Alessandro Tedeschi: ‘Sogno una scuola in cui i giovani si sentano accolti e non giudicati’
Di Sara Morandi
Alessandro Tedeschi è un talento poliedrico del panorama artistico italiano, tanto noto per le sue interpretazioni intense quanto per la sua capacità di dirigere con sensibilità e intuito. Recentemente, ha guadagnato ulteriore attenzione grazie al suo ruolo nella serie televisiva di successo di Raiuno, “La Preside”, dove ha recitato al fianco di Luisa Ranieri. Il suo personaggio, quello del Prof. Vittorio Leoni, ha conquistato il pubblico per la sua profondità d’animo e per il suo costante impegno nell’aiutare gli studenti ad immaginare un futuro migliore.
Dal 26 febbraio 2026, Tedeschi torna al cinema con il film “Per un po’”, in cui interpreta Niccolò, un uomo che decide di diventare padre affidatario di Federico, un giovane dal passato difficile. La pellicola esplora le sfide e le gioie di una relazione che evolve tra i due protagonisti, offrendo uno sguardo delicato e intenso sulle dinamiche familiari e sull’importanza delle relazioni umane. Inoltre, l’attore nutre una visione profonda e innovativa per l’educazione dei giovani. Immagina una scuola che sia un luogo di aggregazione, dove gli studenti si sentano accolti e valorizzati per le loro unicità. Un ambiente che promuova lo sviluppo di un metodo personale e incoraggi i giovani a diventare agenti di cambiamento nel mondo. Tedeschi sottolinea l’importanza che gli adulti riflettano sulle influenze trasmesse alle nuove generazioni, promuovendo un’educazione che vada oltre i tradizionali standard scolastici.
La sua interpretazione del professore Vittorio Leoni nella fiction “La Preside”, al fianco di Luisa Ranieri, è stata molto apprezzata. Come si è preparato per questo ruolo e quali aspetti del personaggio ha trovato più stimolanti da interpretare?
“Devo dire che l’aiuto più grande mi è arrivato dalla scrittura. Semplice, diretta, senza fronzoli. Vittorio aveva un compito molto elementare. Aiutare. Sentirsi utile. Dare una mano a questi ragazzi per immaginarsi in un futuro possibile. In più, lui è un uomo apparentemente senza passato, senza segreti, quindi la cosa più importante da fare era quella di costruire, in modo diretto, relazioni con gli altri personaggi. Stare vicino, capendo di cosa aveva bisogno l’altro. Poi, una spruzzata di “trentino” imparato da un’amica costumista e via”!
La sua formazione teatrale presso il “Centro Teatro Attivo di Milano” e la “Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe” ha avuto un grande impatto sulla Sua carriera. Quali insegnamenti o esperienze ritiene siano stati fondamentali nel suo percorso artistico?
“Credo che fare il regista in teatro sia stata una cosa molto preziosa perché mi ha insegnato ad osservare molto e a trovare le parole giuste per suggestionare gli attori, per stuzzicare la loro fantasia e, piano piano, ho imparato a farlo anche con me. Ho imparato a volermi bene come volevo bene agli altri attori. Inoltre, la regia mi ha fatto capire che ci sono tanti modi per fare questo lavoro. La cosa difficile è trovare “il proprio sistema”. La “Nico Pepe” è stato un luogo importantissimo perché è in accademia che ho capito che la recitazione mi faceva stare bene. Mi sentivo vivo sul palco e potevo muovere emozioni che erano dimenticate o che avevano bisogno di essere espresse per poterle lasciare andare. Realizzare che la recitazione è come terapia: un lavoro su sé stessi”.
Ha lavorato a diversi progetti televisivi e cinematografici. Quale esperienza lavorativa L’ha segnata di più e perché?
“Non c’è un progetto più importante di un altro. Gli attori, consapevolmente o inconsapevolmente, si portano tutto con loro. Tutto crea esperienza. Il palco come il quotidiano. A volte, nella memoria emotiva di un attore, i mondi si confondono. Come in un sogno. Non si sa più cosa sia vero oppure no. Come anche la buona recitazione”.
Nel film “Per un po’”- dal 26 Febbraio nelle sale – interpreta il ruolo di Niccolò, un uomo che diventa padre affidatario e si trova a costruire un legame complesso e profondo con un giovane dal passato difficile. Considerando la delicatezza e la profondità delle tematiche affrontate, quali sfide ha incontrato nel dare vita al personaggio di Niccolò? E in che modo la storia ha influenzato la sua visione sull’importanza delle relazioni umane e familiari?
“Una sfida complessa è stata riuscire a raccontare il lutto iniziale. Trovare quella stanchezza dell’anima, quella pesantezza. Quella fatica a portarsi in giro. Quell’assenza di senso e di obiettivi che accompagna la perdita di una persona con la quale condividevi tutto. Sogni, progetti, quotidianità, persino il desiderio di affido. Motivo principale per il quale Niccolò decide di portarlo avanti anche da solo. Lo fa per lei, credo. Per sentirla ancora vicino. Quello che mi ha lasciato il film è in un verso di una canzone ancora inedita (credo) che ha scritto proprio il vero Niccolò Agliardi, cantata da Matteo Wax, la quale sarà anche nel film:
“Lasciare la vita che viene
è il senso di chi si appartiene”
È un verso meraviglioso per musicalità e per il significato. Il senso di eternità di un rapporto creato da un’affinità elettiva. È inutile aspettarsi che le cose vadano come desideriamo l’importante è che le c ose accadano. Punto. Il rapporto tra Nicco e Fede non rispecchia alcuna delle aspettative di entrambi eppure non riescono a fare a meno dell’altro”.
Se potesse creare e dirigere una scuola dei suoi sogni, quale sarebbe la sua visione? Quali valori e approcci educativi vorrebbe promuovere in questa istituzione?
“Mi piacerebbe una scuola che sia prima di tutto un luogo di aggregazione. Dove i giovani si sentano accolti e non giudicati. Che si lavori sulla crescita di un metodo personale più che sulla realizzazione dei programmi scolastici su standard da ottenere. Che si pensi ai ragazzi come coloro che trasformeranno il mondo non come coloro che non lo sanno abitare. Che il mondo degli adulti rifletta sul fatto che se c’è qualcosa che non ci piace di loro siamo stati noi a passarglielo”.
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