Massimiliano Gallo: ‘Sogno una scuola che includa il teatro in quanto è terapeutico mettersi nei panni dell’altro’

Di Sara Morandi

Massimiliano Gallo, noto per la sua straordinaria capacità di muoversi tra cinema, teatro e televisione, porta in scena al Teatro dei Rinnovati di Siena – diretto da Vincenzo Bocciarelli – dal 23 al 25 gennaio 2026, il “suo” Vincenzo Malinconico. Questo avvocato, dalla carriera sgangherata e dalla vita sentimentale instabile, incarna le sfide quotidiane con cui molti si confrontano. Attraverso una narrazione che unisce riflessione filosofica e umorismo irresistibile, Gallo esplora la fragilità umana, rendendo Malinconico un personaggio autentico e affascinante. Per l’attore, la scuola dei sogni per i giovani dovrebbe includere il teatro come disciplina fondamentale. Questo perché il teatro offre una prospettiva unica sulla vita, insegnando a immedesimarsi negli altri e a sviluppare una comprensione più profonda di sé stessi. In una scuola ideale per attori, sottolinea l’importanza del talento innato, elemento essenziale che deve essere coltivato con attenzione. Gallo crede che un attore debba avere una formazione completa, che spazi tra teatro, cinema e televisione, senza le rigide distinzioni che spesso si trovano in Italia. Il talento, una volta riconosciuto, deve essere valorizzato con cura e dedizione.

Il personaggio di Vincenzo Malinconico è complesso e sfaccettato, con una carriera sgangherata e una vita sentimentale instabile. Sarà al Teatro dei Rinnovati di Siena, dal 23 al 25 gennaio 2026. Come ha affrontato la sfida di rendere credibile e coinvolgente un personaggio che inciampa nelle complicazioni quotidiane?

“Quando affronto la costruzione di un personaggio, mi concentro molto sull’esplorazione delle loro fragilità. Raccontare le sfumature di un personaggio è per me essenziale; altrimenti si rischia di cadere nel cliché. Malinconico è un personaggio ha mille sfumature, il lavoro diventa più complesso e interessante. Ho svolto questo lavoro direttamente sul campo, sul set. Indossando i panni del personaggio, piano piano, ho iniziato a farlo mio; ho cercato di raccontarlo anche a modo mio, portando la mia interpretazione personale. Questo processo è stato spesso discusso e concordato sia da me che da Diego De Silva. Un esempio di come ho dato vita al personaggio è l’uso della borsa di Malinconico. Mentre provavo i costumi, ho deciso di portarla come fosse la coperta di Linus. Nei momenti di difficoltà, la valigetta viene tenuta stretta al petto, diventando un segno distintivo del personaggio, una sorta di marchio di riconoscimento. Come ho fatto con altri personaggi, come in “Imma Tataranni”; non ho voluto rappresentare un marito perdente, ma piuttosto un uomo dotato di grande forza e fragilità. È attraverso queste sfumature che si crea un personaggio autentico ed interessante”.

Considerando che lo spettacolo si basa su un flusso narrante che è sia filosofico che irresistibilmente comico, quali strategie ha utilizzato per far ridere il pubblico mentre lo invita a una profonda riflessione?

“Questa è davvero una bella domanda, perché si tratta di un aspetto piuttosto complesso quando si fa teatro oppure quando si racconta una storia in un film. In una narrazione dove esistono complicità e riflessione, si tratta di un marchio di fabbrica che ricorda un po’ Eduardo De Filippo. Le sue commedie erano caratterizzate da grandi spunti comici, ma riuscivano a passare rapidamente dal comico al drammatico, una caratteristica che rifletteva anche una filosofia di vita tipica della Grande Napoli, capace di sorridere delle proprie disgrazie pur mantenendo un tono malinconico. Nella messa in scena, essendo anche il regista, la difficoltà maggiore è stato quello di rappresentare i “pensieri” del personaggio. Al cinema, questo lo si ottiene facilmente con una voce fuori campo accompagnata da immagini, ma nel teatro è più complicato. Ho quindi ideato una scenografia con un corpo centrale che rappresenta una parte della casa del protagonista e delle scale per conferire velocità e continuità ai pensieri che esprime. La parete della casa, oscurata, si trasforma in una superficie su cui vengono proiettati ologrammi. Questi ologrammi rappresentano i suoi pensieri, i personaggi immaginari, come il suo amore ideale o la sua ex moglie. Desideravo raccontare tutto questo attraverso un macro tema, che è l’amore, il cuore dello spettacolo di Malinconico. Insieme a Diego ci siamo divertiti a scrivere la sceneggiatura e ho collaborato con Joe Barbieri, un artista straordinario, per comporre le canzoni originali, il cui stile si avvicina molto all’universo di Malinconico”.

Come si è preparato a rappresentare le diverse sfaccettature della vita di Vincenzo, che spaziano dal ruolo di lavoratore a quello di amico o amante?

“Rappresentare le diverse sfaccettature della vita di Vincenzo significa esplorare i molteplici ruoli che egli ricopre, dal lavoratore all’amico e amante. Nella mia risposta alla prima domanda ho iniziato a delineare questi aspetti, e ora nella terza entrerò nel dettaglio. Per dare forma a questa complessa narrazione, ho creato una scena centrale attorno alla quale vengono proiettati degli ologrammi. Il resto della scenografia è volutamente astratto, con un nero lucido che facilita il trasporto dell’atmosfera “malinconica” attraverso vari ambienti. Questi ambienti cambiano: dalla casa al tribunale, dal giardino alla strada, fino a un luogo d’incontro con la figlia. Questa scelta mi ha permesso di esplorare la vastità delle esperienze senza limitazioni teatrali, evitando la necessità di un centinaio di attori per ricreare il caos mentale di Vincenzo. L’operazione sembra essere riuscita, dato il grande successo dello spettacolo. Abbiamo debuttato al Teatro Carignano e, data l’ottima accoglienza dello scorso anno, abbiamo ripreso quest’anno al Teatro Stabile di Torino, riscuotendo un enorme successo con il tutto esaurito anche a Genova. Lo spettacolo continua a raccogliere consensi ovunque. Questo mi rende davvero felice e soddisfatto”.

Se potesse creare (in generale) una “scuola dei sogni” quali insegnamenti fondamentali includerebbe? Invece, una scuola per attori?

“In generale, introdurrei il teatro come disciplina scolastica perché ha un valore terapeutico essenziale. Recitare aiuta a mettersi nei panni degli altri, offrendo una prospettiva diversa sulla propria vita, che spesso manca quando si è troppo concentrati su sé stessi. Il teatro, infatti, arricchirebbe e formerebbe i ragazzi in maniera più completa. In una scuola ideale per attori, ciò che sottolineo sempre ai partecipanti dei miei workshop è che questo mestiere non è per tutti. Richiede una sensibilità particolare. L’attore deve essere una persona straordinaria, capace di accumulare e elaborare un’enorme quantità di informazioni, per poi metterle in scena con emozione e cuore. Non tutti dovrebbero intraprendere questa carriera; chi lo desidera deve capire che il talento è essenziale. Purtroppo, nelle scuole di recitazione, specialmente quelle a pagamento, spesso non si sottolinea abbastanza l’importanza del talento, poiché l’obiettivo è principalmente quello di ricevere la retta mensile. È come frequentare una scuola di disegno senza avere il talento necessario: si possono imparare le tecniche come il chiaroscuro o le ombre, ma non si riuscirà mai a diventare veri artisti del disegno. Secondo me, un attore dovrebbe avere una formazione completa, che includa teatro, cinema e televisione. In Italia c’è ancora una forte distinzione tra attori di teatro e attori di cinema, mentre in realtà, in paesi come l’Inghilterra, gli attori iniziano dal teatro per poi passare alle grandi serie televisive e ai film. Il talento, una volta riconosciuto, deve essere coltivato con cura. Ai giovani che mi chiedono un consiglio, faccio spesso l’esempio di calciatori di talento come Balotelli e Cassano, che hanno visto svanire parte delle loro potenzialità perché non hanno curato adeguatamente il loro dono naturale”.

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