Maturità 2019: abbiamo ancora bisogno dell’esame di Stato?

Come ogni anno, con l’arrivo di giugno, nascono e proliferano attività febbrili in vista degli esami di Stato. Il rischio che la “gloriosa” maturità sia però una sorta di fortezza vuota, senza contenuti né obiettivi, aumenta col tempo e, sempre più spesso, ci si chiede quale sia il senso e il valore da attribuire a una prova messa duramente sotto attacco. Come una diga segnata dal tempo, l’esame di Stato ha diverse crepe, dalle quali filtra un po’ dell’acqua che dovrebbe essere trattenuta.

La prima incrinatura è di natura statistica, prima ancora che didattica. Alla maturità vengono ammessi tutti (o quasi), gli studenti italiani e tra di loro, la percentuale di chi non ce la fa è ancora più bassa. Su 100 studenti che arrivano a frequentare l’ultimo anno di scuola superiore, ben 96 sono ammessi e di loro solo lo 0,4 non riesce a superare l’esame. Possiamo dire di avere più probabilità di vincere alla lotteria o di essere bocciati all’esame di Stato? Una bella lotta.

La seconda crepa è di natura organizzativa. L’esame di Stato si regge grazie a un incredibile sforzo di docenti e di Dirigenti scolastici, che per compensi non adeguati all’impegno richiesto (Presidente € 1.249, Commissario esterno € 911, Commissario interno € 399) si dedicano giorno e notte alla struttura della commissione, alle correzioni degli scritti e a lunghe sessioni di orali, dai quali spesso si esce sfiancati. Certamente è grazie al senso di responsabilità e non per i compensi ricevuti, che la pesante macchina degli esami di Stato ogni anno riesce a mettersi in moto. Ancora una volta la professionalità degli insegnanti è la vera forza motrice del sistema scuola.

Anche per quanto riguarda la dimensione lavorativa/accesso all’università il voto dell’esame è sempre meno rilevante. Rispetto a pochi anni fa sono in calo i concorsi nei quali il voto di diploma è requisito d’accesso e lo stesso discorso vale per molte, anche se non tutte, facoltà universitarie.

Ci chiediamo dunque quale sia la motivazione di quest’ansia collettiva che colpisce la nazione nei giorni dell’esame di Stato. È un po’ una festa alla quale tutti sono invitati e che, con qualche innovazione come accade quest’anno, è uguale a sé stessa da sempre.

Probabilmente l’esame di maturità ci fa provare emozioni forti e incontrollabili perché per molti noi è stata la prima vera messa alla prova della nostra vita. Quando ricordiamo la nostra maturità non possiamo far a meno di sottolineare quanto fosse difficile (ai nostri occhi molto più dell’esame di oggi), quanto fossero arcigni i docenti (molto più di quelli di oggi, soprattutto se i docenti siamo noi), quanto fossimo terrorizzati i giorni precedenti alla prima prova.

L’esame di Stato è uno dei pochi riti collettivi che ancora unisce da Nord a Sud la nostra nazione, e, di fatto, tutti noi. È un momento importante già per il solo fatto di viverlo. Per i docenti è un modo, forse l’unico, per sottolineare l’importanza della scuola e dello studio, come strumento principe per il cambiamento dei nostri ragazzi. Per gli studenti è la prima grande prova da affrontare senza mamma e papà pronti a subentrare in loro aiuto, nella quale si deve gestire ansia e stress e che può dare importanti riconoscimenti sociali.

Crediamo che non si possa fare a meno dell’esame di Stato, anche se crepe e incrinature ne solcano la superficie. È però importante aiutare gli studenti, e i loro genitori, a capire il valore di questa prova, soprattutto se intesa come momento conclusivo di un ciclo durato anni. Contemporaneamente riteniamo indispensabile una valorizzazione dei docenti impegnati in questa enorme manifestazione, attraverso riconoscimenti economici, e sociali, degni di  professionisti nel campo dell’educazione.

Solo un investimento a 360 gradi sull’educazione e sulla scuola ci aiuterà a riparare le crepe e a dare lustro e vita alla nostra scuola e, nonostante tutto, ai suoi riti, così importanti e significativi per tutti noi.