Ripensare la scuola

Riforme, innovazioni, parole che si accumulano sulla carta o scorrono su uno schermo digitale, che si rincorrono con una rapidità quasi vertiginosa e che sembrano promettere cambiamenti profondi, ma che troppo spesso finiscono per non incidere davvero sulla realtà quotidiana della scuola, lasciando intatto ciò che dovrebbe essere ripensato e appesantendo ciò che già fatica a funzionare. I cambiamenti veri, quelli che trasformano i contesti e non solo il linguaggio con cui li raccontiamo, richiedono certamente coraggio, ma soprattutto una visione chiara, coerente e strutturata, una visione che non può nascere lontano dalle aule, ma solo dal contatto diretto con la complessità del lavoro educativo vissuto sul campo.

Nel dibattito pubblico sulla scuola italiana, il tema della riforma appare ormai inflazionato, evocato ciclicamente come una sorta di soluzione universale a problemi che vengono presentati come contingenti, ma che in realtà affondano le loro radici in scelte politiche, culturali e organizzative stratificatesi nel tempo. La scuola viene chiamata a rispondere a ogni emergenza sociale, economica e culturale, diventando il luogo simbolico su cui si proiettano aspettative collettive spesso contraddittorie, mentre raramente si apre uno spazio di riflessione autenticamente sistemica sul suo funzionamento interno, sulla sostenibilità dei compiti assegnati e sul rapporto tra la sua missione educativa e l’assetto istituzionale che la governa.

Le riforme che si sono succedute negli anni hanno prevalentemente operato per accumulazione normativa, aggiungendo funzioni, procedure, adempimenti e responsabilità senza una reale revisione dell’architettura complessiva del sistema, producendo un modello di scuola sempre più complesso sul piano formale e sempre più fragile sul piano sostanziale. L’istituzione scolastica è stata progressivamente caricata di ruoli molteplici, chiamata a essere contemporaneamente comunità formativa, presidio sociale, luogo di inclusione, centro amministrativo e risposta a bisogni che spesso esulano dal suo mandato originario, con il risultato di una dispersione crescente di energie e di un indebolimento della sua funzione primaria, quella educativa.

In questo contesto, l’autonomia scolastica ha rappresentato senza dubbio una svolta epocale sul piano culturale e giuridico, aprendo spazi inediti di progettualità e di responsabilità, ma è diventata anche uno dei nodi più ambigui dell’intero sistema. Nata per liberare energie, valorizzare i territori e favorire l’innovazione didattica, essa è stata progressivamente interpretata come una delega generalizzata di compiti e oneri, fino a trasformare molte istituzioni scolastiche in microstrutture amministrative, chiamate a gestire una complessità crescente con risorse spesso insufficienti e con un carico di responsabilità che ha finito per allontanare l’attenzione dal cuore del lavoro educativo.

Ripensare la scuola non significa invocare l’ennesima riforma né introdurre nuove parole d’ordine destinate a esaurirsi rapidamente, ma interrogarsi in modo critico e onesto sul rapporto tra autonomia e responsabilità, tra libertà educativa e organizzazione statale, tra visione politica e realtà quotidiana delle scuole. Nella consapevolezza che solo restituendo coerenza, senso e sostenibilità all’azione pubblica sarà possibile immaginare un cambiamento che non resti confinato nei documenti, ma che riesca finalmente a tradursi in pratiche vive e significative.

Autonomia scolastica e fraintendimento originario

L’autonomia scolastica si fonda su una concezione della scuola come comunità professionale dotata di competenze riflessive, progettuali e valutative. Essa nasce dall’idea che la qualità dell’educazione non possa essere garantita esclusivamente da prescrizioni centrali, ma richieda la capacità delle istituzioni di interpretare i contesti, leggere i bisogni degli studenti e costruire risposte educative flessibili e coerenti. In questa prospettiva, l’autonomia è uno strumento di responsabilizzazione educativa, non di isolamento istituzionale.

Il fraintendimento originario si è prodotto quando l’autonomia è stata progressivamente caricata di significati impropri, sovrapponendo la libertà pedagogica alla gestione amministrativa. Alla scuola è stato chiesto non solo di progettare percorsi formativi, ma anche di amministrare risorse, stipulare contratti, gestire appalti e rispondere direttamente a un sistema normativo sempre più complesso. Questo slittamento ha trasformato l’autonomia in un fattore di esposizione, attribuendo alle scuole funzioni tipiche di apparati amministrativi senza dotarle delle necessarie strutture di supporto e delle adeguate tutele istituzionali.

La deriva amministrativa della funzione educativa

La conseguenza più rilevante di questo processo è la progressiva subordinazione della funzione educativa a quella amministrativa. Il dirigente scolastico, figura cardine del sistema autonomistico, è oggi immerso in una gestione continua della complessità normativa e del rischio giuridico. La moltiplicazione degli adempimenti, delle responsabilità personali e dei controlli ha progressivamente spostato l’asse del ruolo dirigenziale dalla leadership educativa alla gestione procedurale, riducendo il tempo e lo spazio dedicati alla visione pedagogica.

Questa deriva non riguarda solo la figura del dirigente, ma investe l’intera organizzazione scolastica. Il personale amministrativo opera in condizioni di forte pressione strutturale, spesso in carenza di organico e formazione specialistica, ed è chiamato a gestire procedure altamente complesse in un quadro normativo instabile. Ne deriva una cultura organizzativa orientata alla difesa, nella quale il rispetto formale delle procedure prevale sulla progettualità educativa. In tale contesto, l’innovazione viene percepita come un rischio anziché come una risorsa.

Separare le funzioni per salvare l’autonomia

Di fronte a questa deriva, appare necessario un ripensamento profondo dell’assetto organizzativo del sistema scolastico, fondato su una distinzione chiara e strutturale tra funzione educativa e funzione amministrativa. Salvare l’autonomia non significa limitarla o ridurla, ma ricondurla al suo nucleo originario, restituendo alla scuola la piena responsabilità delle scelte pedagogiche e sottraendola a un carico gestionale improprio che ne ostacola l’azione.

La separazione delle funzioni rappresenta una scelta di razionalità istituzionale e di tutela del sistema. L’educazione richiede tempi lunghi, continuità, relazione e riflessione, mentre l’amministrazione richiede specializzazione tecnica, standardizzazione e controllo. Quando queste due dimensioni vengono sovrapposte, entrambe perdono efficacia. Liberare la scuola dalla gestione diretta delle attività negoziali significa creare le condizioni affinché l’autonomia torni a essere uno strumento di qualità educativa e non una fonte di fragilità organizzativa.

Un modello organizzativo già esistente

Nel settore pubblico italiano esistono modelli organizzativi che dimostrano come la separazione delle funzioni possa rafforzare l’efficacia complessiva del sistema. Alcune grandi organizzazioni hanno scelto di concentrare le attività amministrative complesse in strutture specializzate, lasciando alle articolazioni territoriali il compito di erogare servizi e rispondere ai bisogni dei cittadini. Questo assetto consente di coniugare prossimità e competenza, evitando la dispersione delle responsabilità.

Il valore di questi modelli risiede nella chiarezza dei ruoli, nella riduzione del rischio operativo e nella maggiore uniformità procedurale. Ogni livello dell’organizzazione è chiamato a svolgere il proprio compito in modo coerente con le proprie competenze, all’interno di una visione sistemica. Applicare una logica analoga alla scuola non significa snaturarne la missione educativa, ma dotarla di un’organizzazione coerente con la sua funzione pubblica e costituzionale.

Applicare questo modello al sistema scolastico italiano significherebbe istituire strutture amministrative dedicate, a livello regionale o interprovinciale, incaricate di gestire in modo centralizzato le attività negoziali oggi frammentate tra migliaia di scuole. Le istituzioni scolastiche continuerebbero a esercitare la propria autonomia nella definizione dei bisogni educativi e dei progetti formativi, ma l’attuazione amministrativa verrebbe affidata a soggetti dotati di competenze specialistiche e di una visione unitaria del sistema.

In questo assetto, l’autonomia scolastica risulterebbe rafforzata perché liberata dalla gestione del rischio amministrativo. La scuola potrebbe tornare a concentrarsi sulla progettazione didattica, sull’inclusione, sull’orientamento e sull’innovazione metodologica, mentre lo Stato si assumerebbe la responsabilità della complessità organizzativa. L’autonomia cesserebbe così di essere una forma di isolamento istituzionale e diventerebbe espressione di una responsabilità condivisa.

Il ruolo strategico degli uffici periferici del Ministero

Un simile ripensamento organizzativo richiede un deciso potenziamento degli uffici periferici del Ministero dell’Istruzione e del Merito, troppo spesso depotenziati o relegati a funzioni di mero controllo. Queste strutture potrebbero invece diventare il fulcro della nuova organizzazione amministrativa del sistema scolastico, assumendo un ruolo attivo di supporto, coordinamento e garanzia.

Gli uffici territoriali, adeguatamente rafforzati sul piano delle competenze e delle risorse, potrebbero concentrare professionalità giuridiche, contabili e contrattuali, garantendo uniformità interpretativa delle norme e maggiore equità nell’applicazione delle procedure. Allo stesso tempo, potrebbero svolgere una funzione di accompagnamento e consulenza, ricostruendo un rapporto di fiducia tra centro e periferia e restituendo allo Stato un ruolo pieno di garante dell’equità e della legalità.

Ricadute sul ruolo del dirigente e sull’efficacia del sistema

Le ricadute di una simile riforma sarebbero profonde e strutturali. Il dirigente scolastico potrebbe finalmente esercitare una leadership educativa piena, orientata alla qualità dell’insegnamento, alla valorizzazione delle professionalità e alla costruzione di una comunità scolastica coesa. La riduzione della pressione amministrativa favorirebbe decisioni più coraggiose e progettuali, restituendo dignità e senso al ruolo dirigenziale.

Anche l’efficacia complessiva del sistema scolastico ne risulterebbe rafforzata. Una gestione amministrativa più omogenea e professionalizzata consentirebbe un uso più razionale delle risorse pubbliche, riducendo errori, contenziosi e sprechi. L’efficienza amministrativa diventerebbe così una condizione abilitante per la qualità educativa e non un vincolo paralizzante.

© RIPRODUZIONE RISERVATA