro per le scuole
Al di là del singolo progetto, la questione che viene posta riguarda l’identità stessa della scuola: come restituire senso all’apprendimento in una fase di profonda trasformazione culturale e sociale? Il ritorno al “saper fare” non è una nostalgia del passato, ma una possibile pista di lavoro per affrontare problemi molto attuali: disaffezione, dispersione, difficoltà di comprensione profonda.
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