Trescore Balneario, prima dell’aggressione alla docente una lunga lettera su Telegram: il testo integrale

La violenta aggressione avvenuta a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove nella giornata del 25 marzo una docente è stata accoltellata da un proprio studente all’esterno dell’istituto, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e il mondo della scuola. Mentre proseguono gli accertamenti degli inquirenti, emergono dettagli che sembrano delineare un quadro inquietante, fatto di preannunci, simboli e parole affidate ai social.

Secondo quanto ricostruito dalla stampa nazionale, il ragazzo si sarebbe presentato a scuola indossando abiti mimetici e una maglietta con la scritta “vendetta”. Prima di entrare in azione avrebbe anche attivato una diretta su Telegram, riprendendo l’aggressione. Proprio sulla stessa piattaforma, sempre secondo quanto pubblicato da la Repubblica, il tredicenne avrebbe diffuso poco prima una lunga lettera, nella quale spiegava le ragioni del gesto con toni lucidi e inquietanti.

Il testo, intitolato “La soluzione finale”, viene ora letto come un documento centrale per comprendere lo stato d’animo del ragazzo e il contesto in cui è maturata l’aggressione. Nelle sue righe compaiono riferimenti alla scuola, agli adulti, al rapporto con l’insegnante colpita, ma anche una rappresentazione di sé segnata da rabbia, isolamento e desiderio di rottura.

Di seguito il testo integrale della lettera, così come pubblicato da la Repubblica.

“Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave”.

“Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo”.

“Eppure quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi”.

“L’uniforme militare non è una scelta casuale. L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno fatto, qualcuno che ha l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni. Sono unico e non sono una copia di nessun attacco scolastico precedente. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare qualcosa di nuovo. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo: mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo.

“Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita”.

Al di là del contenuto, che resta di estrema durezza, la lettera apre interrogativi che la sola cronaca non può esaurire. C’è il tema del disagio giovanile che si radicalizza nell’isolamento, quello del rapporto tra fragilità psicologica, social network e costruzione di immaginari violenti, ma anche la necessità di capire se e quanto eventuali segnali siano stati colti in tempo dagli adulti di riferimento.

Per la scuola, colpita in uno dei suoi luoghi più delicati, la vicenda rappresenta una ferita profonda. Non soltanto per la gravità dell’aggressione, ma perché rimette al centro una domanda che da tempo attraversa docenti e dirigenti: quali strumenti reali hanno oggi le istituzioni scolastiche per intercettare il malessere prima che si trasformi in violenza? E quanto è urgente rafforzare il lavoro di rete tra scuola, famiglie, servizi territoriali e presidio educativo del digitale?

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