Guerra e crisi del carburante, scuola a rischio Dad a maggio? Il Ministero frena: ‘Nessun piano di chiusura delle scuole’

La crisi internazionale innescata dall’escalation tra Stati Uniti e Iran torna a far sentire i suoi effetti anche ben oltre il terreno militare. A preoccupare, in Italia, è soprattutto il possibile impatto sull’approvvigionamento energetico. In un’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di uno scenario in cui, “nel giro di un mese”, “non tutto ma molto potrebbe essere bloccato”, legando l’allarme alla tenuta del sistema in una fase di forte instabilità internazionale.

Dentro questo quadro già fragile, è bastato evocare la scuola perché il dibattito si riaccendesse con forza. Non perché ci sia, allo stato, una decisione in questa direzione, ma perché il solo affacciarsi dell’ipotesi di nuove misure emergenziali — compresa la didattica a distanza — basta a riaprire una frattura che il sistema scolastico italiano non ha mai davvero ricucito.

L’allarme energetico e i margini stretti della politica

Le parole di Crosetto arrivano mentre il conflitto nel Golfo continua a produrre effetti a catena sul piano geopolitico ed economico. Nel colloquio con il Corriere, il ministro ha descritto una situazione “senza precedenti nella storia dei decenni recenti”, difendendo anche l’azione diplomatica del governo e spiegando che i margini di manovra dell’Italia sono inevitabilmente ridotti se manca una risposta coordinata a livello internazionale.

È un passaggio che merita attenzione anche dal punto di vista scolastico. Perché quando l’energia diventa un bene scarso o costoso, il rischio è che servizi essenziali come trasporti, riscaldamento e organizzazione delle attività pubbliche entrino immediatamente in tensione. E la scuola, come già accaduto in altre fasi di emergenza, finisce per essere tirata dentro il ragionamento sulle misure straordinarie.

La Dad come scenario estremo, non come opzione ordinaria

In questo contesto si colloca l’intervento di Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, che — secondo i contenuti forniti — ha richiamato la possibilità che, in caso di aggravamento della crisi energetica, il governo possa essere costretto a valutare strumenti già usati durante la pandemia, come la didattica a distanza o lo smart working per parte del personale scolastico. Non una proposta politica in senso stretto, ma un avvertimento legato a uno scenario estremo.

La precisazione, però, è decisiva. La Dad viene indicata come misura emergenziale, da confinare a circostanze eccezionali, non come modello da recuperare. Ed è proprio qui il punto: dopo gli anni del Covid, la scuola italiana sa bene che l’istruzione a distanza non è una semplice modalità organizzativa alternativa. È una scelta che incide sulla qualità della relazione educativa, sulla partecipazione, sull’inclusione, sulla tenuta psicologica di bambini e adolescenti.

Il Ministero frena: nessun piano per chiudere le scuole

Sempre secondo i contenuti messi a disposizione, dal ministero sarebbe arrivata una smentita netta: il ritorno alla didattica a distanza “non è una misura contemplata nel piano del governo”. Una presa di posizione che, almeno per ora, allontana lo scenario di scuole chiuse e attività trasferite online.

È un chiarimento importante, ma non sufficiente a spegnere il tema. Perché il punto non è soltanto se la Dad sia o meno all’ordine del giorno oggi. Il punto è che, ogni volta che il Paese entra in una fase di pressione economica o geopolitica, la scuola torna a essere percepita da alcuni come uno dei primi settori su cui intervenire in nome del contenimento dei costi. Ed è proprio questa impostazione a sollevare le obiezioni più dure.

“La scuola non si tocca”: il nodo politico e culturale

La reazione della Rete nazionale scuola in presenza va letta in questa chiave. L’idea che la didattica in presenza possa essere compressa per ragioni energetiche viene contestata non solo sul piano pratico, ma su quello culturale e politico. La memoria della pandemia pesa ancora: la chiusura prolungata delle scuole ha lasciato segni profondi, ampliando disuguaglianze, fragilità emotive e difficoltà di apprendimento, soprattutto tra gli studenti più vulnerabili.

La questione, allora, va oltre la contingenza. La scuola può essere trattata come variabile dipendente di ogni emergenza? Oppure deve essere considerata un presidio da proteggere proprio quando il contesto si fa più instabile?

È una domanda che riguarda il ruolo stesso dell’istruzione pubblica. In tempi di guerra, tensione internazionale, inflazione e incertezza sociale, la scuola non è solo un servizio da garantire: è un luogo civile, uno spazio di tenuta democratica, una palestra di convivenza. Ridurne la centralità significherebbe indebolire uno dei pochi ambiti in cui si costruiscono quotidianamente legami, senso critico e responsabilità condivisa.

La vera urgenza: misure strutturali, non scorciatoie

Se l’emergenza energetica dovesse aggravarsi, la risposta non può essere cercata in automatismi già sperimentati con esiti problematici. La vera sfida è un’altra: mettere in sicurezza famiglie, lavoratori e servizi pubblici essenziali con interventi strutturali, evitando che a pagare il prezzo delle crisi globali siano, ancora una volta, i più giovani.

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