Tuttoscuola: Il Cantiere della didattica

22 aprile, giornata mondiale della terra

di Sergio Sgorbati*                                 

L’emergenza pandemica Covid-19 sta toccando pesantemente la vita di ciascuno, con un forte rallentamento dell’economia mondiale. Fenomeno nuovo e inaspettato, almeno nella memoria delle persone meno anziane che non hanno conosciuto guerre e pandemie. D’altra parte, questa pandemia suscita molta impressione, oltre alle restrizioni alle quali ci costringe, a causa della globalizzazione dei mezzi di comunicazione. Oggettivamente è ben poca cosa rispetto alle epidemie più o meno pandemiche dei secoli passati, capaci di ridurre significativamente per decenni la popolazione mondiale. Da questo punto di vista, l’attuale pandemia, nella peggiore delle ipotesi, ridurrà solo di molto poco il tasso di incremento della popolazione umana che attualmente è di circa 1.1% (75 milioni di individui all’anno). Si prevede che anche l’economia riprenderà a crescere nella seconda parte dell’anno.

Business as usual
Il problema che sta di fronte all’umanità e che condizionerà il suo futuro molto prossimo, consiste nelle modalità della ripresa dell’economia. Attualmente, il forte rallentamento delle attività industriali e commerciali ha come conseguenza il crollo del prezzo del petrolio ai minimi storici. Diventerà pertanto conveniente basare la ripresa economica sull’uso massiccio dei combustibili fossili, a scapito delle energie verdi. L’interesse immediato degli stati produttori e delle multinazionali dei combustibili fossili (USA di Trump in testa) sarà quello di sostenere (e quindi spendere investendo denaro pubblico) il settore petrolifero in crisi, per permettergli di ripartire il più presto possibile. L’interesse immediato di alcuni governi e multinazionali è chiaramente opposto a quello a medio e lungo termine dell’umanità. La ripartenza dell’economia sulle vecchie basi ci porterà ad affrontare nei prossimi decenni una spaventosa questione ambientale a causa di un cambiamento climatico sempre più veloce e disastroso, senza più nessuna possibilità di contrasto.

Tipping point
Dai tempi preindustriali, il progressivo aumento delle emissioni in atmosfera dei gas clima alteranti (di cui l’anidride carbonica è solo il principale) ha portato a un aumento della temperatura media del pianeta di 1.1°C, con una forte accelerazione negli ultimi decenni. Da tempo i climatologi avvertono che ci stiamo avvicinando sempre più al cosiddetto “tipping point”, punto di non ritorno. A seconda dei modelli previsionali degli scienziati, questa condizione si potrebbe raggiungere con un aumento di temperatura superiore a 2°C, cioè fra 20-30 anni, in assenza di un deciso cambiamento a favore di uno sviluppo più sostenibile. Perché scatterebbe il punto di non ritorno? Perché si metterebbero in moto alcuni meccanismi retroattivi (feedback) in grado di autoalimentare l’aumento di temperatura, anche in assenza di ulteriori emissioni di gas serra: diminuzione delle superfici bianche dei ghiacciai che riflettono i raggi solari, aumento delle emissioni di gas serra (in primis metano) a causa della deglaciazione e decomposizione del permafrost delle regioni artiche, incendi su vasta scala dovuti alla siccità, riduzione dell’attività fotosintetica del fitoplancton oceanico dovuta all’aumento della temperatura degli oceani e alla loro acidificazione, deperimento delle foreste che invece di catturare diventano emettitrici di anidride carbonica etc.

Quale futuro?
Di fronte a queste prospettive, tutti gli uomini di buona volontà del pianeta dovrebbero impegnarsi per evitare che le prossime generazioni debbano assistere allo sconvolgimento ambientale del pianeta, con gravi, inimmaginabili conseguenze per la vita economica e sociale. A livello mondiale, l’unico statista in grado di percepire con visione globale le profonde diseguaglianze e ingiustizie sociali, unitamente alla distruzione degli ambienti naturali causati dall’avidità umana e dal desiderio di arricchirsi a dismisura di pochi a danno della gran parte dell’umanità e dell’ambiente naturale è papa Francesco (Enciclica Laudato si, 24 maggio 2015). La distruzione dell’ambiente naturale (solo il 25% della superficie terrestre è ancora in condizioni accettabili di naturalità) comporta un’enorme perdita di biodiversità: i principali studiosi del settore stimano che in questo secolo possiamo perdere la metà della biodiversità terrestre (sesta estinzione di massa). Siamo forse diventati degli dei per decidere il destino di milioni di specie animali, vegetali, microbiche, prodotto di centinaia di milioni di anni di evoluzione biologica, sacrificate sull’altare di un progresso che, così impostato, non prelude a nessun glorioso destino? Il disastro ambientale, con tutte le conseguenze per la sopravvivenza della parte più povera della popolazione mondiale, potrebbe mettere a rischio anche le istituzioni democratiche dei paesi occidentali. Purtroppo la storia insegna che le guerre e l’impoverimento hanno sempre favorito l’insorgenza dei regimi autoritari che salgono al potere dopo fasi di populismo che prospettano alla società la risoluzione di tutti i problemi. In un contesto di impoverimento del pianeta, il fine di questi regimi sarà inevitabilmente quello di sostenere e perpetuare con la forza la privazione delle libertà, della giustizia e della libera informazione: una ristretta classe agiata che si impossessa delle sempre più scarse risorse di un paese.

*Università di Milano Bicocca, Dipartimento di Scienze ambientali

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