Daniele Novara agli insegnanti: ‘I ragazzi hanno bisogno di adulti credibili. Non abbiate paura di agire il vostro ruolo’
Non è un invito a tornare al “padre padrone”, ma a recuperare una funzione educativa oggi indebolita. Nel suo ultimo libro “Il papà peluche non serve a nulla”, Daniele Novara – pedagogista e fondatore del CPP – Centro psicopedagogico per la gestione dei conflitti – denuncia la deriva di una paternità troppo affettiva e poco capace di sostenere limiti, conflitti e responsabilità. Una fragilità che, avverte, si riflette anche nella vita scolastica: difficoltà ad accettare le regole, ansia davanti ai confini, delegittimazione dell’autorità dell’insegnante. Qual è il legame tra crisi della figura paterna e fatica degli adulti a scuola nel porre limiti senza essere percepiti come “punitivi”? E quale alleanza concreta può nascere oggi tra famiglia e scuola per costruire un’autorevolezza condivisa?
Ne parliamo proprio con lui in un’intervista in cui Novara richiama l’intera comunità educante a una responsabilità non delegabile: offrire ai ragazzi adulti credibili, capaci di sostenere la crescita senza cedere né all’autoritarismo né al compiacimento.
Nel libro lei parla di “padre educativo” come figura necessaria e oggi mancante. Dal suo osservatorio pedagogico, quali conseguenze produce questa assenza nella vita scolastica di bambini e ragazzi, in termini di autonomia, gestione delle regole e rapporto con l’autorità educativa?
“Quando parlo di “padre educativo” intendo una funzione precisa, non una nostalgia del passato. Non è il ritorno del padre autoritario, piuttosto la necessità che nella crescita dei figli ci sia una figura adulta capace di sostenere le autonomie, i confini, la responsabilità. Oggi, invece, spesso assistiamo a una presenza paterna molto affettiva, molto vicina, ma poco educativa: padri che cercano il consenso, che temono il conflitto, che vogliono stare in intimità con i figli.
Questo produce conseguenze chiare anche nella scuola. Sul piano dell’autonomia, i bambini arrivano spesso a scuola con poca esperienza nella frustrazione, nell’attesa, nel limite. E l’autonomia non nasce dalla libertà totale, nasce dal confronto dentro un confine. La difficoltà a comprendere paletti e regole porta anche, a scuola, a concepire queste limitazioni come punizioni, generando ansia. Guardiamo poi la capacità di stare nelle relazioni con gli altri, di lavorare in gruppo, di affrontare la vita sociale della classe. Se un figlio cresce in un clima dove ogni conflitto viene evitato, dove l’adulto interviene subito per proteggerlo e per derimere le questioni, avrà una grave carenza di gestione della conflittualità e delle divergenze. Una capacità che, invece, è fondamentale per saper vivere bene con se stessi e con gli altri”.
Molti insegnanti raccontano una crescente difficoltà nel porre limiti senza essere percepiti come rigidi o “punitivi”. Che legame vede tra la fragilità del ruolo paterno descritta nel libro e la crisi di legittimazione dell’adulto a scuola?
“Il legame è molto stretto. Oggi viviamo una crisi della comunità educante, e il padre ne è un simbolo evidente. Il papà, nel tentativo di prendere le distanze dal “padre padrone”, spesso è scivolato in un ruolo troppo morbido, troppo compiacente, quello che io chiamo il “papà peluche”. Ma educare non significa compiacere. Educare significa anche sostenere il conflitto, accettare che un figlio possa arrabbiarsi davanti a un paletto, e non viverlo come un fallimento. Quando questo viene meno, il ragazzo cresce con l’idea che ogni limite sia una violenza, ogni regola un sopruso, ogni frustrazione un’ingiustizia. E allora cosa accade? Che l’insegnante, che per forza di cose deve porre confini, viene percepito come rigido, come punitivo, come “quello cattivo”. La scuola paga una delegittimazione che nasce anche all’esterno. Se in famiglia il padre ha rinunciato alla sua funzione educativa, l’insegnante resta spesso l’unico adulto che prova a mantenere un argine”.
Lei distingue nettamente tra autoritarismo e autorevolezza educativa. Quali alleanze concrete dovrebbero costruire oggi scuola e famiglia per evitare, da un lato, il ritorno del “padre padrone” e dall’altro la deriva del “genitore-amico”?
“L’autorevolezza è la grande parola mancante oggi. Autoritarismo significa imporre con la paura e la minaccia. Autorevolezza significa guidare con l’organizzazione e la responsabilità. Agendo il proprio ruolo. La scuola e la famiglia devono allearsi proprio su questo terreno che comincia da un principio semplice: nell’educare deve esserci sempre un gioco di squadra. Se a casa si delegittima la scuola, se a scuola si vede la famiglia come un problema, il ragazzo resta senza riferimenti. Servono linguaggi educativi condivisi. Non significa fare le stesse cose, perché scuola e famiglia hanno ruoli diversi. Ma significa non giocare una partita opposta. La famiglia deve ritrovare il ruolo del padre in grado di porre limiti e paletti. La scuola deve poter esercitare la sua funzione senza essere continuamente messa sotto processo. Solo così evitiamo due estremi ugualmente pericolosi: il ritorno del padre padrone e la deriva del genitore-amico. La strada è quella del padre autorevole, cioè fermo, presente, credibile e consapevole del suo ruolo”.
Nel testo emerge spesso il tema dell’“orfanità paterna”, soprattutto nell’adolescenza. Quanto pesa questa carenza nei fenomeni che la scuola intercetta ogni giorno – ritiro scolastico, disimpegno, comportamenti oppositivi – e quale ruolo può giocare l’istituzione scolastica come argine educativo?
“Quando parlo di “orfanità paterna” non intendo l’assenza fisica del padre, che negli ultimi anni dedica più tempo del passato ai figli e alla famiglia. Intendo l’assenza di una funzione educativa paterna capace di accompagnare la crescita, soprattutto nel momento più delicato: l’adolescenza. L’adolescente ha bisogno di separarsi, di libertà, di cercare sé stesso. Ma ha anche bisogno di adulti che reggano questa tempesta, che non si ritirino, che non diventino complici, che non scappino. Molti fenomeni che la scuola intercetta oggi sono anche segnali di questa fragilità educativa. La scuola può diventare un’opportunità educativa importante, ma non può sostituirsi alla famiglia. Può offrire uno spazio dove si apprendono i confini, dove esistono regole necessarie per una convivenza, dove ci sono divergenze da gestire e dove il conflitto non è un fallimento ma un passaggio di crescita”.
Il suo è un libro rivolto ai padri, ma parla anche indirettamente agli insegnanti. Se dovesse sintetizzare un messaggio chiave per chi lavora a scuola, quale sarebbe oggi il compito educativo non delegabile dell’adulto nei confronti delle nuove generazioni?
“Il messaggio chiave è questo: non abbiate paura di agire il vostro ruolo. Oggi i ragazzi non hanno bisogno di adulti perfetti, né di adulti amici, né di adulti che cercano di compiacere i ragazzi e le ragazze per spirito narcisistico. Hanno bisogno di adulti sufficientemente credibili. Il compito dell’adulto è accompagnare i ragazzi a diventare autonomi, responsabili, capaci di affrontare la frustrazione, il limite, la fatica. Educare significa preparare al mondo reale. L’adulto educativo non è quello che comanda, e non è quello che compiace. È quello che sostiene la crescita. E oggi, nella scuola come nella famiglia, questa è la sfida decisiva”.
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