Zerosei, il MIM replica sui presunti tagli: ‘Risorse in aumento’. Ma resta il nodo dei divari territoriali

Il MIM risponde all’articolo di Marco Esposito, dal titolo “Valditara taglia tutto – Dimezzati i fondi dove mancano asili”, contestandone la ricostruzione. Il comunicato è firmato da Carmela Palumbo, capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, e da Simona Montesarchio, capo Dipartimento per le risorse, l’organizzazione e l’innovazione digitale e direttrice generale reggente dell’Unità di missione per il PNRR. Il primo punto riguarda le cifre. Secondo il Ministero, nel 2026 il Fondo nazionale per il sistema integrato 0-6 non diminuisce, ma passa dai 275,7 milioni di euro del 2025 a 288,8 milioni nel 2026, con la previsione di altri 2 milioni di incremento sia nel 2027 sia nel 2028. Il MIM respinge quindi l’ipotesi di un taglio complessivo di 193 milioni e sostiene che il cambiamento riguardi piuttosto i criteri di distribuzione, con una maggiore valorizzazione – per 29 milioni – del numero degli utenti dei servizi educativi già attivati nelle diverse Regioni.

Fondo 0-6 e nuovi nidi: due piani da distinguere

È proprio sulla natura delle risorse che il Ministero insiste maggiormente. Il Fondo nazionale 0-6, precisa il comunicato, non avrebbe la stessa funzione del Fondo speciale per l’equità del livello dei servizi (FESL): non nasce cioè specificamente per costruire nidi nei territori che ne sono sprovvisti, ma finanzia il funzionamento del sistema integrato, dalla gestione dei servizi alla qualità dell’offerta educativa per la fascia dalla nascita ai sei anni.

Da qui la contestazione della tesi secondo cui il nuovo riparto determinerebbe automaticamente una riduzione dei nuovi posti disponibili nei territori più carenti.

Una distinzione importante, ma che non esaurisce il problema. Perché nel sistema 0-6 infrastrutture, gestione e accessibilità sono inevitabilmente collegate: costruire un nuovo nido è il primo passaggio, farlo funzionare nel tempo – con personale, servizi e costi sostenibili per gli enti locali e per le famiglie – è quello successivo.

Ed è proprio questa la sfida che si apre con la conclusione degli investimenti straordinari del PNRR.

Il nuovo riparto nasce dal confronto con Regioni e Comuni

Il MIM sottolinea inoltre che la proposta non sarebbe il risultato di una decisione politica assunta unilateralmente. Il Piano 2026-2030 è ancora in fase istruttoria ed è stato elaborato da un gruppo tecnico al quale partecipano Ministero, Coordinamento delle Regioni e ANCI.

Secondo la ricostruzione ministeriale, proprio ANCI e Regioni avrebbero chiesto che le risorse fossero maggiormente correlate alle spese effettivamente sostenute per garantire i servizi. Una necessità destinata a diventare ancora più evidente con l’apertura dei nuovi posti finanziati attraverso il PNRR: nuove strutture significano infatti anche nuovi costi di gestione.

Il testo, inoltre, non è ancora definitivo. I contenuti dovranno essere definiti in sede di Conferenza Unificata, dove Stato, Regioni ed enti locali saranno chiamati a trovare il punto di equilibrio sul riparto.

È un elemento tutt’altro che secondario: significa che il confronto sui criteri di distribuzione delle risorse è ancora aperto.

La questione della quota perequativa

Altro punto contestato riguarda il meccanismo di decadenza della quota perequativa qualora le risorse non vengano programmate nei tempi stabiliti.

Il Ministero respinge l’interpretazione secondo cui il sistema finirebbe per “punire” determinati territori e ricorda che un analogo meccanismo era già previsto dal Piano di azione nazionale 2021-2025. L’obiettivo, sostiene il MIM, è evitare che risorse pubbliche restino inutilizzate e consentire invece che vengano destinate agli enti in grado di trasformarle in servizi.

Ma proprio qui emerge uno dei temi più delicati delle politiche per l’infanzia: come conciliare la capacità di spesa con l’obiettivo della perequazione?

I territori nei quali l’offerta è storicamente più debole possono essere anche quelli che incontrano maggiori difficoltà amministrative e organizzative nel programmare e utilizzare rapidamente le risorse. Un criterio fondato sull’effettiva capacità di attivare e gestire i servizi può quindi favorire l’efficienza; occorre però evitare che, nel medio periodo, finisca per consolidare le distanze di partenza.

Asili nido, il divario territoriale resta

Il dato nazionale, infatti, racconta soltanto una parte della realtà. Le ultime rilevazioni disponibili sull’anno educativo 2023/24 indicano 31,6 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini sotto i tre anni, contro i 30 dell’anno precedente. Ma le differenze territoriali restano profonde: 13 Regioni risultavano sopra la soglia del 33%, mentre nei comuni polo si contavano 38,7 posti ogni 100 bambini contro appena 24,5 nelle aree interne.

È quindi possibile migliorare la media nazionale senza avere ancora garantito un’offerta comparabile da un territorio all’altro.

Il MIM sostiene che, considerando i nuovi posti già realizzati attraverso il PNRR, la copertura stimata avrebbe superato il 36%, oltre il vecchio obiettivo europeo del 33%. Ma il parametro europeo nel frattempo è diventato più ambizioso: per il 2030 l’obiettivo è che partecipi ai servizi di educazione e cura della prima infanzia almeno il 45% dei bambini sotto i tre anni, mentre per la fascia dai tre anni all’età dell’istruzione primaria obbligatoria il target è del 96%.

Il 33%, dunque, rappresenta ormai più una soglia intermedia che un punto d’arrivo.

PNRR e fondi nazionali: la sfida è far funzionare i nuovi posti

Nella sua replica il Ministero richiama anche la dimensione complessiva degli investimenti. Alle risorse del PNRR, afferma, sono stati aggiunti circa 2 miliardi di fondi nazionali destinati all’ampliamento dei posti, oltre a 181 milioni per arredi innovativi negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia.

L’obiettivo dichiarato va oltre l’incremento numerico dell’offerta: rafforzare l’educazione fin dalla prima infanzia, sostenere le famiglie, favorire la conciliazione tra tempi di vita e lavoro e, di conseguenza, anche una maggiore partecipazione delle donne al mercato occupazionale.

Il punto, però, sarà verificare cosa accadrà quando le strutture finanziate nella stagione straordinaria del PNRR entreranno pienamente a regime. Un edificio nuovo non coincide automaticamente con un servizio educativo disponibile: servono educatori, personale, risorse correnti, organizzazione e una domanda delle famiglie che possa effettivamente incontrare l’offerta.

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