Giulio Scarpati: ‘Sogno una scuola in cui famiglie e insegnanti dialoghino’
Di Sara Morandi
La terza stagione di “Cuori 3” ha debuttato il 03 febbraio in prima serata su Raiuno, arricchendo il cast con Giulio Scarpati. A fianco di Pilar Fogliati e Matteo Martari, Scarpati interpreta il ruolo di Gregorio Fois, un sensitivo carismatico e enigmatico che scuote le dinamiche dei protagonisti con la sua visione del mondo, spingendo i limiti tra scienza e misticismo. Questa nuova stagione promette di mantenere il pubblico con il fiato sospeso attraverso sei avvincenti puntate. Oltre al suo coinvolgimento in “Cuori 3”, Giulio Scarpati ha recentemente partecipato al docufilm “Le stanze di Verdi”, un progetto che esplora la vita e l’eredità del grande compositore Giuseppe Verdi. Scarpati ha avuto l’opportunità di immergersi nei luoghi che hanno segnato la vita di Verdi, offrendo al pubblico una narrazione ricca e appassionante che rivela aspetti meno conosciuti del Maestro. Con la sua vasta esperienza nel mondo del teatro e della televisione, l’attore condivide una visione affascinante per la scuola del futuro, immaginando un ambiente educativo che non solo istruisca, ma che ispiri e coltivi la creatività e la passione dei giovani. Sogna una scuola in cui dialogo e comprensione tra educatori e famiglie siano al centro, un luogo dove i ragazzi possano esplorare il loro potenziale senza timore di fallire, ma con la fiducia di poter realizzare i propri sogni.
Cosa l’ha attratta maggiormente nel progetto del docufilm Le stanze di Verdi e quale aspetto della figura di Giuseppe Verdi l’ha colpita di più durante le riprese?
“Sono stato felicissimo di accogliere la proposta di Giorgio Leopardi: amo la musica, amo la lirica, amo Verdi quindi mi è sembrato perfetto. Ero anche attratto dal fatto che fosse un documentario, quindi dove io avevo un ruolo, diciamo così, da spettatore e narratore insieme, quindi anche un ruolo un po’ inedito. Durante le riprese ci sono state continue sorprese perché certe cose di Verdi proprio non le sapevo. Non sapevo che era agronomo, che era allevatore, che faceva i formaggi, che conosceva il modo di irrigare i campi mettendo a regime le acque, insomma già tutto questo è qualcosa di particolare e unico. Ma a colpirmi particolarmente è stato, soprattutto, il suo essere benefattore. Quando ha fatto qualcosa per la comunità, come l’ospedale per i contadini che morivano perché non riuscivano ad arrivare in tempo all’ospedale più vicino, ci ha messo cura nel farlo, cercando di realizzarlo, senza accontentarsi, ma con le cose migliori e all’avanguardia. Oppure, come nel caso della casa dei musicisti a Milano, che ha realizzato ricostruendo un ambiente che sembra un teatro per cui i musicisti si potessero sentire a proprio agio. Durante le riprese, ho incontrato il mezzosoprano Casoni, che vive lì e insegna canto ai suoi allievi. Questo l’ha rigenerata perché si sente a casa, ma anche ancora in teatro, potendo ancora insegnare e “vivere” la sua arte. Detto tutto ciò, quello che mi ha colpito su tutto, è capire che Verdi è diventato Verdi, con un percorso difficoltoso. Non dimentichiamoci che è stato respinto dal Conservatorio di Milano perché “inetto” alla musica. Verdi ha dovuto lottare. Questo è un grande insegnamento per tutti noi e per i giovani che hanno un sogno, una passione”.
Nel docufilm, intraprende un viaggio attraverso i luoghi cari a Verdi. Qual è stato il momento più memorabile di questo percorso e, come pensa, che questo viaggio abbia arricchito la sua comprensione del Maestro?
“Sì, ci sono alcuni passaggi che mi hanno molto preso, tra i tanti, il canto di un coro in una Chiesa, che Verdi frequentava e dove aiutava anche il maestro del coro nella scrittura quando ancora era giovanissimo. Attraverso il docufilm, viaggiando nella sua storia, ho capito perché la sua musica arriva dritta al cuore. I sentimenti che l’hanno ispirata, sono chiarissimi e vividi: la sua terra, le sue radici, ma anche i dolori della sua vita come la morte prematura della sua prima moglie e dei figli. Questo mi ha permesso di comprenderne meglio la sua “umana” grandezza, di godere della sua musica con una percezione profonda dei sentimenti che l’hanno ispirata”.
Ha sottolineato come Un Medico in famiglia sia stato un simbolo di un’epoca, ma che ora sarebbe forse più opportuno esplorare nuove storie e innovare la narrativa televisiva italiana. Potrebbe condividere con noi il motivo principale per cui, secondo lei, sarebbe giunto il momento di dare una conclusione definitiva a questa amata serie? Quali nuovi orizzonti e opportunità immagina per la televisione italiana?
““Il Medico” è finito tantissimi anni fa, visto che l’ultima serie penso che sia del 2017, quindi non è che sia finita ieri ed oggi, sembra davvero un po’ lontana. La cosa più difficile per chiunque, per un artista, per un creatore, per uno sceneggiatore, per un regista, è raccontare la realtà contemporanea e non rifugiarsi in un racconto antico, che ormai è superato dai fatti. Quindi, credo che la scelta migliore sia investire nel rappresentare al meglio la realtà in cui viviamo, con tutte le sue contraddizioni, e magari, attraverso queste, trasmettere un messaggio positivo o comunque di speranza. Raccontiamo la realtà anche per cercare di dimostrare che si può anche cambiarla, che può diventare anche altro. Penso davvero che narrare il presente sia la cosa più difficile. Non a caso, spesso, ci rifugiamo nel racconto di cose che abbiamo già vissuto, ma con il senno di poi, invece, la cosa più difficile, ma anche più affascinante, è che l’arte anticipa la vita. O comunque riesce a capire da piccoli segni, dove si sta andando. Quando abbiamo visto i primi film di fantascienza, abbiamo pensato che certe cose fossero assurde, poi si sono rivelate realizzabili. Dobbiamo sempre cercare di sforzarci di cercare di capire, quello che abbiamo di fronte e saperlo raccontare, è la cosa più bella”.
E’ stato direttore per moltissimi anni della scuola di recitazione «Percorsi d’Attore». In base alla Sua esperienza, quali sono le competenze che ritiene fondamentali per i giovani attori di oggi?
“E’ un lavoro difficile perché non è un mestiere per tutti. In un corso di recitazione tu non puoi soltanto dare delle regole e dire si fa così, perché ognuno ha la sua specificità. Questo è ciò che avviene anche nella scuola, perché teoricamente, un bravo insegnante dovrebbe sapere come stimolare un alunno. Quindi anche in questo senso la recitazione e la scuola di recitazione, mi hanno insegnato a pensare ad ogni singola persona, perché fa un percorso tutto suo. Non a caso, per esempio, la concentrazione ognuno la trova a modo suo. C’è l’attore che vuole stare al buio, chiuso in camerino, in silenzio totale, non vuole sentire niente, c’è quello che racconta le barzellette poco prima di entrare in scena. Quindi non si può dire, fai così, ma aiutare ciascuno a trovare dentro di sé, il proprio equilibrio. Quello che raccomando agli studenti che vogliono fare un’esperienza, è cercare di capire se riescono a fare gli attori, se è quella la loro strada, è di non sperare che sia la scuola a dare la risposta. Non dimentichiamo che a Verdi, è stato detto che era inetto alla musica. Devi comunque essere tu in grado di capire se questo può essere il tuo lavoro o non può essere il tuo lavoro. In alcuni casi ci sono anche problemi di carattere economico che determinano purtroppo un abbandono del percorso, ne ho visti tanti ragazzi talentuosi che per ragioni economiche hanno dovuto ripiegare e cercarsi un lavoro. Il mestiere dell’attore ci fa entrare in personaggi che non sono minimamente vicini a noi, per questo serve tanta perseveranza, ma anche conservare la lucidità per attuare un piano B continuando a coltivare la passione per il Teatro, magari con una compagnia amatoriale, perché il Teatro fa bene, comunque. Il palcoscenico è sempre palcoscenico: cioè puoi stare al Quirino, puoi stare all’Argentina o puoi stare su un palchetto di una parrocchia magari piccolino e disagevole, però quelle sensazioni legate alla recitazione, le avrai comunque. Se lavori bene, sarà gratificante. Si cresce di palco in palco perché ci si allena sempre. Non si finisce mai di imparare e non si smette mai di lavorare su sé stessi”.
Con la sua esperienza e visione artistica, quale tipo di scuola sogna per i giovani del futuro, non solo come attore, ma anche come padre? Quali valori e competenze ritiene essenziali per preparare le nuove generazioni al mondo che verrà?
“Innanzitutto una scuola in cui, diciamo così, famiglie e insegnanti dialogano. L’incontro tra genitori e insegnanti, non può ridursi solo a comunicare sufficienze o insufficienze. Capire cosa sta dando lo studente, rispetto alle sue possibilità, capire il perché. Dovrebbe essere un percorso formativo ed un dialogo costante. Secondo me c’è bisogno di dare stimoli e non fissarsi, magari su quella volta a teatro in cui quel ragazzo non seguiva o si annoiava, ma capirne le ragioni e trovare il modo di stimolarlo. Provare a riattivare un processo di comunicazione tra scuola e famiglia, cercando di aprire una prospettiva di futuro, che è quello che forse più preoccupa i genitori dovendo fare i conti anche con una rabbia che i ragazzi hanno dentro per cui vedono tutto nero; un’ansia che era nostra e che abbiamo trasferito su di loro. Insomma, c’è un lavoro duro da fare. Ci sono stati centinaia di insegnanti come Gianni Rodari, che si sono preoccupati di insegnare o di dare anche un metodo diverso, di non annoiare, ma di stimolare sempre la creatività. Ogni giorno per un insegnante è come se fosse uno spettacolo, un impegno artistico, nel capire e nel trovare il modo di coinvolgere i giovani alla poesia, alla letteratura, ma anche alla matematica, alla fisica quantistica, cioè di riuscire in qualche modo a catturare la loro attenzione, la loro intelligenza, in un modo che sia più affascinante. Magari sarà un mondo utopico, però il mestiere dell’insegnante non è un mestiere uguale agli altri, non può esserlo. E’ come un medico, come tanti altri mestieri difficili, per cui dovrebbe essere forse più gratificato economicamente. Ma anche un mestiere in cui mettere in conto che sia faticoso, dove non ci si misura su cose imparate a memoria, ma ci si confronta con esseri umani. Se non ci si mette amore, non si comunica”.
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